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Intervista al musicista tropeano che ha composto l'Oratorio Sacro dedicato al Beato Francesco Mottola ed ha fondato e dirige l' "Orchestra di fiati - Città di Tropea"

La musica senza confini del maestro Vincenzo Laganà

Maestro Laganà, cos’è la musica?

La Musica è una gemma incastonata nel silenzio dell’universo.

Bella citazione. Di chi è?

Mia. È un aforisma, poetico se vuoi, che esprime il rapporto profondo e imprescindibile tra musica e silenzio. Perché possa esistere la musica, è necessario il silenzio: non come semplice assenza di suono, ma come parte integrante della musica stessa. Il riferimento all’universo amplia ulteriormente questa immagine: il silenzio, come elemento cosmico che la contiene, rappresenta l’immensità, il mistero e lo spazio infinito nel quale la musica nasce e si manifesta. 

Il maestro Vincenzo Laganà, tropeano, 62 anni, è direttore d’orchestra e compositore. Ha insegnato per 43 anni Educazione Musicale nelle Scuole Medie.

È la stagione della maturità, per il maestro Vincenzo Laganà. Non quel tempo che serve solo a raccogliere i frutti della semina, ma quella stagione nella quale dai frutti gemmano altri semi, e germogli, e si annunciano nuovi raccolti.

Meraviglia di una vita dedicata alla musica. Con una passione sconfinata, temprata dal rigore, dalla continuità, dal metodo. Senza uscire mai fuori spartito e, miracolo, senza emigrare dalla sua Tropea.

Una passione aggregante, “generativa” nel senso più umano di un termine  oggi associato, per lo più, all’intelligenza artificiale.

Ci chiedevano, a giugno scorso in Cattedrale, da dove venisse questo musicista, dai capelli lunghi e grigi stretti in un codino, che aveva appena finito di dirigere l’Oratorio da lui stesso composto, dedicato al Beato Francesco Mottola: aveva fatto volare la musica, il coro e le voci soliste con le ali della santità. Lo stesso artista che, il mese dopo, avrebbe diretto l’Orchestra di Fiati che porta il nome della città (e da lui stesso cofondata) ad affiancare Andrea Giuffredi, uno dei trombettisti italiani più celebri al mondo. Lo stesso professore che nel frattempo, attorniato dalla moglie, le tre figlie, il preside e i colleghi, si congedava dall’insegnamento dopo 43 anni di scuola media.

Il maestro Laganà e la musica: come si è formato questo binomio?

Credo molto prima che io ne avessi piena consapevolezza. La musica l’ho respirata e assaporata fin da bambino: era presente nella mia famiglia, nell’ambiente in cui sono cresciuto e, soprattutto, nella quotidianità.

Mio zio, che aveva il mio stesso nome, e mio fratello suonavano entrambi. Ricordo che in casa c’erano diversi strumenti e, per un bambino, rappresentavano qualcosa di irresistibilmente affascinante. C’erano una chitarra, il trombone di mio fratello, una piccola fisarmonica e persino una batteria giocattolo che mia sorella mi regalò quando avevo appena sei o sette anni. Io cercavo di suonarli tutti, con la curiosità e l’incoscienza tipiche di un bambino, senza sapere che quella curiosità sarebbe diventata, con il tempo, una parte fondamentale della mia vita.

Ma c’è un passaggio decisivo?

Si, avvenne intorno ai tredici anni, quando entrai a far parte del complesso bandistico del mio paese, la Banda “Vincenzo Bellini”, allora diretta dal Maestro Antonio Sirignano. Quello fu un momento fondamentale, perché per la prima volta entrai realmente in contatto con una dimensione musicale organizzata e collettiva.

Ricordo quell’esperienza come l’inizio di un percorso che allora non potevo certamente immaginare dove mi avrebbe portato. La banda fu la mia prima vera scuola di musica: lì imparai non soltanto a suonare, ma anche ad ascoltare, a stare insieme agli altri, a rispettare il ruolo di ciascun musicista e, soprattutto, a comprendere che la musica è un linguaggio che nasce dalla collaborazione e dalla condivisione.

