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Sal da Vinci ha vinto la 76esima edizione del Festival della canzone italiana

L’ineludibile leggerezza dell’essere … Sanremo

Ogni anno accade la stessa cosa. Si scrutano gli abiti, si inseguono le polemiche, si misura l’audience minuto per minuto. Il Festival di Sanremo diventa il grande specchio dell’Italia leggera, quella che ama il luccichio e la battuta pronta.

Sal da Vinci, con il brano “Per sempre sì”, ha vinto l’edizione 2026 del Festival di Sanremo. Ha dedicato il premio alla sua famiglia ed a Napoli.


Eppure, se si resta qualche istante in più, se si ascolta senza la fretta di giudicare, sotto la superficie qualcosa si muove. Qualcosa che parla al cuore.
C’è Ermal Meta che canta la guerra come si canta una ninna nanna ferita, ricordandoci che dietro ogni conflitto ci sono figli, madri, infanzie spezzate. Non proclami, ma domande. La sua è una canzone che non alza la voce: la abbassa. E proprio per questo costringe ad ascoltare.
C’è Serena Brancale, che ha portato sul palco una dedica alla madre scomparsa. Non un esercizio di nostalgia, ma un dialogo interrotto che continua nella memoria. La sua canzone è un filo teso tra ciò che è stato e ciò che resta: la voce come carezza, il palco come luogo in cui il lutto diventa gratitudine. In un tempo che fatica a parlare della morte senza rimuoverla, quel racconto ha avuto il coraggio della dolcezza.
E poi Arisa. La sua interpretazione ha avuto il passo lento delle cose vere. Nelle sue parole c’è il bisogno, quasi infantile e insieme adultissimo, di sentirsi ancora figlia. Arisa ha avuto il coraggio di cantare il bisogno. E il bisogno, quando è riconosciuto, diventa forza.
Anche Tommaso Paradiso ha scelto di raccontare le fragilità contemporanee: amori imperfetti, smarrimenti generazionali, il desiderio di restare umani dentro relazioni che si consumano in fretta. Le sue parole hanno il sapore delle periferie emotive, di quella malinconia che non è resa, ma ricerca.

Con grande garbo e inusuale naturalezza Carlo Conti, presentatore e direttore artistico anche di questa edizione di Sanremo, ha passato il timone del festival 2027 a Stefano De Martino.

E poi lo spettacolo che si fa testimonianza. Quando Carlo Conti si è collegato con Paolo Sarullo, il ragazzo accoltellato e oggi costretto su una sedia a rotelle, l’Ariston ha trattenuto il fiato. In quell’istante non c’erano classifiche né luci di scena. C’era un giovane che, pur ferito nel corpo, sceglie di non cedere nell’anima.
Paolo non ha chiesto compassione. Ha offerto presenza. E la sua presenza è diventata una lezione silenziosa: la vita non coincide con ciò che perdiamo, ma con ciò che decidiamo di custodire.
Sanremo resta un grande rito popolare. È giusto che sia anche leggerezza. Ma dentro questa leggerezza, quest’anno, si sono fatti spazio la guerra e la pace, il lutto e la memoria, i padri e le madri, le fragilità e la resilienza.
Forse basterebbe ascoltare con meno ironia e più attenzione per accorgerci che non sono solo canzoni. Sono frammenti di umanità affidati alla musica. Ed è questo, in fondo, che rende ancora necessario un Festival.