“La speranza non nega il dolore, ma non gli consegna l’ultima parola”
Pubblichiamo l’omelia di S.E.R. Mons. Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone e Santa Severina, per il funerale a Milano della sedicenne Chiara Costanzo, tra le vittime della tragedia di Crans-Montana. Chiara aveva studiato nel Collegio di San Carlo, di cui Mons. Torriani è stato Rettore. Le esequie si sono svolte mercoledì 7 gennaio nella Basilica di Santa Maria delle Grazie.
«E venne uno dei capi della Sinagoga». Il Vangelo ci parla di cammini e di soste forzate. Di passi e di arresti improvvisi. Proprio come è capitato in quel maledetto ultimo giorno dell’anno a Crans Montana. E c’è un genitore, un padre, come Andrea. È Giàiro, uomo rispettato, con un ruolo, con una parola autorevole nella comunità. Eppure, davanti alla malattia della figlioletta, tutto questo cade, anche lui. Resta solo un padre «con la morte nel cuore». Questa è stata l’espressione che nei giorni scorsi mi ha confidato tra un sussurro e un singhiozzo.
Giàiro non discute, non spiega, non argomenta. Si getta ai piedi di Gesù e lo supplica. È una supplica povera, quasi indegna per uno come lui. Non è una preghiera composta: è qualcosa che assomiglia più ad un urlo strozzato, a una voce che esce a fatica perché il dolore toglie il respiro. È l’immagine di chi ha la morte nel cuore e tuttavia non riesce a smettere di chiedere; è l’immagine di chi non ha più certezze, ma conserva una flebile voce per invocare la vita.

Ci ritroviamo in tanti così oggi: inermi, spogliati, con domande senza risposta. Con la sensazione che, davanti a ciò che è accaduto, la morte sembri aver steso il suo mantello riducendo tutto in cenere.
E mentre Gesù va con Giàiro, accade qualcosa che interrompe il cammino: una donna senza nome, malata da anni, schiacciata dalla folla, osa avvicinarsi e toccare il mantello. Due storie diverse, ma unite dallo stesso grido: la vita che non vuole arrendersi, anche quando tutto sembra perduto!
Ciascuno di noi, in modi diversi, porta questo peso: adulti, genitori, nonni, amici, ragazzi. Di fronte a ciò che è accaduto, sembra che sia solo la morte a parlare, che sia lei a dettare il senso delle cose, a imporsi come padrona.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci consegna una figura fragile e potente insieme: una donna malata da dodici anni, senza futuro, senza nome, senza volto. È una donna consumata dalla vita, schiacciata, esclusa. Non ha più parole forti, non ha più diritti da rivendicare. Le resta solo un gesto minimo, quasi rubato: toccare il mantello di Gesù.
Questa donna assomiglia oggi a ciò che sentiamo dentro.
La morte, quando entra così improvvisamente nella vita, ci rende simili a lei: impoveriti, confusi, senza futuro. Ci toglie il controllo, ci toglie le certezze, ci toglie persino il linguaggio.
E attorno a lei – e attorno a noi – c’è la folla.
La folla sono le paure che ci abitano.
Le paure di noi adulti e dei genitori che, davanti a una tragedia così, ci scopriamo impotenti. Ci accorgiamo che non possiamo avere tutto sotto controllo, che non possiamo garantire la vita, che il passaggio della vita ai giovani non è mai un possesso, ma sempre un affidamento fragile.
La folla sono anche le parole vuote, le frasi dette per riempire il silenzio, i discorsi retorici che non riescono a guarire il dolore vero.
Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni, colpe, responsabilità. Ci sarà un tempo anche per questo. Non è oggi quel tempo.
Oggi chiediamo solo questo: la forza di trovare qualcosa fuori di noi che ci rimetta in cammino. Perché dentro di noi, oggi, troviamo solo cenere e vuoto.
Siamo come questa donna: schiacciati dalla vita, senza neppure il coraggio di guardare Gesù in faccia.
Forse, se potessimo farlo, se potessimo parlargli in faccia senza filtri, non gli diremmo parole educate. Forse urleremmo tutta la rabbia, tutta la protesta, magari lo bestemmieremmo pure: “Dove eri? Perché è successo?”.
«Chiediamo la forza di trovare qualcosa fuori di noi che ci rimetta in cammino»

Ma questa possibilità non ci è data. Ci è data solo l’apparente miseria di sgomitare nella folla: tra paure, pensieri e vuoti che soffocano.
E di cercare, non dentro di noi, ma fuori di noi, una parola che non sia solo conforto, ma che rimetta in circolo la vita.
Questa è la fede cristiana: fragile, sgangherata, perfino scandalosa in momenti come questo. Eppure ostinata nel credere che la vita non nasce mai da sola, che non si genera dal nostro controllo, ma da un incontro.
Anche i discepoli, nel Vangelo, sembrano una barriera. Sono vicini a Gesù, ma non capiscono. Sono come gli impicci della buona volontà, come le presenze sincere di un intero paese che però non possono colmare quella lontananza profonda che oggi sentono nel cuore papà Andrea, mamma Giovanna, Camilla, Elena e Luca. Una distanza che nessuno può attraversare al posto loro.
Eppure Gesù, in mezzo al frastuono, sente un tocco.
Una preghiera senza parole. Un urlo muto. Una vita che non sembrava più avere significato. E Gesù si ferma. Si gira.
Vorremmo anche noi che oggi Gesù si girasse.
Che partisse da questo tocco fragile, da questa fede stanca, da questo dolore confuso. Non per spiegare tutto, ma per riconsegnarci un futuro. Ne abbiamo bisogno!
Ne abbiamo bisogno noi adulti, ne avete ancor di più voi ragazzi e ragazze che siete qui oggi. Una parola che non suoni come un ammonimento, ma che abbia il timbro fermo dell’affidamento.
Viviamo in un tempo che spesso vi confonde su ciò che conta davvero.
Vi viene detto che il desiderio coincide con il possesso: “Desidero ciò che prendo, ciò che consumo, ciò che controllo”. Ma il desiderio vero non è possesso. Il desiderio vero è ciò che vi mette in cammino, ciò che vi fa alzare lo sguardo, ciò che vi apre alla vita e agli altri. Quando il desiderio diventa possesso, smette di generare vita e comincia a chiuderla.
Allo stesso modo, non confondete la speranza con l’ottimismo. L’ottimismo dice: “Andrà tutto bene”. La speranza dice: “Vale la pena vivere, anche quando non va bene”. La speranza non nega il dolore, ma non gli consegna l’ultima parola.
E non confondete i talenti con le sole capacità.
Le capacità sono ciò che sapete fare. I talenti sono ciò che siete chiamati a diventare. Si scoprono nel tempo, nell’ascolto, nell’incontro con adulti veri, capaci di lasciarsi toccare dalla vostra vita.
Per questo vi dico: cercate adulti che non siano folla, ma presenza. Che siano capaci di parole di verità e non di chiacchiere sterili o idee preconfezionate.
Non accontentatevi di parole facili, di modelli vuoti, di vicinanze che non sanno fermarsi. Cercate relazioni che sappiano riconoscere il vostro tocco, come Gesù in mezzo alla folla.
Oggi non comprendiamo tutto, ma possiamo ancora affidarci. Come Giàiro ai piedi di Gesù
Oggi siamo qui perché una vita è stata spezzata troppo presto e ci accorgiamo che da soli non si regge un dolore così: è troppo grande, troppo incomprensibile.
Un peso del genere chiede di essere condiviso, appoggiato alle spalle di altri, di fratelli e sorelle, vicini e lontani.
Quando la morte irrompe all’improvviso, senza avviso, con un volto duro e crudele; quando non prende te ma strappa via ciò che ti è più caro, il figlio, il cuore del tuo cuore, il futuro in cui ti riconoscevi, allora ogni parola si rivela insufficiente, anche la più alta, anche la più vera. Noi tutti ci siamo trovati gettati, senza preparazione, nel mistero di una sofferenza senza spiegazioni e di una morte che non concede tempo, proprio mentre la vita era festa, gioco, leggerezza, brindisi. E davanti a questo ci viene da dire: non è giusto. Non lo è (Cfr. il commento di Maurizio Patriciello su Avvenire di sabato 3 gennaio 2026).
Non lo è per nessuno, non lo è per un’intera città, non lo è per una comunità scolastica, non lo è per i giovani e le giovani che stanno lottando ancora aggrappati ad una flebile speranza di vita e alle cure dei medici e infermieri. Non lo è per Chiara. Che nel silenzio, senza mai ostentare, faceva tutto bene (nella scuola, nello sport, nella capacità di trafficare, con il suo sorriso e la sua autoironia delle proprie fragilità, i propri talenti anche con i più piccoli del Doposcuola dell’Oratorio di Sant’Ambrogio). No, non è giusto! E non lo è ancora di più sapendo il forte senso di giustizia che animava i suoi pensieri e le sue riflessioni.
Ma proprio per questo, ciascuno di noi è chiamato a non smettere di cercare quel tocco che rimette in circolo la vita. Non tutto è guarito. Non tutto è spiegato. Ma se Gesù si è girato una volta, può farlo ancora. E questo, anche solo questo, può bastarci per non fermarci e rimetterci in cammino. Questo vale per tutti noi, per i tanti papà e mamme che sono qui oggi… e con loro i tanti insegnanti e docenti di diverse scuole. «Mi chiedo che senso abbia insegnare e parlare ancora di futuro ai ragazzi dopo quello che è successo». È la confidenza raccolta in questi giorni da uno di voi ed è la domanda che in tanti abbiamo dentro e che sembra inchiodare pensieri e parole persino gesti e passi. Nella nostra scuola al San Carlo, per gli esami di terza media, nelle prove orali si inizia portando un proprio elaborato chiamato ‘Capolavoro’. È chiamato così… e forse proprio qui sta il senso profondo del continuare, già da questa mattina, ad entrare in classe, e nonostante tutto, fare l’appello, richiamare alla vita… cioè riconoscere il capolavoro che ogni giovane vita porta dentro di sé come bagaglio di ricchezza preziosità e per noi cristiani – come dice il salmo – come gloria del Dio vivente!
Vorrei ora sostare, con rispetto e delicatezza, su alcuni nomi, perché il Vangelo non parla mai a una folla indistinta: parla a volti concreti, a storie precise.
Luca, tu stai per concludere la scuola primaria.
Tra pochi mesi entrerai in una stagione nuova della vita, segnata da cambiamenti grandi e veloci. Cambieranno i luoghi, i ritmi, le relazioni. È normale che le gambe tremeranno. Ma sappi questo: quel tremore non è segno di debolezza. È il segno che la vita sta bussando. Aprirsi alla vita fa sempre un po’ paura, ma dice anche la sua bellezza. Non smettere di camminare. Non smettere di desiderare. Anche quando il passo è incerto, la vita è più grande della paura.
Elena, in questo tempo stai facendo a pugni con i giorni.
La fatica che vivi non è una colpa, non è una mancanza di volontà.
Vorrei dirti con chiarezza: non sei sola. C’è un futuro per te.
C’è un posto bello che ti attende, e non devi conquistarlo lottando contro te stessa. Non devi meritarti la vita. La vita, semplicemente, ti vuole. E resta lì, anche quando tu non riesci a vederla.
Camilla, a te, sorella maggiore, vorrei dire grazie.
Continua a essere faro e custodia.
Non perché devi sostituirti agli adulti, ma perché la tua presenza è già una luce. Essere sorella, in certi momenti, è una forma altissima di amore silenzioso: stare, vigilare, restare.
Andrea e Giovanna, a voi vorrei dire questo: continuate a essere passatori di vita. La vita che avete consegnato a Chiara – nella sua vivacità, nel suo sorriso, nella sua forza, nella sua passione per la ginnastica – non è stata vana.
Quella vita è passata attraverso di voi, e continuerà a passare.
Anche ora, anche così, anche nel dolore che non si lascia addomesticare.
Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù si ferma per un tocco piccolo, quasi invisibile. Forse oggi anche noi non abbiamo parole forti. Ma se c’è ancora un tocco, anche fragile, anche stanco, allora la vita non è finita. Toccate Gesù!
E questo – solo questo – oggi ci permette di restare in piedi.
Ancora una parola che non nasce da noi, ma che ci viene consegnata nel Libro dei Proverbi ascoltato nella prima lettura: «Le grazie del Signore non sono finite non sono esaurite le sue misericordie». Non è una frase facile da sentire oggi. Non dice che tutto si aggiusterà. Non promette che il dolore passerà presto. Dice solo questo: che Dio non si è ritirato dalla vita, anche quando la vita è ferita. Che la misericordia di Dio non si consuma, non si logora, non viene meno proprio adesso.
È uno sguardo di speranza, non di ottimismo.
La speranza non nega la morte che portiamo nel cuore, ma osa credere che la morte non è padrona. Che c’è ancora una fedeltà che resta, una presenza che accompagna, una vita che continua a essere affidata… anche quando non sappiamo come.
Oggi non comprendiamo tutto; ma possiamo ancora affidarci.
Come Giàiro ai piedi di Gesù.
Come la donna che osa un tocco.
E questo, anche solo questo, è sufficiente per continuare a camminare.»

