Le parole profetiche di don Mottola per i nostri tempi di crisi
“Tutto proviene dalla preghiera tendenzialmente contemplativa”Le tragedie delle guerre e lo sterminio di civili innocenti d’ogni età suscitano, oltre la pietà per le vittime, la ribellione sociale che matura nell’interiorità delle persone sconvolte dalle atrocità, e condanna la crudeltà del potere avido di terre e di dominio. Manca una mano autorevole che in aggiunta alle parole di deplorazione imponga la resa e la pace.
L’anima del credente si domanda nello sconforto: dov’è Dio, l’Onnipotente e Padre dell’umanità? La fede vacilla alla mancanza di una risposta immediata, tangibile e comprensibile. Le suppliche elevate al cielo non fanno tacere le armi, Dio sembra sordo e indifferente. S’indebolisce la fede, va in crisi la preghiera. Perché pregare un Dio che non ascolta? La domanda si perpetua nei secoli da quando il flagello di un’epidemia o delle armi semina disperazione e lutti. Se Dio non interviene nelle faccende umane, è inutile pregarlo? La difficoltà a pregare è avvertita, forse deriva dal nostro rapporto con Dio, troppo infantile, superficiale e finanche sbagliato nel sollecitare il Suo intervento a posto nostro, incapaci di fermare il sole col grido di Giosuè per attendere la vittoria del bene sul male.

Se le domande nascono spontanee, senza malizia e suscitano sofferenza interiore, s’impone una riflessione che porti a una dimensione contemplativa per comprendere la preghiera sempre e comunque gradita a Dio, interiorizzata nel Suo amore e in quello del prossimo.
Ci conforta la testimonianza del recente Giubileo dei giovani, che ha suscitato stupore e gioie tra i protagonisti e tra quanti hanno seguito con interesse le varie fasi del loro cammino.
Nella veglia di Tor Vergata si sono raccolti in preghiera silenziosa e contemplativa con Papa Leone XIV dando visibilità al valore del silenzio che dà spazio alla voce divina, inascoltata nella dimensione rumorosa delle parole tra affanni e difficoltà delle quotidiane attività. Il loro messaggio è chiaro: non possiamo rinunciare al bisogno di riscoprire la preghiera come dialogo esistenziale con Dio, accogliendo la parola nel silenzio interiore, senza scadere nell’orazione ripiegata sui nostri bisogni.

I giovani del Giubileo hanno impartito una lezione dello spirito alle loro generazioni e a quelle degli adulti. Hanno ricordato che «La preghiera è un grido che si leva al Signore; ma, se questo grido consiste in un rumore di voce corporale senza che il cuore di chi prega aneli intensamente a Dio, non c’è dubbio che esso è fiato sprecato. Se invece si grida col cuore, per quanto la voce del corpo resti in silenzio, il grido, impercettibile all’uomo, non sfuggirà a Dio. Quando dunque preghiamo, possiamo gridare a Dio o con la voce esterna (se così esige il dovere) o anche rimanere in silenzio; comunque, in ogni preghiera deve esserci il grido del cuore». (Discorso sul Salmo 11- S. Agostino)
In tanto protagonismo però c’è un vuoto dove manca il respiro dell’anima sublimata dalla fede.
“ I giovani non vanno più in Chiesa. In realtà le chiese vuote sono un fenomeno più trasversale, ma certamente le nuove generazioni sono molto più distanti delle precedenti. Perché? Non è più sentita come necessaria la parte spirituale nel mondo globalizzato in cui siamo immersi? La fede è semplicemente passata di moda. Non cercano più Dio o è Dio che oggi è meno facile da trovare per loro ?” si domanda Paola Bignardi nel volume “Dio dove sei?”.
Il nostro è un periodo in cui si incontrano difficoltà a pregare, per mancanza di fervore, o per la sensazione che Dio non ascolti la supplica dell’uomo. Appare essenziale un cambiamento di approccio alla preghiera, da trattare come un rapporto adulto con Dio piuttosto che infantile, cercando la forza interiore piuttosto che un aiuto esterno immediato, e comprendendo che anche la preghiera senza fervore può essere efficace e gradita al Padreterno.
La preghiera, motore dell’anima, traduce la contemplazione in ogni opera di amore , dà coraggio all’impegno, accompagna il cammino verso l’oblazione.

Una testimonianza in tal senso la troviamo nella voce profetica di Don Mottola che faceva della preghiera la leva per sollevarci dai quotidiani affanni e trovare riposo :<Venite a me .voi tutti, che siete affaticato e oppressi, e io vi darò riposo». (Matteo 11,28). Per lui «La preghiera è sintesi di umano e di divino: è Dio che dà e l’uomo che chiede – accoratamente chiede» (Lettera agli oblati del 16 luglio 1959).
Ai giovani del nascente gruppo degli Oblati laici, «chiamati ad attuare nel secolo la sostanza della vita religiosa», ricordando le parole di Sant’Agostino «non andare fuori di te, rientra in te stesso, trascendi te stesso», indicava la preghiera come essenza dell’azione e guida del loro agire: «Siamo pochi ma abbiamo nell’anima la passione sacra delle conquiste senza confini, passione che si alimenta soprattutto di preghiera e sacrificio. I primi cristiani in questo trovarono il segreto della conquista.(…) L’anima nostra soltanto con la preghiera attinge Dio».
In un’altra lettera agli Oblati precisa :« L’oblato laico è un datore di vita – di vita soprannaturale . (…) Un essere che vive di preghiera , e dà alla folla, al Corpo Mistico, la sovrabbondanza della sua preghiera, altrimenti ogni apostolato è fiato».
La preghiera è sovente richiamata e inculcata nelle sue lettere per una spiritualità di totale donazione alla vita consacrata.
«Bisogna ridimensionare tutte le esigenze cosiddette pratiche, per vivere di preghiera tendenzialmente contemplativa: nella castità splendente che è verginità sopratutto di cuore, nella povertà divina nell’obbedienza più cristiana».
Non ci sono scorciatoie per don Mottola o mancanza di tempo, stati d’animo che possano giustificare il poco interesse per la preghiera : «Bisogna mortificare tutte le esigenze cosiddette pratiche per vivere di preghiere tendenzialmente contemplativa». Quindi «Non formule, ma preghiera, non novene, ma preghiera, non giaculatorie, ma preghiera, tendenzialmente contemplativa».
Quasi a volersi scusare per questa sua insistenza alla preghiera, scrive : «Tutti sapete la mia musica, che ha un solo tono : preghiera e penitenza da cui discende ,naturalmente e sopranaturalmente, l’azione; è questa la sintesi suprema dell’opera d’arte che ha nome oblazione». Avverte ancora con voce profetica : «Tutto proviene dalla preghiera tendenzialmente contemplativa, non la lasciate mai, altrimenti sarete degli uomini falliti. Essere dei falliti della vita, è un disastro per noi e per l’apostolato».
La voce profetica di don Mottola è più che attuale in quest’ora di frastuono in cui urge recuperare il silenzio, via certa per incontrare Dio e parlarGli senza parole, senza frasi fatte, ma con lo sguardo e col sentimento puro. È questa la strada per non vedere disertate le chiese, sentire l’armonia della preghiera in una comunità che non dispera ma crede in un Dio vicino, padre dell’umanità.

