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Domani a Cinquefrondi i funerali del giornalista calabrese, che ha vissuto per anni sotto scorta

Michele Albanese: quando il giornalismo si assume il peso delle storie raccontate

Ci sono vite che si offrono giorno dopo giorno e la vita di Michele Albanese è stata così: un cammino tenace, dentro la sua terra e dentro la sua coscienza.

Per anni ha vissuto sotto scorta. Una condizione che non era solo una misura di sicurezza, ma una forma di solitudine. Non perché fosse solo, ma perché ogni gesto quotidiano diventava più difficile, più pesante, più consapevole. Anche uscire di casa significava coinvolgere altri, esporli, chiedere protezione. E Michele questa responsabilità la sentiva tutta.

Michele Albanese aveva 65 anni, dal 2014 viveva sotto scorta. Era una colonna del giornale “l’Altravoce – il Quotidiano”. Nel 2016 era stato nominato Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Eppure non ha mai smesso di essere giornalista. Non ha mai smesso di credere che raccontare la realtà fosse un servizio. La Calabria, per lui, non era solo una terra, ma una casa. La conosceva nei suoi dolori e nella sua bellezza, nelle sue ferite e nella sua dignità. La raccontava senza alzare la voce, ma senza abbassare lo sguardo.
La sigaretta, sempre accesa tra le dita, accompagnava i suoi pensieri.

La sua forza non era nel clamore, ma nella fedeltà alla verità. Perché aveva capito che il giornalismo, il buon giornalismo, può fare la differenza in questa terra piena di bellezza ma anche di mafia.

Aveva chiaro che il giornalismo non è soltanto scrivere, ma essere presenti, condividere il tempo degli altri, assumersi il peso delle storie ascoltate. Era esigente, prima di tutto con se stesso. E lo era anche con chi lavorava accanto a lui, perché credeva nei giovani, nelle loro possibilità, nella necessità di accompagnarli con fiducia e rigore.

La sua vita è stata sostenuta dall’amore della sua famiglia, dalla vicinanza di chi gli ha voluto bene, dalla stima di colleghi e amici. Ma soprattutto da una convinzione profonda: che la verità non è mai inutile, che raccontarla è un atto di giustizia, e che anche nelle notti più lunghe resta accesa una luce.

Oggi resta il segno della sua testimonianza. Non solo negli articoli che ha scritto, ma nelle coscienze che ha toccato, nelle vite che ha incoraggiato, nei giovani a cui ha insegnato che si può restare fedeli senza diventare duri.

Michele Albanese ha amato la sua Piana senza retorica, con la concretezza di chi sceglie di restare.
E oggi il suo esempio ci invita a continuare, con coraggio e speranza, a custodire la verità e a servire la nostra terra, la nostra casa.