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Quest'anno la Santa Pasqua è nella stessa data dell'anniversario di sacerdozio del Fondatore della Famiglia Oblata e delle Case della Carità

Significato e messaggio di Pasqua nella vita del Beato Francesco Mottola

La data di Pasqua quest’anno coincide col giorno anniversario dell’Ordinazione sacerdotale del Beato don Francesco Mottola, avvenuta il 5 aprile 1924 per le imposizione delle mani del vescovo di Tropea Felice Cribellati. Nell’imminenza di quella data il giovane Mottola, solo due giorni prima, il 3 aprile, annotava nel suo Diario dello spirito, proponendosi questo obiettivo: “Il prete deve essere un uomo povero (il presepe), un uomo crocifisso (il calvario), un uomo mangiato (il cenacolo)”. (p. 31). E nella sua vita tale si è dimostrato il santo sacerdote di Tropea arrivando a vivere nella sofferenza l’attesa della risurrezione quale monito e richiamo per tutti alla speranza malgrado i disagi e i problemi che la vita riserva.

Il Beato Francesco Mottola (1901-1968) attorniato da bambini, alla Casa della Carità della Marina di Tropea.

Alleluia! E’ questo il grido che lui lancia su Parva Favilla nell’aprile 1967 in un momento cruciale del suo calvario umano. “Pasqua, scrive, significa passaggio, passaggio di amore… L’anima nostra è un cielo, rendiamo più splendido questo cielo” (ivi, p. 4). Malgrado tutto il Signore è risorto e noi con Lui: è questo il grande annuncio profetico da dare ancora oggi al mondo senza pace nel giorno di Pasqua. E’ un annuncio di gioia e di speranza ad un mondo e ad una umanità che sembrano finiti in un sepolcro di morte, da cui occorre uscire.Al mondo di oggi, chiuso com’è in un immanentismo che lo lascia schiavo di un individualismo esasperato, vittima di un relativismo etico pauroso e di una volontà maniacale di potenza tale da lasciarlo in un sepolcro di morte senza via di uscita, ad ogni cristiano è chiesto di annunciare la risurrezione rilanciando con determinazione il compito e la missione di rifare il tessuto cristiano della società, che si sta desacralizzando anche in certe tradizioni religiose, ormai quasi vuote ed insignificanti. Senza Vangelo la pietra del sepolcro resta non rimossa.

“Risurrezione di Cristo”, del pittore tedesco Matthias Günewald (1480-1528).

Anche don Mottola avverte la gravità e la sofferenza della situazione che il mondo stava vivendo in quella fase storica per un’insana sete di potere e di dominio che andava macchiando di sangue l’umanità intera. L’insegnamento della storia non toccava nessuno. Con grande rammarico così scriveva il 23 marzo 1938, quando ormai si andava verso lo scoppio della seconda guerra mondiale: “Pasqua. Ho in questa Pasqua l’anima chiusa a tutti i colori della primavera. Non mi dicono niente i glicini di Pasqua, né le campane di Pasqua, tanto meno il richiamo manzoniano <oggi è giorno di convito>. Ripenso, mentre tanta ombra si addensa, come ad un monito sacro, come a una suprema speranza, alla parola che lo Spirito Santo dettò a Paolo di Tarso: <Christus mortuus est pro nobis> (I Cor. 15,3)”. 

  Anche se i nomi cambiano, oggi come ieri la logica resta la stessa: “Vivere sibi: vivere per sé ecco l’origine di ogni male, ecco la posizione arbitraria che gli uomini anche dopo la morte di Cristo hanno assunta. Nazismo e comunismo: son le posizioni estreme (che si toccano) di questo contrasto, che conduce necessariamente alla guerra. Vivere sibi: spiega tutte le deviazioni di pensiero e di vita dell’individuo, nella famiglia, nella società, nell’anima che è il germe di tutto. Dopo la morte di Cristo, dopo che siam morti in Lui, ogni peccato è un sacrilegio. Essere Cristo: nella divina novità della sua Vita, nella risplendenza della sua Verità, nell’unità del Corpo Mistico, che è sfolgorante Carità di Dio, che è divina Carità del prossimo. Vorrei alzare nella mia Calabria la bandiera di una rivolta ideale: la rivoluzione cristiana non è sempre in atto? Stasera dal fondo della mia povera anima io ti chiedo perdono!” (cfr. Diario dello Spirito, pp. 110-111).

