Il libro di Claudio Baglioni e Michele Caccamo presentato ieri a Taurianova, questa sera a Palmi
«TAU», S. Francesco visto attraverso le notti di S. Antonio«TAU. In segno d’amore», scritto da Claudio Baglioni e Michele Caccamo, non è una biografia di Francesco d’Assisi, né un racconto agiografico nel senso tradizionale. È un’opera costruita attraverso la voce di Antonio da Padova e scandita da otto notti di visione.

Antonio vive gli ultimi giorni della sua vita in una cella appesa a un noce. È lì che, notte dopo notte, la figura di Francesco entra nel suo sguardo. La sua vita viene raccontata dall’esterno, mentre a tratti la narrazione si interrompe e Antonio prende direttamente la parola. È un intreccio di voci e di tempi che gli autori spingono fino a una sorta di identificazione spirituale: Francesco e Antonio arrivano, come suggerisce l’avvertenza iniziale, a respirare «con gli stessi polmoni».
Il libro trova la sua forza soprattutto nella scrittura. La prosa è asciutta, fatta di frasi brevi e immagini sensoriali. Ci sono gli odori di Assisi, le mele cotte, la cera che si scioglie, il vento tra i rami del noce. E ci sono soprattutto i gesti, che spesso dicono più delle spiegazioni: Francesco che bacia il lebbroso dopo averne avuto paura; Chiara che si lascia tagliare i capelli «senza rito e senza canto»; il lupo di Gubbio, restituito alla sua dimensione di creatura che conosce la fame e la paura; il corpo di Francesco lavato alla Porziuncola.

La struttura delle otto notti, introdotte dalle epigrafi tratte da Tommaso da Celano, conferisce al racconto un ritmo quasi meditativo. La notte diventa il luogo nel quale la memoria si apre alla visione e la storia si lascia attraversare da una dimensione contemplativa.
È però proprio qui che TAU chiede al lettore maggiore attenzione. Gli stessi autori precisano fin dalle prime pagine che si tratta di una «rielaborazione poetica e simbolica» delle figure di Francesco e Antonio. Non siamo dunque davanti a un testo teologico o a una ricostruzione delle fonti francescane. La libertà del racconto porta verso una dimensione mistica nella quale le distinzioni tra le creature e il Creatore vengono talvolta volutamente assottigliate. L’Uno può essere Francesco, Antonio, il lebbroso, il lupo; la caduta può diventare parte della salita.
È un linguaggio che appartiene alla libertà dell’opera letteraria, un’opera narrativa e simbolica che utilizza Francesco e Antonio per interrogare il senso dell’amore, della perdita, della rinuncia e dell’identità.
Alla fine rimangono soprattutto alcune immagini: un bacio, un lupo, una testa rasata, un canto che si interrompe. E rimane un’idea di spoliazione che attraversa l’intero libro: togliere il denaro, le vesti, il sapere, il nome, fino a mettere in discussione l’io.
È forse qui che TAU trova la sua domanda più profonda. Non tanto nel tentativo di dire ancora una volta chi sia Francesco, quanto nel chiedere al lettore che cosa resta di una persona quando comincia a spogliarsi di ciò che crede di essere. Una domanda che il libro non pretende di risolvere e che, proprio per questo, continua a lavorare anche dopo l’ultima pagina.

