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Una scelta che si arricchisce di senso nella dimensione della vita comunitaria

La vita consacrata

Il dono della propria vita nella consacrazione religiosa è in realtà la memoria del dono più grande che l’umanità abbia ricevuto: il dono che il Padre ha fatto a tutti noi donandoci il suo Figlio, il quale per noi ha donato la sua vita e ci ha lasciato come testamento il comando fate questo in memoria di me. Su questa continuità di donazione si sviluppa la sequela del Signore, si svolge la vita del cristiano, si vive la consacrazione religiosa.

I consacrati sono come dei segnali, sul cammino delle carovane della Chiesa pellegrina sulla terra.

Chi è un religioso, una religiosa, una persona consacrata? Chi è il cristiano? Le Sante Scritture lo proclamano: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.(Mc 8,34) Ma cosa fanno i consacrati nella vita religiosa? Come seguono il Signore? Non fanno nulla di particolare se non rimanere davanti a Dio e con Dio, in ascolto di Dio, in ricerca di Dio per lasciarsi trovare da Dio, in attesa della venuta di Gesù Cristo, con il quale vogliono essere per sempre (1Ts 4,17) mentre lo incontrano ogni giorno nei fratelli e camminano con loro per le strade del mondo nella compagnia degli uomini. Vivono come pellegrini sulla terra, sono la chiesa pellegrina sulla terra, chiesa fatta di carovane che attraversano città e deserti con una meta, con un oriente preciso, l’incontro con il Signore veniente nella gloria. Camminano in gruppo, sono una carovana, il loro nome è Koinonìa, comunità, comunione, se sono fedeli alla vocazione ricevuta fanno segno, sono come dei segnali sul cammino. È una carovana in mezzo alle altre che compongono la chiesa pellegrina, una carovana che punta con decisione e saldezza verso il Regno veniente, che tende all’incontro con Gesù Cristo, colui che è da amare al di sopra di tutti, di tutti e di tutto, colui al cui amore nulla è anteposto. L’amore che Dio vuole è un amore intero, totale, ma non totalitario, come pretendono certi che si dicono spirituali. No, l’amore di Dio non è totalitario, cioè non esclude altri amori! Noi abbiamo la possibilità di amare Dio e contemporaneamente di amare un uomo, una donna, un amico, una amica, senza che l’amore di Dio patisca concorrenza. Non è vero che solo Dio basta, perché per essere persone autentiche abbiamo bisogno di amare anche altri, sapendo però che l’amore di Dio è totale, intero e che gli altri amori non devono essere preferiti a quello che abbiamo per lui.(Mt 10,37) (CfE. Bianchi, Raccontare l’amore,Rizzoli 2015,p.25) .

Dio ci chiede di umanizzare la vita, e questo avviene rimanendo con le persone, condividendo i loro problemi, ponendosi al loro fianco in ascolto del Vangelo e degli insegnamenti della Chiesa: solo allora potremo andare a scoprire insieme una parola che va condivisa e proclamare la buona notizia del Dio trino mediante il dialogo. Il dialogo infatti non è una alternativa alla predicazione, è la sola maniera di predicare. Dialogo, assieme ad aggiornamento, fu la parola magica che animo il Concilio Vaticano II, e coloro che hanno vissuto quegli anni ricchi di entusiasmo e di speranza hanno cercato con passione le vie dell’uomo per incontrare il Dio che viene. Molti di noi bevvero a sorgenti fresche e ricche di profezia, come le opere di Dietrich Bonhoeffer, il martire amato da tutti i credenti, teologo e pastore, che non si piegò al nazismo. La sua Vita comune divenne il paradigma di una nuova umanità, di una chiesa parimenti ricca di umanità e di grazia. “Egli, luterano della chiesa confessante, seppe creare attorno a sé una comunità di uomini di fede diversa, di confessioni opposte, nata per il miracolo che avviene quando un uomo profondamente, serenamente, autenticamente porta in sé la Parola che rende gli uomini fratelli, che fa un gruppo di prigionieri una comunità di uomini liberi. La vita comune è questo: nessuna dicotomia tra l’esperienza umana comunitaria e le sue profonde radici nella grazia, ma una composizione unitaria e completa nella quale i frammenti caduchi scompaiono, ma quelli la cui importanza dura per secoli si compongono in una visione d’assieme che è opera divina”. (Vittorino Joannes).

