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L'intervento della Responsabile dell'Ufficio Diocesano Confraternite, Caterina Malfarà Sacchini, all'incontro del 19 aprile a Tropea

La storia antica delle Confraternite, che si rinnova nel nome di san Pier Giorgio Frassati

Pier Giorgio Frassati, beatificato dal papa San Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990 , diventa Patrono delle Confraternite d’Italia l’8 giugno 1990. Recentemente, domenica 7 settembre 2025, viene proclamato Santo da Leone XIV.

Prima di soffermarmi su di lui, vorrei fare un rapido escursus sulle origini e sulla storia delle Confraternite per poter meglio comprenderne i motivi  di fondo  e il loro ruolo oggi.  

Cristina Malfarà Sacchini, Responsabile dell’Ufficio Confraternite della Diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea. Alle spalle, Giuseppe Adilardi, già Priore della Confraternita dei Bianchi di San Nicola, co-organizzatrice dell’incontro di Tropea.

S. Bonifacio fa risalire l’origine delle Confraternite a gruppi spontanei di preghiera che, dal VII secolo, si consolidano in associazioni, ben strutturate e crescenti nel numero, impegnate a pregare per i vivi e per i defunti. Sono gruppi che nascono col fine di servire la Chiesa e l’uomo e per intraprendere un cammino di santificazione simile a quello dei chierici e dei religiosi: hanno la loro stessa finalità di vivere le virtù evangeliche e partecipare della gloria eterna ma si tratta di laici che mantengono la loro vita familiare e lavorativa. Tuttavia, osservano una “regola” e cercano di perseguire la perfezione della vita cristiana propria degli ordini monastici e conventuali. In largo anticipo rispetto agli ordini religiosi che si sarebbero formati, praticano opere di carità e misericordia e si impegnano nell’incremento del culto pubblico e della pietà popolare. 

Fonti autorevoli riportano, attorno al 658 o 660, un Concilio che, secondo Philippe Labbè e il padre gesuita Giacomo Sirmondi, si tenne a Nantes al tempo di papa Vitaliano (pontefice dal 657 al 672), nel quale si trattò il fenomeno variamente indicato come “confratrias” ,  già ben radicato da tempo nella Chiesa e nella società. 

In tal modo si potrebbe ipotizzare una qualche sorgente tra la fine del VI secolo e gli inizi del VII. 

Il primo documento che attesta l’esistenza delle Confraternite è di Hincmaro, l’arcivescovo di Reims che, nei ‘Capitula presbyteri’ dell’ anno 852, parlava di associazioni di soli laici che si riunivano in assemblea e avevano una loro organizzazione e amministrazione. Erano denominate ‘Geldonie o Confraterie” ed erano state istituite per esercitare alcune opere di pietà e carità: fare mutua assistenza e offerte al tempio, mantenervi la luminaria, accompagnare alla sepoltura i defunti, dare aiuti ai poveri e dedicarsi ad altre funzioni di pietà per guadagnarsi merito presso Dio; naturalmente erano tenuti all’ubbidienza verso i presbiteri. 

I componenti della Confraternita si chiamavano “confratelli”, come derivazione di “come-fratelli” o “con-i-fratelli”; questo significa che si consideravano uguali tra di loro, in quanto tutti figli di Dio. Tutti uguali perché fratelli. 

Nasce allora la tradizione dell’abito confraternale, uguale per tutti tranne che per il priore con compiti direttivi. Era necessario, quindi, marcare visibilmente l’appartenenza del singolo alla propria Confraternita e – nel contempo – rendersi anonimi dentro la stessa, per fare il bene agli altri ma senza farsi riconoscere. 

Bisogna aspettare la fine del XII secolo perché queste aggregazioni prendano il nome di ’fraternitas’, guidate da un ‘magister’. 

L’espansione della devozione a Maria, una forte spiritualità, le preghiere e la sepoltura dei defunti, l’attività di mutua assistenza sono i capisaldi che caratterizzarono il movimento confraternale nei secoli successivi.

