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Santità e protezione dei santi nell'itinerario del Beato Francesco Mottola

“Siamo nell’epoca della libertà piena, ognuno fa quel che crede, allora … facciamoci santi!”

Che cos’è la Santità? si chiedeva nel 1950 il Beato don Francesco Mottola nel vivo della sua malattia. E la risposta: “Non è uno sport, ma ardenza d’anima che va verso uno scopo ardendo. L’ardenza è attraverso lo sforzo personale; è lo Spirito Santo che ci riempie di sé. Infallibilmente. Lo scopo è Gesù Cristo come Idea; è lo Spirito Santo che in modo ineffabile tutto ci prende. Ma l’Idea (Cristo) si conquista attraverso molto dolore: la Croce sboccia nel renischio (accumulo di sabbia, ndr) dell’anima nostra, attraverso molti sacrifici. È dalla morte che nasce la vita. La vita di Nostro Signore Gesù Cristo e dello Spirito Santo vivente in Lui. Ha il profumo del Calvario. Bisogna morire per vivere”. (cfr. Parva Favilla 17, ottobre 1950, p. 3, da ora PV; Faville della Lampada, p. 147, da ora FL). Il santo, in altre parole “non è un bonaccione qualunque che a nulla serve, ma è l’uomo folgorato da Cristo, che vibra in Lui ed ha una solo scopo: il regno di Cristo Re nella Trinità Santa”. (FL, p. 221; PF 25, gennaio 1958, pp. 4-5). Il santo, quindi, filtra la sua vita attraverso la Croce, lo strumento scelto e voluto da Cristo per la salvezza dell’uomo.

Don Francesco Mottola (1901-1969) è stato proclamato Beato da Papa Francesco il 10-10-2021.

L’umanità ha bisogno dei santi perché, scriveva ai Sacerdoti Oblati nel settembre 1952, “solo i santi rivoluzionano il mondo”. (cfr. Lettere Circolari, p. 43, da ora LC). Solo con la santità, infatti, la stessa società può avviarsi verso una “ricostruzione morale”, che non si può raggiungere “se non per mezzo dello spirito” e non ci può essere nemmeno “ricostruzione spirituale che non sia insieme sociale perché tutti, in Cristo, siamo una cosa sola” (LC, pp. 7-8).

Il suo rammarico, aggiunto alla sofferenza interiore, li esprime nel 1940 all’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale auspicando come soluzione una nuova carica di santità: “Tutto il mondo, nel buio ciclone di sangue che ci percuote, mi pare in attesa di una grande ora di Santità, che lo salvi, perché solo la Santità può salvarlo, perché ogni Santo è Cristo che ritorna, Noi nella nostra agonia, abbiamo improrogabilmente bisogno che Cristo ritorni; è per questo estremo bisogno che, nella terra sempre più buia, dobbiamo accendere delle luci splendenti di Cristo; è per questo che nel nostro tessuto umano che marcisce, dobbiamo inserire delle cellule vive di quella vita che è veramente vita”. (LC, 15 giugno 1940, p. 19).

Il cammino verso la santità è sempre arduo e faticoso ed è frutto dello Spirito che viene a noi attraverso Cristo per renderci “concreti santi della santità di Cristo Signore”. Come avviene questo passaggio dalla natura alla soprannatura, si chiede don Mottola, “io non lo so, ma è verità di fede che senza il Cristo nulla possiamo fare”. Di certo, “tolti i detriti della materia e i detriti di fantasmi vani e le impressioni inutili, va come idea pura verso il Padre, che è Assoluto, sua Sorgente prima.” (FL p. 141; PF 16, maggio 1950, p. 2). Quel che conta, raccomanda il nostro Tropeano, è che, per uscire dalla tristezza di non essere santi, “bisogna che la carne e il sangue abbiano almeno il sapore, l’aroma, della santità nella loro concretezza viva e vitale, bisogna che l’anima splenda di questa idea di santità perfetta. Allora avremo la grazia che indìa (rende, cioè, partecipi della gloria di Dio, ndr), allora avremo la pace, sempre dinamica mai statica, perché fermarsi è contro la fiamma dell’Idea che prende tutto. Attraverso Cristo nostro fratello maggiore.” (FL, pp. 180-181; PF 22, febbraio 1955, p. 6).

Come si raggiunge allora la santità e come funziona? Dalle colonne di Parva Favilla nel novembre 1968, quasi come un testamento spirituale, ormai qualche mese prima che ci lasciasse per il cielo, indicava la strada: “Un amore senza ritorni, senza riposi, senza confini. È questa la santità. Così si diventa buon pane, pane divino per le anime, a patto di farsi divorare ogni ora dall’Infinito”. (PF 35, novembre 1968, p. 4). La scialuppa per raggiungere meglio la meta è la Madonna, verso cui nutriva una devozione immensa: “Noi, stracci del mondo, dobbiamo guardare a Maria con speranza assoluta di bene e andiamo a lei cercando l’angelicità d’anima, la santità. La santità è combustione d’anima, unità d’anima, carità d’anima”. (FL, p. 300; PF 30, maggio 1963, p. 4).

Un ruolo notevole nell’itinerario spirituale di don Mottola hanno esercitato i suoi Santi protettori, particolarmente S. Francesco d’Assisi e di Paola (Caritas Christi urget nos), S. Francesco Saverio (spirito d’apostolato); S. Tommaso (Purezza e studio); il Curato d’Ars (Vita sacerdotale), che lui specifica con motivazione nel suo “Regolamento di vita” il 3 aprile 1924, due giorni prima della sua Ordinazione Sacerdotale. (cfr. Diario dello spirito, p. 31).

San Francesco di Paola (1416-1507) qui in un dipinto di Josè de Ribera del XVII sec., riferimento costante per il Beato Francesco Mottola.

Soprattutto verso S. Francesco di Paola ha avuto un’attenzione e una devozione straordinaria tanto da non privarsi almeno una volta all’anno di recarsi a Paola per andare a pregare nella “grotta” del primo suo eremitaggio. A riguardo, il 29 agosto 1938 nel Diario ebbe a scrivere: “Ieri, festa di S. Agostino, ho pregato nella grotta di S. Francesco di Paola. Ho pregato per la distruzione del mio io e per tutti gli ideali santi. Nell’uscire ho sentito nell’anima, come un’aurora nuova ed ho recitato il Magnificat”. (p. 120). Il suo profondo legame interiore col Paolano lo testimonia così su Parva Favilla: “Io conosco S. Francesco di Paola come eccellenza degli umili, ho visitato la radice del suo mistero e so i prodigi della sua vita. Una vita molto coerente pur nella classica durezza calabrese e dice le cose con immediatezza piena a tutti. Pio XII l’ha eletto Patrono della Marina mercantile d’Italia, Dalla sua Paola rifà trionfalmente il suo giro fino a Messina. Circa l’accoglienza ricevuta nei vari luoghi io non so, né voglio sapere; qui a Tropea arde una favilla come lampada accesa per la gloria di S. Francesco e per l’Idea”. (PF 15, luglio 1948, p. 3; anche FL, pp. 118-119).

Per lui i santi “sono i citaristi di Dio: quando un santo appare, risuona nel mondo l’armonia di Bethlem e la melodia sacrificale del Calvario” (PV 8, gennaio 1940, p. 2); “sono parole splendenti dell’eterna Parola” (PF 5, maggio 1937, p. 2). E’ per questo non si è risparmiato nel guardare a loro come modelli e intercessori. È entusiasta, per esempio, di S. Nilo di Rossano del quale, oltre allo spirito monastico-eremitico, ammira particolarmente la sua scelta di aver saldato a Grottaferrata Occidente e Oriente “in un abbraccio cattolico”, gesto precursore del moderno ecumenismo; è spiritualmente attratto anche da S. Teresa di Lisieux tanto da proporla come modello alla sua Famiglia Oblata per l’alto grado di amore di Dio e del prossimo e per il suo sacrificio accettato fino all’immolazione per i missionari e le missioni nel mondo.

Mi piace concludere questa riflessione ad alta voce con quanto don Mottola scriveva nell’ottobre 1968: “Siamo nell’epoca della libertà piena, ognuno fa quel che crede meglio di fare, senza limiti e senza coazione…. Facciamoci, allora, santi nella carità divina”. (PF 35, ottobre 1968, pp. 3-4).

(*) Vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea