Ipotesi su somiglianze (e differenze) tra omeopatia e psicanalisi
Omeopatia: un “grimaldello” per scardinare la porta dell’inconscio?Esiste una memoria dell’acqua che si collega alla psicologia del profondo? Esiste un filo invisibile che collega l’azione del medicinale omeopatico ultra-diluito alle dinamiche più nascoste della nostra mente? Esiste una somiglianza tra omeopatia e psicanalisi che metta in evidenza, al contempo, anche la notevole differenza tra le due discipline? In qualità di medico chirurgo che esercita e studia l’omeopatia da tanti anni, mi sono posto queste domande e, almeno sul piano teorico, ho cercato di fornire qualche risposta sulle similitudini e sulle differenze esistenti tra i due approcci.
In un articolo pubblicato su un’importante rivista scientifica peer-reviewed, io e l’autorevole Giulio Tarro abbiamo cercato di chiarire i motivi per cui tra omeopatia e psicanalisi esistono sintonie, ma anche profonde differenze che rendono le due discipline ben distinguibili (De Giorgio G, Tarro G. Homeopathy and psychotherapy: clarifications on differences and similarities. A comparative analysis of related but distinct disciplines. British Journal of Healthcare and Medical Research. 2026 Feb;13(1):316–321. doi:10.14738/bjhr.1301.19959). Tra le tante differenze, in questo contesto argomentativo, vorrei sottolinearne una: l’omeopatia è una disciplina olistica e non “psicocentrica”.

A dimostrazione del fatto che la sua azione non si esaurisce nella dimensione psichica, basti pensare che alcuni importanti esperimenti in vitro riguardano addirittura gli effetti e le potenzialità dei rimedi omeopatici ultradiluiti in campo oncologico (Frenkel, M, Mishra, BM, Sen, S, Yang, P, Pawlus, A, Vence L, Leblanc A, Cohen L, Banerji P, Banerji P. Cytotoxic effects of ultra-diluted remedies on breast cancer cells. International Journal of Oncology, 2010 Feb;36(2):395-403. https://doi.org/10.3892/ijo_00000512).
Sia ben chiaro: gli studi sull’omeopatia in campo oncologico sono ancora numericamente limitati e devono essere ulteriormente approfonditi, tuttavia, sono estremamente interessanti e promettenti. Questi esperimenti in vitro dimostrano come gli effetti dei rimedi omeopatici possano essere riscontrati in laboratorio e, soprattutto, in totale assenza di effetto placebo. Non mi sembra poco. La ricerca scientifica sull’omeopatia, insomma, esiste e prosegue lentamente, ma incessantemente, da diversi anni. È una ricerca seria che deve essere fortemente incoraggiata, non scoraggiata, affinché la scienza possa spiegare e dilatare la conoscenza sui vantaggi della medicina omeopatica, così come sui suoi limiti. Una mia ipotesi teorica, ad esempio, pur coi suoi limiti, potrebbe presentare qualche utilità nel costruire un ponte tra la biologia cellulare, la clinica omeopatica e la psicanalisi.
Credo, infatti, che il medicinale omeopatico possa agire come un vero e proprio “grimaldello”. Questa dinamica, che oserei definire metaforicamente come la “dinamica del grimaldello”, non ha nulla di magico, ma si muove lungo un binario preciso. Innanzitutto il “grimaldello”, per poter scardinare la porta dell’inconscio, deve essere usato in coerenza con la “legge dei simili” (similia similibus curentur), principio fondamentale dell’omeopatia. Mi spiego: il medicinale omeopatico viene prodotto a partire da una sostanza che, nel soggetto sano (prover), provoca sperimentalmente sintomi “simili” a quelli accusati dal malato. Sotto il profilo psicodinamico, la somiglianza tra sintomi sperimentali e sintomi naturali fa sì che il paziente possa rispecchiarsi profondamente nel proprio inconscio attraverso una sorta di “specchio sintomatologico”. Ciò avverrebbe in quanto il cosiddetto “aggravamento omeopatico” funzionerebbe come un amplificatore. Nella pratica clinica omeopatica si verifica spesso un temporaneo aggravamento sintomatologico, che non va interpretato come un fenomeno negativo. Secondo la mia ipotesi, questo fenomeno provocherebbe una vera e propria amplificazione delle sensazioni interne e delle emozioni profonde precedentemente trattenute a livello inconscio. Durante l’aggravamento, esaltando il sintomo e l’emotività, il rimedio rompe temporaneamente le difese dell’Io, rendendo le dinamiche sommerse finalmente nitide e percepibili dalla coscienza del paziente. A questo punto si potrebbe tirare in ballo l’effetto placebo e spiegare il fenomeno come un semplice meccanismo suggestivo. Ancora oggi, molti medici criticano l’omeopatia bollandola come mero “placebo” a causa dell’assenza di molecole chimiche nei medicinali ultradiluiti.

Ma è proprio qui che scatta il cortocircuito logico che avvalora la mia tesi attraverso il “paradosso del placebo”: in questo modo la critica diventa prova. Se l’omeopatia funzionasse soltanto per effetto placebo, ciò significherebbe che il suo rituale terapeutico avrebbe una straordinaria e unica capacità di mobilitare le risorse neurovegetative, le aspettative e le energie profonde del paziente. Se l’impianto critico dei detrattori fosse corretto, l’omeopatia potrebbe essere definita, per automatismo scientifico, uno dei più potenti attivatori dell’inconscio a nostra disposizione. Tuttavia, l’omeopatia non si riduce alla sola suggestione. Come accennato, gli esperimenti condotti da Frenkel et al. hanno riscontrato effetti citotossici oggettivi di quattro rimedi omeopatici ultra-diluiti sulle cellule del cancro al seno. Le cellule in provetta non hanno un apparato psichico e non sono suggestionabili: il rimedio porta con sé un’informazione biofisica reale, dimostrando un’azione biologica oggettiva che prescinde dalla mente.
La mia ipotesi unisce, quindi, due aspetti. Sul piano biologico, il rimedio interagisce concretamente con i sistemi complessi e la reattività dell’organismo. Sul piano psicologico, la reazione sistemica e l’aggravamento omeopatico accelerano e facilitano la consapevolezza emotiva. In conclusione, in base alla mia ipotesi teorica – che certamente va rivista e perfezionata – il rimedio omeopatico dovrebbe essere considerato sia un modulatore di segnali biofisici cellulari, sia un catalizzatore dei meccanismi psicosomatici. Nel momento in cui tocca l’energia vitale dell’individuo, l’omeopatia innesca un meccanismo di autoguarigione mentale e corporale, sollecitando il paziente a guardare dentro di sé e portando alla luce ciò che prima era sepolto. L’effetto placebo, dunque, non esaurisce la natura del rimedio, al contrario, la componente suggestiva – laddove presente in ambito clinico – può agire in sinergia, potenziando l’efficacia omeopatica che rimane “reale”, tanto a livello conscio quanto a livello inconscio.
(*) Medico Chirurgo, Omeopata e Agopuntore, Membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale Minori e Intelligenza Artificiale.