Inizialmente guardate con curiosità, guadagnano ammirazione per l’autenticità di vita cristiana. Ottengono anche di potersi riunire in chiese non parrocchiali.

La Confraternita di Maria Santissima del Rosario di S. Onofrio (VV), di cui Caterina Malfarà Sacchini (in seconda fila, prima da sinistra) è Priore.

La diffusione divenne capillare e, nel secolo XVI, il ruolo liturgico delle Confraternite si accrebbe; molte di esse divennero importanti e portarono un contributo non indifferente, non solo nella lotta contro le eresie, ma anche per contrastare il protestantesimo nei vari Stati della penisola: costituirono un baluardo contro la riforma luterana. 

In collaborazione con le parrocchie, contribuirono al rinnovamento del cristianesimo promosso dal Concilio di Trento che trasformò la cultura penitenziale, rendendola più spirituale e ridimensionando alcune pratiche. 

 Col tempo alcune Confraternite furono investite da speciali privilegi, che confermavano la loro importanza nella vita religiosa e sociale dell’epoca. 

Se all’inizio i confratelli indossavano abiti modesti e cappucci bianchi, si ebbe poi un arricchimento delle loro vesti: vennero introdotti abiti di raso e tessuti pregiati, spesso ricamati in oro e argento.

Numerose furono le Confraternite che, forti dal punto di vista finanziario, contribuirono efficacemente allo sviluppo sociale, artistico ed economico delle città e paesi in cui erano inserite. Ad esse infatti si deve l’erezione di chiese e monumenti, oratori, ospedali, ospizi per i poveri e pellegrini, orfanatrofi, case di accoglienza con opere di assistenza agli infermi, ostelli, e conservatori per ragazze in pericolo, organizzazione e gestione di scuole per diffondere la conoscenza di mestieri e l’educazione religiosa, assistenza religiosa ai condannati a morte e ai detenuti, suffragio dei defunti e gestione dei luoghi di sepoltura, proponendosi sempre più come palestre di vita cristiana, capaci di educare la coscienza e il comportamento delle persone. 

Notevolissimo è stato poi l’apporto che esse hanno dato allo sviluppo delle arti, commissionando agli artisti, per le loro sedi, sculture, dipinti, oggetti pregiati e di culto. 

Così le Confraternite, ridisegnate, da associazioni spontanee, diventano sodalizi dotati di potere indipendente ma che possono esistere solo se rette dall’autorità ecclesiastica: devono impegnarsi a diffondere la dottrina cristiana, offrono una regola di vita, incoraggiano preghiere di suffragio. 

L’Ottocento è stato forse il secolo più infausto per il mondo confraternale italiano: si aprì con i decreti napoleonici, le conseguenti soppressioni e usurpazioni illegittime con la confisca di tutti i beni degli associati; si concluse con quelle realizzate invece ope legis dal Regno d’Italia.  L’anno 1890 può definirsi “epocale” , con la legge nota anche come “legge Crispi” che  aveva lo scopo di ricondurre la materia dell’assistenza e della beneficenza tra quelle di diretta competenza statale, sottraendola conseguentemente all’iniziativa privata. Di conseguenza le Confraternite, considerate come Opere Pie, ovvero equiparate alle istituzioni pubbliche di beneficenza, furono assoggettate alle disposizioni della legge civile. Alcune furono raggruppate, altre trasformate, altre soppresse. Lo storico delle Confraternite Luigi Huetter computa addirittura in 11.707 le Confraternite italiane di fatto estinte dal provvedimento.

Riuscirono a sopravvivere solo quelle di puro culto, con un carattere prettamente religioso. 

Le Confraternite, seppur di antichissima fondazione, non hanno oggi esaurito la loro funzione all’interno della Chiesa e della società. 

Nel suo discorso rivolto alla Confederazione delle Confraternite delle diocesi d’Italia pronunziato in Piazza San Pietro il 10 novembre 2007, papa Benedetto XVI ha  incoraggiato le Confraternite a moltiplicare le iniziative e le attività, esortando soprattutto la cura della formazione spirituale e la tensione alla santità: vasto è dunque il campo nel quale dovete lavorare, cari amici. 

Papa Francesco e Papa Leone, dal canto loro, hanno, sin da subito, riconosciuto alle Confraternite l’importante ruolo di custodi della pietà popolare che non si esaurisce nei pur belli riti tradizionali, ma che ha una grande forza evangelizzatrice. Le Confraternite sono, da secoli, luoghi d’elezione per la preghiera e la fede;  polmone spirituale delle nostre comunità. 

Esse sono, inoltre, depositarie della nostra memoria storica: rappresentano un patrimonio immateriale, fatto di riti e tradizioni che definiscono chi siamo, e un patrimonio artistico-culturale inestimabile. Gran parte dei tesori d’arte della Calabria, dalle tele agli archivi storici, è preservata proprio grazie alla cura meticolosa delle chiese confraternali.

Bisogna, però, rispolverare i carismi che stanno alla base delle origini e rielaborarli alla luce di quelle che sono le esigenze e le aspettative della società di oggi. Bisogna trovare un linguaggio nuovo che riesca a testimoniare, nella quotidianità, i valori del Vangelo e i principi della cristianità, perché la Chiesa all’interno della nuova opera di evangelizzazione ha bisogno di questa vitalità confraternale.

Un altro aspetto sicuramente importante delle confraternite è la coralità, che può essere il motore del cambiamento e dello sviluppo. La comunità cristiana è, per sua stessa natura, una fraternità. L’immagine paolina di un solo corpo con più membra chiama il fedele ad essere come corpo che, all’unisono, canta l’unità e le differenze. 

Il ruolo delle Confraternite non si esaurisce nell’essere depositarie della memoria storica e custodi della pietà popolare, ma si apre ad un’ampia gamma di attività nel sociale.

Attraverso la formazione religiosa, morale, devozionale, le confraternite introducono i giovani anche alla vita sociale: sono una palestra in cui sperimentare l’esercizio del crescere insieme; luoghi speciali dove scoprire e gustare la dimensione interiore del cammino; scuole di vita, luoghi di accoglienza, fucine di una nuova società democratica ed egualitaria; favoriscono la promozione della dignità umana, propedeutica alla convivenza civile; offrono l’opportunità di fare una concreta esperienza sinodale. 

Di conseguenza, la caratteristica più importante delle Confraternite, come delle comunità in generale  e delle famiglie nel particolare, è il vincolo di unità, lo spirito di comunione. Questo deve emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cittadino, dove si educano i futuri cittadini di domani dove si educano gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità.

Spiritualità della comunione significa sguardo del cuore sul volto dei fratelli che ci stanno accanto; capacità di sentire il fratello di Fede nell’unità profonda del corpo mistico, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia; capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio, un dono non solo per il fratello che lo ha direttamente ricevuto ma anche per l’intera confraternita. Spiritualità della comunione è infine saper fare spazio al fratello portando i pesi gli uni degli altri e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente si insidiano generando competizione, carrierismo, diffidenza e gelosie.

Senza questo cammino spirituale a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori come gli abiti, le fasce, le medaglie, diventerebbero apparati senza anima, solo maschere.

L’impegno delle Confraternite è rendere più cristiana la vita dei sodali, nutrendo la loro fede con una robusta spiritualità e adeguate liturgie, accompagnandoli lungo il sentiero della vita, che conduce alla salvezza eterna. 

L’affratellamento, infatti, non deve limitarsi solo alla velleità di garantirsi prestazioni materiali; bisogna essere luminose prove di come la vita deve essere arricchita dalla fede, dalla capacità di impegnarsi alacremente nel sociale e a favore di chi ha bisogno per essere testimoni viventi di un cristianesimo vissuto in pienezza, in tutte le situazioni della vita.

Le Confraternite che hanno resistito per secoli, trasmettendo mentalità consuetudini e regole di comportamento che hanno consentito alle società, alle popolazioni, di sopportare traumi vari: guerre, pesti, carestie, epoche di grande povertà, hanno le carte in regola per svolgere un ruolo fondamentale nella trasmissione della fede e sono chiamate ad aprirsi a nuove ispirazioni, a non rimanere immobili nel passato, a guardare al presente, ma anche al futuro; a rispondere con coraggio ai bisogni del nostro tempo. Per adeguarsi a questa loro missione, devono saper guardare al proprio passato ma anche sapersi proiettare verso il futuro, con coraggio. Forse, in alcuni casi, è necessario un cambiamento di mentalità: saper rinunciare a elementi superficiali della tradizione, a favore della testimonianza di fede nella vita di ogni giorno. È questa la vera sfida.

Pier Giorgio Frassati, figura molto importante per tutte le aggregazioni laicali, fu beatificato dal papa San Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990, e dopo pochi giorni, l’8 giugno 1990, è diventato patrono delle confraternite d’Italia, con patronato concesso con decreto Prot. 488 della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Più di recente, domenica 7 settembre 2025 Leone XIV lo ha proclamato santo. 

San Pier Giorgio Frassati (1901-1925) è il Patrono delle Confraternite d’Italia.

La sua vocazione di laico cristiano si è realizzata nei suoi molteplici impegni associativi. In una società in fermento, talvolta indifferente e ostile alla chiesa, Pier Giorgio seppe dare impulso all’ aggregazione laicale. Sviluppò prestissimo una profonda vita spirituale, si prodigò, donando tutto se stesso. Ancora prima di sapere chi voleva essere, aveva ben chiaro per chi voleva essere. Nella sua breve vita, infatti, oltre che coltivare un vivo e appassionato rapporto con Dio, si è dedicato ai poveri e agli umili che amava profondamente. Li andava a ricercare nei quartieri più lontani della città; saliva le scale più strette e più oscure, entrava nelle soffitte, dove soltanto abitano la miseria e il dolore; portava il soccorso che sfama e diceva la parola che consola.  Tutto quello che aveva in tasca era per gli altri, come tutto quello che teneva in cuore. Come Frassati anche don Mottola nasce nel 1901 e, come lui, anche il sacerdote tropeano scendeva nei tuguri e toccava con mano la povertà della gente: e se don Mottola era considerato il prete degli ultimi, dei nujiu du mundu, di Frassati si diceva che fosse nato per dare, non viveva per sè; era un cristiano di fede e un cristiano d’azione: possedeva il fascino, anzi il contagio dell’esempio che trascina; irradiava intorno a sè la gioia perenne e inalterabile. Provava tanta gioia nel fare il bene, che essa gli traluceva dagli occhi! 

Nella sua esistenza, la Fede si fondeva con la carità: saldo nella fede e fattivo nella carità poiché la fede senza le opere è morta. La Fede e la carità erano forza motrice della sua esistenza. Lo rendevano attivo nella società e lo trasformano in gioioso ed entusiasta apostolo di Cristo, in appassionato seguace del suo messaggio e della sua carità. Lo racconta anche l’inno, scritto e musicato dal maestro Marco Frisina, per la sua canonizzazione : Resi forti dalla sua grazia porteremo il suo Vangelo.

Vessillifero gagliardo delle schiere giovanili. Nei pareri, nei consigli, nei sentimenti, nei giudizi era d’una precisione morale così assoluta, d’una equità così scrupolosa, d’una generosità così ricca e così sincera, che gli amici lo seguivano in qualunque occasione con una confidenza senza limiti. Il suo cuore come la sua mente erano diritti, d’una lealtà irreprensibile, incapaci d’un solo sentimento o d’un solo pensiero tortuoso o incerto. 

