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Quando l’omeopatia dialoga con la logoterapia

L’incontro tra logoterapia e omeopatia rappresenta l’occasione per elaborare concettualmente una significativa riflessione sul significato della sofferenza e della cura. Il seminario di studio su “Omeopatia e logoterapia… via col senso” (13 marzo 1999) e il convegno su “Lo studio psicologico nell’omeopatia clinica” (25 marzo 2000), svoltisi entrambi nella sede dell’Università Salesiana di Roma, dimostrano l’importanza dei luoghi e degli argomenti trattati, e gli incontri – è opportuno ricordarlo – furono progettati e realizzati dall’Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana (ALAEF) e dall’Istituto di Psicologia della Facoltà di Scienze dell’Educazione della medesima istituzione universitaria.

È utile sottolineare, per non scadere in fraintendimenti, che il confronto tra omeopatia e logoterapia riguarda alcuni aspetti concettuali, non metodologici, giacché le due discipline sono metodologicamente differenti, ma concettualmente affini. Dunque, non si tratta di sovrapporre le due discipline, che hanno una loro precisa identità culturale e utilizzano un loro peculiare metodo, né di cercare equivalenze forzate e connessioni inesistenti, ma si tratta semplicemente di esplorare un terreno concettuale comune al fine di acquisire nuove conoscenze e nuove aperture dialettiche in ambito scientifico. Mi preme sottolineare che, in un mio libro, prefazionato dall’autorevolissimo Eugenio Fizzotti, sono stati sviluppati argomenti che, per ovvi motivi cronologici, hanno anticipato il confronto delle due discipline. Il libro in questione, “Omeopatia e logoterapia. Psicologia omeopatica costituzionale e logoterapia a confronto” (Edizioni Larius, Roma, 1996), espone argomentazioni riguardanti la centralità dell’essere umano e dell’individuo considerato come un’unità indivisibile dotata di libertà, energia vitale, forza spirituale, individualità orientata naturalmente a un senso e caratterizzata da tipiche modalità costituzionali di reazione.

Ogni costituzione umana tende verso uno scopo, un fine, un obiettivo da raggiungere non per “vincere” o per assecondare la volontà di potere, ma per il bisogno di essere coerente col proprio significato costituzionale. In buona sostanza, un individuo riesce ad esprimere adeguatamente se stesso quando riconosce chiaramente il suo significato psico-biologico e non nega, non trascura, non frustra la “vocazione” e l’inclinazione della propria costituzione fisica, psichica e spirituale. La logoterapia fondata da Viktor E. Frankl, d’altro canto, si basa sull’idea che l’uomo sia un essere orientato al significato.

Il neurologo e psichiatra austriaco Viktor Frankl (1905-1997) è considerato il padre della logoterapia, metodo psicoterapeutico che cura attraverso la ricerca di senso.

Approfondiamo. La logoterapia si fonda su un principio: la motivazione più profonda dell’essere umano non è collegata al piacere, come pensava Freud, né al potere, come sosteneva Adler, ma al significato. La concezione frankliana è estremamente interessante: la volontà di significato muove davvero la vita. Quando questa profonda volontà viene frustrata, quando l’individuo non trova più un perché e un significato vero per vivere, quando l’uomo perde la bussola esistenziale che gli indica la direzione, allora si apre dolorosamente un vuoto interiore che non è paragonabile a un sintomo psicologico in senso stretto, ma a un dolore generato dalla scomparsa del senso. Frankl lo chiama vuoto esistenziale e lo descrive come una condizione di profonda noia, disorientamento, apatia, smarrimento, perdita della direzione. È la malattia silenziosa, e talvolta sottovalutata delle società moderne, dove valori e pseudovalori si confondono e l’individuo deve scegliere chi essere. Da questo inquietante vuoto nascono forme particolari di sofferenza. La nevrosi noogena, ad esempio, non deriva da conflitti pulsionali o psichici, ma da conflitti di coscienza, e la frustrazione della volontà di significato incide in maniera rilevante: l’individuo non sa più per cosa vivere, non trova un compito e, in un certo senso, non sente una chiamata. Con la nevrosi della domenica appare la malinconia, proprio durante il tempo libero, quando cessano gli impegni e l’uomo acquisisce consapevolezza della scarsità, della povertà, della pochezza dei suoi contenuti esistenziali. E’ uno dei  momenti in cui l’individuo, smarrito, prende chiaramente coscienza del suo vuoto interiore. Con la nevrosi meccanica la vita viene ridotta a ingranaggio, fatta di automatismi, doveri, forzature, divertimenti preconfezionati e conformisti, attività meccaniche e dinamiche senza senso che eccitano, ma non hanno la forza di colmare il vuoto profondo.

Queste nevrosi, secondo Frankl, non si curano con l’analisi del passato, ma con la riscoperta di un senso. Per comprendere l’essere umano, e il senso di ogni singolo uomo, Frankl distingue tre dimensioni. Al di sopra della dimensione somatica e della dimensione dimensione psichica si colloca la dimensione noetica, propriamente umana, sede della libertà, della responsabilità, dei valori, della capacità di scegliere il proprio atteggiamento anche nelle condizioni più difficili. In questa dimensione l’uomo può distinguersi, cogliere il senso della propria unità e unicità, distanziarsi dai propri sintomi, trascendersi, decidere chi essere e dove dirigersi. In questa dimensione il senso trova ampio spazio, non la potenza e non il piacere. È opportuno sottolineare che la logoterapia non nega il piacere e la potenza, ma li colloca al loro posto. Se il piacere, per Freud, è la spinta primaria, per Frankl è una conseguenza, è l’effetto collaterale del raggiungimento di uno scopo. Se la potenza, per Adler, è la molla dell’agire e superare il complesso di inferiorità, per Frankl è soltanto una possibilità per realizzare un significato. Il potere può diventare una tentazione per sostituire il senso quando il senso manca. La volontà di significato, invece, è ciò che permette all’uomo di orientarsi e di non operare sostituzioni inopportune, di non cedere al vuoto che talvolta viene colmato inopportunamente col potere. È ciò che permette di trasformare la vita da reazione a risposta consapevole e matura. In fondo, la logoterapia ci ricorda che l’essere umano non è definito da ciò che gli accade, non è definito dai suoi sintomi, ma dalla sua capacità di dare loro un senso. Non è definito dal vuoto, ma dalla possibilità di risolverlo e colmarlo con l’ausilio di una bussola che indica la direzione precisa.

La logoterapia è una psicoterapia, ma anche una filosofia che restituisce all’uomo la sua libertà più profonda che è quella di poter trovare un significato, sempre, anche quando tutto sembra negarlo. Per la sua ampiezza filosofica, essa dialoga con diverse discipline che non appartengono al mondo della psicoterapia, come, ad esempio, l’omeopatia. La logoterapia frankliana viene considerata una forma di psicoterapia che aiuta a cercare e a ritrovare il senso della propria esistenza, l’omeopatia contribuisce a individuare il senso della propria costituzione individuale sia nella fase morbosa sia nella fase premorbosa.  I concetti appena esposti indicano un terreno concettuale comune.

Approfondiamo. L’omeopatia interpreta il sintomo come un messaggio attraverso il quale la costituzione individuale trasmette il senso del dolore psicofisico e della sofferenza globale, la logoterapia invece considera la sofferenza come un’esperienza umana che può agevolare la ricerca di senso. Entrambe le discipline, pur con linguaggi e finalità differenti, convergono su un punto essenziale: la cura non è soltanto l’eliminazione del sintomo, ma è trasformazione del rapporto che l’individuo ha con se stesso, con il proprio corpo, con il proprio modo di soffrire. Per comprendere questa trasformazione è necessario partire da una chiarificazione di alcuni concetti fondamentali della logoterapia. Frankl individua alcune capacità antropologiche e propone delle tecniche terapeutiche: autodistanziamento, dereflessione, intenzione paradossa, autotrascendenza e umorismo. Le tecniche aiutano a prendere coscienza della libertà interiore. Con l’autodistanziamento è possibile prendere distanza da se stessi, dai propri pensieri e dai propri sintomi, dai peggiori condizionamenti, cosicché avviene un progressivo distacco dall’ansia e dalla paura, dai propri vissuti “interni”. Con la dereflessione è possibile distogliere l’attenzione dai propri sintomi, pensieri ossessivi, fissazioni e rivolgerla all’esterno verso situazioni, persone, cose significative, permettendo l’interruzione di circoli viziosi. Con l’intenzione paradossa è possibile ridurre i timori, desiderando volontariamente e paradossalmente ciò che si teme. Con l’autotrascendenza è possibile andare oltre se stessi, orientandosi verso valori, compiti o significati che trascendono l’Io. Con l’umorismo, infine, è possibile introdurre una distanza creativa e liberante rispetto alla propria rigidità, ridimensionando il sintomo attraverso la sproporzione ironica. Le colonne portanti delle tecniche logoterapeutiche sono l’autodistanziamento (che aumenta il potere di resistere) e l’autotrascendenza (che  orienta verso un compito e la ragione per vivere). Queste tecniche, come possono essere reinterpretate in chiave omeopatica? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere alcuni concetti fondamentali.

L’omeopatia è una disciplina di medicina alternativa, ideata dal medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843). È basata sul principio di similitudine, secondo cui una sostanza in grado di provocare sintomi in una persona sana, possa curare sintomi simili in una malata. I rimedi sono diluiti e somministrati in granuli.

L’omeopatia non lavora su categorie psicologiche, ma su modalità reattive globali dell’individuo. La costituzione non è un tipo caratteriale, ma un modo di reagire alla vita, un insieme coerente di risposte corporee, emotive, cognitive, comportamentali e spirituali. Per evitare fraintendimenti, è opportuno precisare che, per “spirituali”, s’intendono certe particolari risposte cliniche, non religiose. La costituzione individuale reagisce anche “spiritualmente” e il rimedio omeopatico, che non agisce soltanto “settorialmente”, funziona come un modulatore della complessiva reattività costituzionale e ne ristabilisce il senso. Quando la costituzione è bloccata, irrigidita, distorta, il soggetto perde la capacità di reagire in modo flessibile; quando il rimedio agisce, la costituzione ritrova la sua elasticità e la sua direzione. È in questo contesto che le tecniche logoterapiche possono essere reinterpretate come operazioni di trasformazione costituzionale. L’autodistanziamento, in chiave omeopatica, potrebbe essere reinterpretato come la capacità della costituzione di non identificarsi più con la propria reazione eccessiva e disturbante. La dereflessione, in chiave omeopatica, potrebbe essere reinterpretata come la capacità della costituzione di sciogliere la propria fissazione reattiva, ritrovando la fluidità vitale che permette al sintomo di perdere centralità. L’autotrascendenza, in chiave omeopatica, potrebbe essere reinterpretata come la capacità della costituzione di superare la propria reattività alterata e ritrovare la sua direzione vitale, esistenziale, spirituale. L’umorismo, in chiave omeopatica, potrebbe essere reinterpretato come un atteggiamento della costituzione che, riequilibrata dal rimedio, ritrova la sua libertà, leggerezza ed ironia che le consentono di vedere le sproporzioni delle proprie reazioni.

L’intenzione paradossa è il punto di contatto più evidente tra logoterapia e omeopatia. Il logoterapeuta invita il paziente a desiderare ciò che teme, applicando la legge dei simili alla psiche. L’omeopatia fa esattamente questo: cura i simili con i simili. Questa reinterpretazione omeopatica delle tecniche logoterapiche permette di comprendere anche le nevrosi individuate dalla logoterapia come distorsioni costituzionali. La nevrosi noogena, che nasce dalla perdita del senso e dall’incapacità di trovare uno scopo esistenziale, può essere omeopaticamente considerata come una disarmonia del nucleo costituzionale del tipo omeopatico Aurum metallicum o di altri tipi che presentano sintomi di vuoto esistenziale (noia, sentimenti di inutilità, senso di vuoto interiore). La nevrosi meccanica, che riduce l’uomo a ingranaggio e lo spinge all’iperattività e a molteplici attività frenetiche che si rivelano inefficaci per colmare il vuoto esistenziale, può essere reinterpretata omeopaticamente come una rigidità funzionale riscontrabile, ad esempio, nei tipi omeopatici Nux vomica e Arsenicum. La nevrosi della domenica, quel vuoto che emerge quando cessano gli impegni, è il collasso del ritmo vitale riscontrabile omeopaticamente nei tipi Phosphorus, Sepia e Ignatia. In tutti questi casi, il rimedio omeopatico non “cura la nevrosi”, ma ristabilisce la libertà reattiva della costituzione, permettendo al soggetto di attivare spontaneamente le proprie naturali capacità di autodistanziamento e autotrascendenza.

In base a quanto detto, è facile comprendere che il dialogo tra logoterapia e omeopatia non è un mero esercizio intellettuale, ma è un importante contributo alla comprensione profonda della cura. La logoterapia mostra come l’uomo ritrova il senso, l’omeopatia mostra come la costituzione ritrova la sua direzione. Entrambe riconoscono che il sintomo è un linguaggio, entrambe affermano che il logos è il primo farmaco, entrambe vedono l’uomo come unità indivisibile. In un’epoca in cui la medicina rischia di diventare sempre più tecnica e sempre meno umana, questo dialogo offre una prospettiva preziosa: la cura non è solo eliminazione del sintomo, ma trasformazione del rapporto con se stessi, con il proprio corpo e con il proprio senso. La logoterapia restituisce all’uomo la sua libertà interiore, l’omeopatia restituisce alla costituzione la sua libertà reattiva. Quando queste due libertà si incontrano, la cura diventa una manifestazione di senso.

(*) Iscritto nel Registro degli Omeopati e nel Registro degli Agopuntori presso l’Ordine Provinciale di Roma dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale Minori e Intelligenza Artificiale, Torre di Ruggiero, Italia.