La storia prosegue il suo cammino. Nella Pasqua del 1955 così apre il suo cuore speranzoso: “Dio è al di sopra del tempo e dello spazio, perché è infinito. Ma si colora in noi del tempo in cui viviamo. E’ il tempo della bomba atomica, è il tempo della cura contro la poliomelite, è il tempo degli antibiotici, che tentano di prolungare la vita terrena. Ma al di sopra di tutto è il Cristo vincitore di ogni tempo e di ogni spazio, perché risorto dalla morte e vincitore e redentore. La Chiesa è divina testimonianza della risurrezione di Cristo, vive in comunione con Cristo e predica il suo messaggio divino”. (cfr. Faville della Lampada, p. 183; Parva favilla 22, aprile 1955, p. 2)

Pasqua resta sempre Pasqua, deve essere Pasqua in ogni caso. Così scrive ancora su Parva Favilla: “Pasqua. E’ il periodo della primavera. Morì Gesù il fiore dei fiori. Morì per salire al Cielo nella gloria della Risurrezione e per essere pronto ad intercedere per noi. Cristo è il vero fiore dell’umanità.”. (cfr. Parva Favilla 35, aprile 1968, p. 2). Il pensiero tenace di don Mottola e soprattutto la sua testimonianza aprono chiunque alla speranza ed alla gioia della contemplazione: una primavera della vita come immensa frontiera di pace, a cui nessun cristiano può rinunciare. Nemmeno in questo nostro mondo complicato e refrattario. Alla sua abulia occorre rispondere con la nostra parresia nello stile di Gesù. E’ la missione che lui ci ha affidato proprio come segno della risurrezione.

Credo che questo sia il messaggio che il Beato Mottola lancia ancora oggi perfettamente coerente col suo vissuto di uomo e sacerdote ferito nella carne, che ha trovato nel Crocifisso la sua corazza per lottare: “Nella caverna buia, come ebbe a scrivere, nella prigione buia, nella cella buia del nostro corpo si accende l’anima immortale. E sfavilla per dare il sapore di Dio, l’aroma di Dio” (cfr. Parva Favilla 32, marzo 1965, p. 4). 

  La Pasqua, allora, comporta la novità di “un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e, come ci ha insegnato Papa Benedetto XIV, “costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può che essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste”. 

La tomba vuota e l’esperienza del Risorto hanno avviato il processo nuovo della purificazione della storia, processo in cui ci siamo coinvolti tutti in forza del Battesimo, che ci ha immedesimati in Cristo. Egli non è solo il Risorto, ma la Risurrezione stessa, è il seme e la linfa vitale del risorgere, che fa ripartire da capo la vita, trascinandola in alto con Sè. Se Cristo è risorto, anche noi nel Battesimo siamo risorti con Lui. La tomba è stata spalancata, la strada si è aperta per tutti.

E concludo con don Mottola che ci chiarisce la strada precisa da seguire per perseguire la meta: “Bisogna fare il vuoto in noi. Bisogna morire nei sensi e nello spirito. E Dio parlerà anche a noi. Se vuole. Accende il Signore una vampa di amore che comprende l’Essere Infinito e noi creature. Allora avremo una grande pace. Allora sarà Pasqua di risurrezione”. (cfr. Parva Favilla 32, aprile 1965, p. 4)

(*) Vescovo emerito di Mileto, Nicotera e Tropea