Anche l'IA può essere "sorella"
L’attualità di Francesco d’Assisi nel cantico di don AlberioneOttocento anni dal transito di San Francesco. Otto secoli. Eppure, la profezia del Povero d’Assisi continua a interrogare i tempi, tutti i tempi, persino i nostri tempi. Il Cantico delle Creature non è solo una preghiera, è un’opera letteraria che parla a tutte e a tutti, credenti e non credenti. In questi otto secoli è stato letto e riletto, interpretato e reintrepretato, commentato e ricommentato. In prospettiva religiosa o pienamente laica. Poco importa.

A me, ad esempio, sin dall’età più giovane, grazie a mio padre Teobaldo, educatore, giornalista e cooperatore paolino, la risonanza del Cantico di Francesco è arrivata anche sotto le forme del Cantico della comunicazione sociale di don Giacomo Alberione (1884-1971): una profonda e illuminata intuizione di riflessione mediatica. Don Alberione, presbitero e fondatore della Famiglia Paolina, è stato uno dei grandi pionieri della comunicazione sociale e dell’apostolato della «buona stampa» nel Novecento, capace di scorgere nei moderni mezzi d’informazione strumenti provvidenziali al servizio della verità evangelica. Se il santo d’Assisi ha sovvertito la società medievale smantellando le gerarchie di potere per proclamare una società radicalmente egualitaria, don Alberione, apostolo dei media, ha colto nei progressi della tecnica non una minaccia per l’umanità, ma un’estensione della medesima armonia creaturale che governa l’universo. «Tutto è connesso», ci ha ricordato un altro Francesco, il papa. E i mezzi della comunicazione favoriscono questa connessione.
Rileggere il «cantico» di don Alberione attraverso la lente ermeneutica della visione francescana significa riconoscerne la matrice teologica fondante: la sovranità esclusiva del «buon Signore». In fin dei conti, Francesco d’Assisi ci ha insegnato siamo tutte sorelle e fratelli, che il potere non è coercizione, che la pace è innanzitutto pacificazione interiore, che la vita deve essere accolta quale dono di amore che libera, in «perfetta letizia». Questo capovolgimento svela la vanità di ogni supremazia terrena e demistifica la pretesa dell’homo sapiens di ergersi oggi sempre più a «homo deus». In un’era in cui la finanza e la tecnocrazia tentano di ridurre la vita a materia da manipolare, anche don Alberione, sull’esempio di Francesco, compie una sovversione spirituale: riscatta la tecnica, strappandola al profitto per inserirla nella trama di una storia, che è storia di salvezza.

In questa visione, i media cessano di essere meri artefatti per diventare fratelli e sorelle compagni di strada dell’umanità. Anche padre Massimiliano Kolbe, martire ad Auschwitz, quando ciclostilava i suoi fogli di devozione mariana, lodava la macchina che glielo consentiva come: «fratello motore». Allo stesso modo, Alberione applica il linguaggio francescano ai mezzi del suo tempo: benedice «sorella stampa», pane dell’intelligenza e luce dell’anima; canta la lode per «nostro fratello cinema», capace di agire sulla coscienza col suo dinamico narrare; riconosce la natura pneumatica di «sorella radio», che cammina sulle ali del vento; eleva la televisione a cattedra nel cuore di ogni casa per custodire l’armonia familiare. Le figlie e i figli spirituali di Alberiore, che per lui hanno continuato il Cantico, hanno salutato internet come «piazza grande del pianeta», auspicando che lo spazio digitale diventi dimora inclusiva e risorsa il cui avessi sia garantito senza distinzioni di sorta. Ogni strumento è così redento ed elevato a creatura dell’ingegno al servizio del Regno.
Proiettando questo dinamismo ad oggi, mi viene da pensare che ai nostri giorni avrebbe parlato anche di «sorella intelligenza artificiale». L’attribuzione del titolo di «sorella» conferisce all’algoritmo una forte dimensione etica. Collocando l’IA sul piano creaturale, si desacralizza il mito tecnicistico che attribuisce ai supercomputer un’onniscienza divina, o quasi. Priva della scintilla interiore della coscienza, l’IA non può farsi oracolo né sostituirsi alla responsabilità morale delle donne e degli uomini. Definirla «sorella» significa richiamarla alla sua finitudine, ponendola al servizio del bene comune, come ci ricorda anche Leone XIV nella sua enciclica «Magnifica humanitas». Sull’esempio di Francesco d’ Assisi, don Alberione ci chiede di avere uno sguardo positivo sulla tecnica. Di non avere paura. Di non demonizzarla. Perché anche la tecnica consente di lodare il «buon Signore» nell’edificazione del Regno di Dio nella storia dell’uomo.
(*) Professore di Diritto e religione all’Università di Pisa