All’ascesa sociale preferiva quella spirituale, amava salire in montagna come sano esercizio fisico certo ma anche come occasione per avvicinarsi a Dio, ascoltare la sua voce nella purezza dell’aria, cercare il suo volto tra le nuvole quando al di sopra della vetta non restava che il cielo. Salire sul monte è un modo per scendere in profondità dentro se stessi, per interrogarsi sulle proprie aspirazioni e contraddizioni, fare spazio alle cose davvero importanti, fare deserto attorno a sé per concentrarsi su di Lui, l’unico sommo bene, che è Dio. 

Il monte ha, infatti, una dimensione simbolica perché rappresenta la tendenza dell’uomo ad autotrascendersi, a cercare nell’altro e nell’oltre ciò che possa riempire i suoi grandi vuoti interiori, attraverso il sentiero della testimonianza puntare dritto alla vetta, attraverso un cammino lento e attento ritrovare se stessi per incontrare Dio. 

Verso l’Alto allora deve diventare il nostro mantra che ci aiuta a liberare la mente dai pensieri inquinanti e concentrarsi su un’intenzione profonda. 

Anche se Pier Giorgio Frassati è morto da un secolo, seppur da lui ci separino quasi tre generazioni, le sue intuizioni sono ancora assolutamente attuali: è ancora un testimone vivente perché egli è vivo, soprattutto per le confraternite. La vita di Pier Giorgio, la sua fede profonda, la sua generosità e schiettezza, il legame sincero e fraterno con gli amici, la naturale e spontanea inclinazione verso i poveri, i sofferenti, gli infelici, sono questi i pilastri che tengono in piedi le confraternite, oggi come allora.

Le Confraternite lo incontrano dappertutto, tutti i giorni: nel lavoro quotidiano al servizio della Chiesa, nelle attività parrocchiali; quando si occupano di solidarietà verso i poveri e di una speciale attenzione verso i giovani; lo incontrano quando riflettono di quanti buoni Samaritani come lui avrebbe bisogno il mondo. I priori, soprattutto, lo hanno davanti a sé, a fare da binario affinché la sbuffante locomotiva a vapore, per certi versi vetusta, non si lasci troppo alimentare dal fuoco delle mondane passioni che potrebbero portare a un deragliamento. Solo così nel lento cammino si può raggiungere alla fine quella stazione per la quale si è tutti partiti, diretti verso l’alto, verso Dio.

Seguendo il suo esempio, i priori delle confraternite tengono alta la dignità, in mezzo alle dure lotte intestine che spesso devono affrontare nelle piccole o grandi comunità, e lo fanno con prudenza e giustizia, con fortezza e temperanza per arginare divisioni e conflitti, logiche di potere, ricerca del prestigio sociale, l’affermazione del proprio io, invece che del servizio disinteressato e dell’incontro sincero con l’altro. 

Questa figura luminosa, che ha vissuto la sua fede in modo autentico e coraggioso divenendo un modello sempre attuale di laicità Cristiana generosa e intraprendente, è quindi il nostro punto di riferimento. 

S.E. Mons. Attilio Nostro, vescovo di Mileto, Nicotera e Tropea, ha “dato la rotta” alle Confraternite diocesane ed ha annunciato di volerne istituzionalizzare il raduno, che domenica 19 aprile 2025 si è svolto a Tropea.

Leggendo quello che ha scritto e cosa ha fatto della sua vita, si ha davvero l’impressione che abbia saputo scavalcare le differenze generazionali e mettere in gioco terra e cielo, allegria e impegno, arte e amicizia, solidarietà e complicità. Ed è bello sapere che, cent’anni fa, un giovane di un’Italia certo borghese e privilegiata abbia letteralmente donato la sua vita al sacro valore dell’amicizia, della fraternità, agli uomini e alle donne del suo tempo, toccando la povertà con mano. Giovane, ma subito adulto. Adulto, ma incredibilmente giovane. Allegro, sorridente, bello, pieno di ardore mistico, a fianco della povera gente, appassionato alla fede e al Vangelo. 

