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La meditazione tenuta dal Fratello Maggiore dei Sacerdoti Oblati, nel tradizionale incontro del 3 gennaio, con il quale la Famiglia Oblata quest'anno ha celebrato il 125esimo anniversario della nascita del beato Francesco Mottola

“Testimoniare l’amicizia, camminare, custodire”

Nel contesto di preghiera che stiamo vivendo, davanti a Gesù Eucarestia, vorrei provare a condividere con voi alcuni pensieri e riflessioni che mi hanno accompagnato in questi giorni.

Pensavo come il nostro incontro natalizio è da sempre un momento di famiglia. Ci ritroviamo membri dei tre rami e insieme a noi anche gli “amici” ossia coloro che sono vicini al nostro ideale e che condividono i diversi momenti del cammino annuale.

Nel salone della Casa della Carità di Tropea, una fase dell’incontro dei tre rami della Famiglia Oblata fondata da Don Mottola, per il 125esimo anniversario della nascita del Beato. Qui, anche gli interventi della Sorella Maggiore delle Oblate del Sacro Cuore, Rosetta Costa, e del Fratello Maggiore degli Oblati Laici, Bruno Pisani.

E proprio sull’amicizia che vorrei soffermarmi con voi, come prima proposta di meditazione. 

Prendo spunto anche dal discorso di papa Leone XIV alla Curia Romana. In un passaggio, il Papa ha affermato: “Noi siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”. Siamo chiamati ad essere costruttori della comunione di Cristo, che chiede di prendere forma in una Chiesa sinodale, dove tutti collaborano e cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il ruolo ricevuto. Ma questo si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano”. Poi il Papa cita Sant’Agostino, nella sua lettera a Proba: “In tutte le cose umane nulla è caro all’uomo senza un amico”; “Ma quanti se ne trovano di così fedeli, da poterci fidare con sicurezza riguardo all’animo e alla condotta in questa vita?”.  E poi continuando il Papa si domanda: “ E’ possibile essere amici nella Curia Romana?”.

Nella cappella della Casa della Carità di Tropea, la celebrazione della Santa Messa, presieduta dal Vicario generale della Diocesi di Mileto, Nicotera, Tropea, don Piero Furci. Con lui, i sacerdoti oblati don Francesco Sicari (Fratello maggiore, a sinistra) e don Sergio Meligrana. A concelebrare, anche numerosi altri sacerdoti Oblati del Sacro Cuore.

Mi piace considerare che ieri, 2 gennaio, la Chiesa ci ha fatto celebrare la memoria di San Basilio e San Gregorio, Vescovi e dottori della Chiesa del IV secolo, ma soprattutto amici che hanno vissuto un amicizia fraterna fino alla morte. Gregorio scrive: “Aspiravamo ad un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente il nostro comune ideale”.

Alla luce di queste considerazioni, mi viene spontaneo affermare come sia necessario e importante curare le relazioni tra di noi. Eppure spesso capita che nemmeno ci conosciamo o addirittura non ricordiamo i nomi di ciascuno, perché il nostro essere famiglia oblati si limita al ritrovarsi nei soli appuntamenti annuali, senza che tra di noi si instauri un clima di conoscenza reciproca e fraterna.

Quanto sarebbe bello crescere nell’amicizia reciproca e che nelle nostre relazioni possa trasparire l’amore di Cristo che ci rende fratelli.

Possa essere questa una sfida buona e bella per ciascuno di noi, curando meglio e di più le relazioni tra i membri dei singoli rami anzitutto e poi con tutta la famiglia oblata.

Non diamo per scontato tutto questo, perché la comunione tra di noi, vissuta con gioia è la prima missione che siamo chiamati a realizzare.

“Don Mottola deve tornare e deve camminare con le nostre gambe, perché c’è tanto bisogno d’amore”, ha detto nella sua omelia don Piero Furci.

2 . Camminare

Un secondo pensiero lo prendo da uno dei due verbi che la liturgia della parola, in particolare il vangelo, ci ha consegnato nel primo giorno del nuovo anno: ed è il verbo camminare.

Camminare come i pastori capaci di aprire il cuore ad una parola altra, pronunciata nel buio e nel freddo di una notte, una parola che chiede di metterci in cammino.

Ricordo che il camminare è stata il primo verbo che Papa Francesco ha consegnato alla chiesa, nella sua prima omelia con i cardinali nella cappella Sistina; disse a proposito: “la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa”.