Per essere persone autentiche abbiamo bisogno di amare gli altri.

Il tempo che stiamo vivendo non rappresenta proprio un momento felice per la vita religiosa in molti continenti: essa presenta un panorama molto vasto di abbandono di conventi ed una emorragia costate di religiosi e religiose. Molte congregazioni si pongono oggi di fronte all’eventualità di estinzione e ci si chiede se la vita religiosa ha un futuro: i religiosi sono chiamati ad essere segno di speranza per l’umanità, altrimenti la loro presenza è perfettamente inutile. La vita comune è parte integrante delle diverse teologie come delle diverse abitudini alimentari delle persone che vivono insieme. Ma la vita comunitaria è un segno del Regno proprio per queste differenze: una comunità di persone che la pensano tutte allo stesso modo non è affatto un segno del Regno. È solo un segno autoreferenziale. Altrimenti prevalgono i conflitti.

Padre Timothy Radcliffe (Essere cristiani nel XXI secolo, Queriniania 2011 p. 114-115) spiega con un apologo come per condividere la nostra speranza non occorrano beni materiali, basta lo spazio per esserci, per parlare e per tacere, secondo necessità: “Tre preti – un domenicano, un benedettino e un vescovo – erano insieme su una nave che attraversava il pacifico. Fecere naufragio e si ritrovarono su un’isola deserta. Dopo un po’ apparve loro un angelo che si offrì di esaudire un desiderio per ciascuno. Il domenicano pensò intensamente e poi disse: “Vorrei tornare a casa dai miei fratelli nel convento”. In men che non si dica –wush – e se ne andò come un messaggio con l’i-Phone. Anche il benedettino disse: “Il domenicano ha avuto assolutamente ragione come sempre: anch’io desidero tornare a casa, nella mia Abbazia. Wush – e se ne andò via anche lui. Poi fu la volta del vescovo che disse: “Mi sento terribilmente solo ora che loro se ne sono andati. Potresti far sì che possano tornar di nuovo qui?-Wush! – Wush! Quei religiosi si sono mostrati saggi nel desiderare di rientrare alle loro comunità: noi abbiamo bisogno gli uni degli altri per mantenere viva la speranza di un futuro”. Nell’anno dedicato alla vita consacrata papa Francesco ha esortato (27.11.14) a “non avere paura di lasciare gli otri vecchi : di rinnovare cioè quelle abitudini e quelle strutture, che nella vita della Chiesa, e quindi anche nella vita consacrata, riconosciamo come non più rispondenti a quanto Dio chiede (…): le strutture che ci danno false protezioni e che condizionano il dinamismo della carità; le abitudini che ci allontanano dal gregge a cui siamo inviati”. E nella Lettera apostolica del 21.11.14 incitava a “camminare nel presente con passione e da esperti di comunione e andare verso il futuro con la carica profetica, con libertà e inventiva, quali avanguardie di quella uscita della Chiesa verso le periferie esistenziali e geografiche che favoriscono nuove diaconie e nuove sintesi dei valori permanenti da condividere con tutti, senza chiudersi a ghetto”. Con l’ardore che gli era proprio gridava ancora:”Svegliate il mondo!” (L.c. 2.2.14).

I religiosi, le religiose sono creature come tutti noi, che consacrano la loro vita, la offrono a Dio perché Gesù il Signore sia l’unico Signore. La loro opera si svolge nella compagnia degli uomini per rendere manifesto in mezzo alla gente il volto di colui che ha donato la vita per gli uomini, e che ci ha lasciato come compito per la nostra vita di cristiani quello di “perdere” la vita per i fratelli come lui ha fatto per noi: ciò   significa che non dobbiamo fare di noi stessi il valore assoluto, ma dobbiamo porre il Signore come centro e riferimento unico della nostra esistenza. A sostenerci sarà la preghiera, affinchè questo santo proposito sia confermato, cioè rafforzato dalla forza dello Spirito che vince la nostra debolezza. E la chiesa pellegrina sulla terra riunisce le carovane che camminano incontro al Signore che viene.