Alla ricerca delle relazioni vere, si è dato da fare senza mettere like, una solidarietà sincera, vera, fraterna, appesa non al momento di un attimo ma alla quotidianità che esige sacrifici, rinunce, vita di preghiera. Si è calato dentro le sofferenze dell’umanità, senza se e senza ma. Frassati è un innamorato di Cristo con le mani nella pasta della Storia: il suo cammino di santità è la fedeltà al tempo presente, vivere il Vangelo nella quotidianità. Non era un filantropo, ma un giovane che non attese che i poveri diventassero prossimi: andò lui verso di loro. E non gli bastava un bene fatto per slanci di generosità: voleva gesti capaci di generare altro bene.

In  un presente che ci vuole sempre più isolati, individualisti ed egoisti, possiamo scegliere di diventare esperti donatori di noi stessi; possiamo farci costruttori di ponti; possiamo imparare a non lasciare indietro nessuno e a conoscere Dio nell’amicizia con i confratelli, trasformandoci da voce solista a voce corale; possiamo imparare a camminare in cordata con l’attenzione per chi ha bisogno di procedere a un passo più lento o di fare una pausa per riprendere fiato. 

In tutto questo consiste la forza contagiosa e travolgente di Piergiorgio Frassati che continua a farsi nostro amico e compagno di viaggio: che sia attenzione e sostegno agli ultimi, preghiera, fraternità, ascolto, vita in pienezza, a ognuno poi è dato di scoprire come realizzare il proprio carisma.

Nessuno è troppo giovane per fare del bene, per aspirare a cose grandi. L’esempio di questo capocordata aiuta a crederci con tenacia, a liberarsi dalla paura di non riuscirci o di non esservi chiamati; invita a cercare lungo il sentiero della propria esistenza terrena le cose che contano, quelle che salvano se stessi e gli altri, quelle che valgono la pena.

Una delle sue frasi più significative vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere, in una lotta continua, la verità, non è vivere ma è vivacchiare, si presenta come un invito a riflettere sulla differenza che c’è tra vivere e vivacchiare, tra l’inerzia del sostare e il proiettarsi dinamico verso l’alto, un’esaltazione a vivere bene, ad adoperarsi per la propria vita e per quella degli altri, andare in profondità e allo stesso tempo andare verso l’alto in una speciale simmetria spirituale.

Questo può essere un impegno di tutti i confratelli più giovani che, proprio come Frassati, hanno negli occhi un entusiasmo e una passione da assecondare perché possono diventare le leve del cambiamento. Impariamo da lui e dalle sue tre esigenze spirituali e culturali:

  1. senza Dio il sentiero della vita non porta da nessuna parte, perché senza Dio l’uomo costruisce contro se stesso; 
  2. senza la carità, senza l’amore che ci fa prossimi a coloro che si trovano nel bisogno, nella sventura e nella sofferenza, il sentiero della vita è un sentiero senza senso; 
  3. il sentiero della vita va innanzitutto percorso con il senso della bellezza e con il recupero del patrimonio culturale.

Calcando i passi di Piergiorgio, insomma, si impara  a coltivare dentro di sé il senso della presenza di Dio, il senso dell’amore per i poveri, il senso della custodia del patrimonio. 

I nostri antenati e il nostro Santo Patrono ci hanno lasciato in eredità delle Aggregazioni laicali uniche, nel loro genere. Disseminando sassolini bianchi hanno permesso che non ci smarrissimo lungo i sentieri delle nostre vite, facciamolo anche noi con i nostri giovani, lavoriamo per il futuro e disseminiamo anche noi dei sassolini bianchi che possano essere punti di riferimento per la nostra progenie.