Questa prospettiva del camminare mi suggerisce il motto paolino: Caritas Christi urget nos, la carità di Cristo ci spinge, ci fa uscire, ci mette in movimento.

E qui come non pensare all’apostolato che siamo chiamati a vivere, inserendoci in un movimento ed in una vita che è quella della Chiesa secondo i tempi e i luoghi.

Mi piace richiamare a tal fine, una meditazione di don Mottola alle Oblate, quando il padre ci ricorda il fine del nostro Istituto: “Il nostro fine è la riconquista del mondo a Cristo. Non parlo di conquista, perché questa l’ha fatta Cristo. I Santi hanno sempre riconquistato. Noi vogliamo riconquistare. Il mondo è lontano da Dio, di soprannaturale si ha appena l’idea, quando si ha e con constatazione dolorosa, questo si riscontra anche nei sacerdoti. Perciò riconquistiamo il mondo a Cristo. Come? Con tutti i mezzi, con tutte le possibilità. Noi diamo però la precedenza alla carità integrale che abbraccia tutto l’uomo: corpo e anima, spirito e materia e lo portiamo a Cristo. La parte che più sente è il corpo. Noi ci avviciniamo a sanare le piaghe del corpo per sanare le anime. Anche qui abbiamo ci indica la meta: Gesù Cristo. Egli passava attraverso le vie e sanava i corpi, connettendo la santità delle anime a quella del corpo. Il simbolo della nostra carità integrale è la Casa e poi la strada”.

Alla Santa Messa, è seguito il pellegrinaggio alla tomba del Beato Francesco Mottola, nella Concattedrale di Tropea, per un devoto omaggio. Quindi, un momento di fraternità con il pranzo nella casa di Corello di Drapia, dove abita una comunità di Oblate.

amminare, andare a Betlemme come i pastori non è solo un cammino interiore, spirituale ma è un cammino concreto verso l’uomo, quell’uomo anche oggi bastonato e che giace solo al ciglio delle nostre strade o che vive chiuso dentro i recinti virtuali del nostro mondo.

Bisogna allora riconquistare l’uomo anzitutto a se stesso e poi a Cristo. E’ questa la nostra sfida odierna.

  1. Custodire

In questo percorso ci è accanto Maria, la Madre del Figlio di Dio. Il Vangelo ce la presenta nell’atteggiamento del Custodire. 

Custodire è proprio di chi sa essere depositario di un bene prezioso che merita attenzione. Custodire un bene significa farne motivo di riferimento continuo. Maria custodisce non solo il bambino, ma anche tutto ciò che si dice di Lui. Maria tiene tutto nel cuore, cioè nel luogo per eccellenza in cui maturano e vengono prese le decisioni. 

C’è un’ arte del custodire che ci appartiene. Custodire e meditare è anche la nostra vocazione come oblati del Sacro Cuore. 

Significa portare nel rumore digitale di oggi il valore del tempo e della propria interiorità, minacciati come diceva il Cardinale Pizzaballa, “ dalla connessione perpetua”. E’ necessario custodire perché cresca non l’intelligenza artificiale, ma quella del cuore.

E allora siamo invitati a custodire le relazioni, non dominando sugli altri con giudizio o l’insulto;  a custodire la parola data, non strumentalizzando le persone; a custodire il mistero dell’altro che non comprendiamo subito; a custodire la memoria della bontà di Dio nella nostra storia.

Custodire è certamente un lavoro artigianale, silenzioso che si fa nel cuore prima che nelle piazze e che ha come frutto la pace. Non c’è pace esteriore senza questa pazienza interiore, senza questa gestazione spirituale degli eventi alla luce di Dio. 

Custodire il nostro carisma oblato significa per noi fare memoria e tenere sempre acceso e vivo ciò che di buono il Signore ha fatto e ha seminato. Ma significa anche mettere insieme i frammenti di questa storia di amore e le indicazioni che ci vengono dalla parola di Dio e dalla Chiesa di oggi,  per continuare nel tempo che verrà questo cammino di grazia che è iniziato con la vita del Beato. 

Con questi propositi, ci introduciamo in questo nuovo anno, muovendo i primi passi con la fiducia rinnovata, che, come si conclude il Te deum, “Tu, Signore, sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”.

(*) Fratello Maggiore dei Sacerdoti Oblati del Sacro Cuore