Quello del sacerdote tropeano fu un cammino di conversione perenne, animato da uno spirito di oblazione totale
La Quaresima in compagnia del beato Francesco MottolaNel Messaggio per la Quaresima di quest’anno Papa Leone XIV ci ha ricordato l’importanza di “ascoltare e digiunare”: è il tempo particolare in cui “la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”. Il modo concreto di vivere questo cammino di conversione è prendere a modello Gesù seguendolo nel deserto, luogo privilegiato per fare silenzio dentro di noi e situarci faccia a faccia con Dio. Gli ultimi anni della vita di don Mottola sono stati un lungo deserto durato dal 1942 al 1969 anno della sua morte, in cui il suo guardarsi in Dio è andato crescendo fino all’eroismo.
A riguardo del deserto così si esprimeva nel 1967: “Fare deserto in noi. Considerarsi come un nulla. Avere vedute larghe. L’anima è un nulla ma in Dio è tutto. E’ il riflesso della Trinità. Preghiera e penitenza sono le ali che ci portano alla Trinità”. (cfr. Faville della lampada, p. 357; Parva Favilla 34, luglio 1967, pp. 4-5). E non si può dire che il suo deserto con lo sguardo rivolto alla croce lui non l’abbia vissuto fino in fondo già ancora prima di essere colpito dalla paresi. Il 29 giugno del 1941, infatti, così annotava nel suo Diario dello spirito: “Sì sempre! un sì rosso di tutto il sangue dell’anima mia. Un sì che cancelli divinamente tutto il passato (purificazione nella misericordia) e mi porti nel cuore di Dio”. Quel “sì rosso di tutto il sangue dell’anima mia” troverà la pienezza dell’immolazione il 27 maggio 1942 quando, appunto, sarà colpito dalla malattia, che lo inchiodò su una sedia immobile e senza parola fino alla morte.

Don Mottola non è stato martire di sangue, ma lo è stato di amore, di sangue spirituale versato in 27 anni di sofferenza, durante i quali si è spogliato di se stesso, per accettare la condizione, come lui stesso diceva, di uomo crocifisso, di uomo mangiato, tutto speso per il Signore e per le anime. A ragione e con la forza che gli veniva dalla fede nel 1965 su Parva Favilla poteva scrivere come una specie di programma vissuto nella sua carne: “Morire: al corpo, allo spirito, alla propria volontà, alla propria fama, alla famiglia ed al mondo. Immolarsi: col silenzio, la preghiera, il lavoro, la penitenza, il patimento, la morte. Più si è morti più si ha la vita, più si dà la vita. Dare: il corpo, lo spirito, il tempo, i beni, la salute, la vita. Offrire la vita: per mezzo della fede, della dottrina, delle parole, della preghiera, degli esempi”. (n. 32, agosto-settembre 1965, p. 5; Faville della lampada, pp. 332-333).
Animato da questo profondo spirito di oblazione totale, il 2 aprile del 1924, tre giorni prima della sua ordinazione sacerdotale, tra i suoi propositi nel suo Diario aveva scritto: “Gesù, divino Maestro, coronami pure di spine, ma fa che io ti ami: ti vorrò bene sempre anche … nell’inferno; ma no, Gesù, io ho bisogno di te ora e in eterno, ho bisogno di amarti solo. In questo grido: “Amarti solo!” chiudo la mia serata, nascondendomi nella tua piaga del Cuore, per non uscirne mai. Signore voglio essere santo. Signore, fammi sacerdote santo, per non essere ammirato, ma per amarti assai, assai”. Ed il giorno dopo aggiungeva: “Gesù fa ch’io sia pronto anche a morire per Te. Gesù, mio Dio, … sia fatta la tua volontà” (pag. 29).
A questo proposito don Mottola è rimasto fedele fino alla fine, malgrado il suo corpo ferito andasse consumandosi giorno dopo giorno. Nel marzo del 1966 così raccomandava ai suoi Oblati su Parva Favilla: “Quando il nostro povero essere umano, finito, si sacrificherà per l’Infinito, la vicenda umana è risolta. Bisogna ogni giorno morire, dice Cristo. Morire alle nostre tendenze più o meno comode. Morire alla volontà nell’obbedienza piena. Morire anche nel nostro cuore per vedere Dio luminosissimo. Il nostro essere è molto finito, bisogna andare all’Infinito per mezzo del mediatore, Cristo. <Completo nella mia carne quel che manca alle sofferenze di Cristo> (Col. 1,24). Diamo generosamente il nostro apporto a quel che manca alla passione di Cristo”. (cfr. Faville della Lampada, p. 339; Parva Favilla 33, marzo 1966, p. 5).
Il suo cammino di una quaresima perenne si è sempre rapportato col Crocifisso: “Abbiamo la croce, che ognuno sa, e porta da se stesso. Abbiamo la croce di Cristo Redentore, croce cattolica, cioè universale. Che comprende le nostre miserie personali e si aderge cattolicamente in ogni regione dello spirito. E sfocia nella visione della Trinità”. (cfr. Faville della Lampada, p. 335; Parva favilla 32, novembre 1965, p. 4). La sua costante ricerca di conversione, quella che lui chiama “divina metanoia, cioè capovolgimento d’anima”, ha avuto il riferimento corroborante proprio nel Crocifisso e nel Padre suo, sicura àncora di salvezza, da cui ha saputo trarre la forza necessaria per il suo umano sacrificio. “Trascende te ipsum”, ripeteva a se stesso: “questa trascendenza io penso si ottenga anche mediante la morte e la vita, considerando noi come cose viventi, sempre più oggettivandosi, quasi a costringere l’Eterno ad affacciarsi all’anima immortale. Allora avremo la vita ch’è veramente vita”. (cfr. Faville della Lampada, p. 199; Parva favilla, 23, maggio 1956, p. 4).
Metterci anche noi con questo spirito in compagnia di don Mottola nel cammino quaresimale certamente aiuta a ridimensionare tanti nostri arzigogoli, da cui faremmo bene a convertirci, il che, come ci suggerisce Papa Leone, renderebbe “più attento il nostro orecchio a Dio e al prossimo” coinvolgendo anche “lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione”. (cfr. Messaggio per la Quaresima).
Concludo con don Mottola: “Cristo nell’ultima Cena ha detto così: <Fate questo in memoria di me>. La Chiesa obbedisce al comando di Cristo e fa il sacrificio sacrificale in memoria del Crocifisso. Sempre presente nella storia. La croce è sempre presente nella storia, ancora oggi è presente, con immenso amore e con immenso dolore. Azione da ricordarsi o anamnesi, offerta totale. Oblazione di tutta la nostra vita a Dio. E poi l’epiclesi, invocazione allo Spirito Santo. E poi il corpo del Signore, che è il legame ineffabile tra Dio e noi, e dei fratelli in Dio”. (cfr. Parva Favilla 35, gennaio 1968, p. 3).
(*) Vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea

