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Inserire il fenomeno nella sua corretta natura culturale: il ruolo dell'Intelligence

Per una pedagogia dell’Intelligenza Artificiale

Il tema dell’intelligenza artificiale è contemporaneamente controverso e aperto. Controverso perché si confrontano posizioni totalmente opposte: da una parte c’è chi sostiene l’intelligenza umana non potrà mai essere superata da quella artificiale e chi invece esattamente il contrario.

Nello stesso tempo la situazione è aperta, in quanto si può verificare qualunque tipo di esito, in quanto le conseguenze possono essere imprevedibili.

Il prof. Mario Caligiuri.

Di sicuro, non abbiamo ancora maturato una coscienza dell’intelligenza artificiale, così come l’umanità ha realizzato quella nucleare.

Infatti, Norberto Bobbio aveva definito una “coscienza atomica”, identificando la consapevolezza del genere umano sulle conseguenze dell’uso della bomba nucleare.

Consapevolezza che stiamo toccando con mano in questi ultimi anni: la Russia dispone della bomba nucleare ma non l’ha utilizzata e non la utilizzerà nei confronti; Israele dispone della bomba nucleare, ma non l’ha utilizzata e non la utilizzerà nei confronti di Hamas, dell’Iran o del Libano.

E c’è una differenza sostanziale: la bomba nucleare è in mano agli Stati, mentre l’intelligenza artificiale è posseduta dai privati. Questo cambia tutto.

L’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenta una metamorfosi del mondo, perché l’umanità non sarà più come prima, in ogni caso.

E noi oggi stiamo utilizzando parole, concetti culturali, categorie mentali, teorie pedagogiche, norme giuridiche che fanno riferimento a un mondo in via di estinzione .

E se incerta è la definizione, incertissima sarà la comprensione .

Dal mio punto di vista, l’esempio più evidente è rappresentato dall’IA ACT, con il quale l’Unione Europea, prima al mondo, sta provando a regolamentare l’intelligenza artificiale.

È un atteggiamento responsabile, poiché in assenza di regole regna il Far West dove, com’è noto, prevalgono sempre i più forti. 

Bisogna, però, nello stesso tempo, chiedersi com’è possibile regolamentare un fenomeno che si modifica di minuto e minuto con uno strumento rigido come la legge, soprattutto derivata dal diritto romano?

Nell’Unione viviamo circa 450 milioni di abitanti, su oltre 8 miliardi nel pianeta: quali piattaforme digitali regolamentiamo?

Si tratta di un provvedimento necessario, ma in gran parte dimostrativo.

Nello stesso tempo l’intelligenza artificiale sta profondamente mutando la struttura del lavoro.

Senza sapere nulla degli algoritmi, quasi un secolo fa l’economista John Keynes aveva ipotizzato che il problema del futuro sarebbe stato il tempo libero.

Infatti, lavoreremo nei prossimi anni solo un sesto della nostra esistenza, per cui scuole e università, oltre a insegnare come si lavora e a trasmettere il sapere, dovranno anche insegnare come si vive, per utilizzare in maniera vantaggiosa per noi e per la società, il tempo libero di cui disporremo.

Tutti i lavori saranno profondamente investiti dall’intelligenza artificiale, anche quelli più celebrati, come il medico, il giudice e anche l’informatico, poiché tante funzioni di base svolte oggi dai programmatori, verranno svolte dall’intelligenza artificiale generativa. 

Anche il mondo dell’istruzione sarà pesantemente investito. La Banca Mondiale   ha condotto una ricerca in Nigeria, in una scuola di Benin City nei mesi di giugno e luglio del 2024, sperimentando che l’utilizzo di un tutor di intelligenza artificiale generativa corrisponde a due anni di educazione tradizionale. 

Bisognerà poi ovviamente verificare gli effetti indesiderati e non previsti, il ruolo degli insegnanti, le conseguenze nel lungo periodo. La tendenza però è questa, innegabilmente.

L’uomo potrà trovare delle forme di resistenza sicuramente, progettando per esempio algoritmi educativi, che si oppongano a quelli commerciali. Praticamente utilizzare la stessa intelligenza artificiale per opporsi agli effetti indesiderati dell’intelligenza artificiale. 

Oppure utilizzare i poteri nascosti della mente, quelli che venivano studiati durante la guerra fredda dalla CIA e dal KGB.

O addirittura stimolare la mente con sostanze naturali o artificiali, proprio quelle che ha utilizzato Steve Jobs, che nel 2007 ha lanciato l’iPhone cambiando il mondo.

Inoltre occorre utilizzare l’intelligenza artificiale per difendersi dall’intelligenza artificiale.  L’idea è quella di promuovere un algoritmo educativo che fronteggi quello  commerciale, contrapponendo lo stimolo al pensiero rispetto a quello del consumo, la razionalità piuttosto che l’emozione, connaturata all’essere umana.

L’integrazione tra uomo e macchina, su ibridazione tra intelligenze umane e intelligenze artificiale, potrà comportare la salvezza o la dannazione dell’umanità.

Sono tutti i temi controversi, urticanti, pericolosi, ma non possiamo precluderci nessuna strada perché la guerra tra intelligenze potrebbe essere molto dura.

Le idee di Elon Musk si possono, e in alcuni casi si debbono non condividere, ma sono estremamente chiare: l’intelligenza artificiale è destinata a prevalere su quella umana, la terra è destinata ad implodere e le forme di sopravvivenza si spostano nello spazio.

Uno scenario del genere mette a dura prova tutta l’organizzazione sociale, che rischia di essere drammaticamente superata, e con essa il concetto stesso di sicurezza, che si allarga sempre di più a dismisura.

Più tecnologia richiede inevitabilmente più fattore umano. Lo stesso obiettivo che si è posta il DARPA, l’agenzia governativa per la difesa americana, che nel 1969 ha inventato Internet e che nel 1994 ha avviato il programma “Augmented Cognition”. 

Appunto per questo l’intelligence può rappresentare una riserva dell’umano, perché può avvicinarci alla sempre difficile comprensione della realtà.

L’intelligence, dunque, rappresenta la forma più raffinata di intelligenza umana, perché consente di andare oltre le apparenze.

L’Intelligence, infatti, serve per contestualizzare le informazioni, per individuare quelle rilevanti, per unire i punti, per cogliere i segnali deboli, per esercitare il pensiero laterale, per verificare la credibilità delle fonti e in definitiva per difendere la democrazia da se stessa e delle proprie inevitabili degenerazioni.

Occorre quindi inserire ogni fenomeno nella sua corretta natura che è quella culturale, intendendo con cultura sia una visione del mondo e sia la capacità, più che di conoscere il passato, di anticipare il futuro.

(*) Professore ordinario di Pedagogia all’Università della Calabria – Presidente della Società italiana di Intelligence