È una consapevolezza che mi ha accompagnato per tutta la vita e che ritrovo nelle parole di Ezio Bosso: «La musica è come la vita, si può fare in un solo modo: insieme». Una frase che, nel tempo, è diventata per me quasi una filosofia del fare musica.

Da quel momento in poi, quello che era iniziato quasi come un gioco divenne progressivamente una passione, poi uno studio e infine una professione. Ho attraversato negli anni esperienze diverse: prima quella di strumentista, poi quella di didatta, direttore e infine quella di compositore. Ogni fase ha aggiunto qualcosa alla precedente e ha contribuito a formare il musicista che sono oggi.

Quella curiosità del bambino che cercava di suonare qualsiasi cosa gli capitasse fra le mani, insomma, non è mai scomparsa del tutto

Esatto, è rimasta dentro di me e continua ancora oggi ad alimentare la mia voglia di far musica, di studiare, di dirigere e soprattutto di creare.

Quando ti sei diplomato? 

Mi sono diplomato in Tromba al Conservatorio di Vibo Valentia all’età di diciotto anni. Quindi ho proseguito i miei studi al Conservatorio di Cosenza, dove mi sono laureato in Direzione di coro e composizione corale. È stato un percorso di formazione molto importante, che mi ha permesso di approfondire e affinare le competenze legate non soltanto alla direzione, ma anche alla composizione e all’arrangiamento.

E l’insegnamento?

Sono stato particolarmente fortunato perché ho avuto la possibilità di trasformare fin da subito la mia passione in una professione. Dopo aver superato un concorso pubblico a cattedra per l’insegnamento dell’Educazione Musicale, ho ottenuto il ruolo nella Scuola Secondaria di primo grado all’età di appena ventuno anni.

Un viaggio iniziato da giovanissimo a Tropea, proseguito attraverso tante scuole e tante vite, e che si conclude nello stesso luogo in cui tutto ebbe inizio: perché, a volte, i percorsi più belli hanno la forma perfetta di un cerchio.

Davvero un bel vantaggio, quando il lavoro coincide con la propria passione.

Posso dire, con una certa emozione, che il mio lavoro è coinciso con la mia più grande passione. Insegnare musica è stata, per me, una delle esperienze più belle e gratificanti che potessi vivere. Non ho mai considerato l’insegnamento della musica come una semplice trasmissione di nozioni teoriche o come il limitarsi a spiegare la storia della musica, le note o la grammatica musicale. Ho sempre cercato di far sì che i ragazzi vivessero la musica, mettendoli nelle condizioni di fare esperienza diretta, di suonare, cantare, creare e stare insieme condividendo il linguaggio universale dei suoni.

Ho avuto così la fortuna di accompagnare, nel corso degli anni, diverse generazioni di giovani, contribuendo non soltanto alla loro preparazione musicale, ma anche, e forse soprattutto, alla loro formazione umana. La musica è infatti uno strumento educativo straordinario: insegna l’ascolto, la disciplina, il rispetto dell’altro, la responsabilità e la capacità di lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune. 

Non ho mai vissuto l’insegnamento e la musica come due attività separate. Per me sono sempre state due facce della stessa passione.

E forse oggi, arrivato al termine della mia esperienza nella scuola, questa consapevolezza è ancora più forte. Quando ripenso ai tanti ragazzi che ho incontrato, ai loro volti, alle prove, ai concerti, alle trasferte, alle vittorie, alle emozioni prima di salire sul palco e alla gioia dopo un’esecuzione riuscita, mi accorgo che il vero patrimonio della mia carriera non sono i premi o i riconoscimenti.

… sono le persone

Sono quei ragazzi che, nel corso degli anni, hanno attraversato la mia aula e che, in qualche modo, hanno lasciato qualcosa dentro di me. Alcuni li ho accompagnati per un solo anno, altri per diversi anni; di alcuni ho poi incontrato nuovamente i figli, diventati a loro volta miei alunni. È una sensazione particolare, quasi il segno tangibile del tempo che passa e di una storia che continua.

La musica mi ha dato una professione, ma la scuola mi ha dato qualcosa di ancora più prezioso: la possibilità di condividere quella passione con migliaia di ragazzi e ragazze, e di lasciare, forse, una piccola traccia nel loro cammino.

Un giovane Vincenzo Laganà in versione chitarrista, all’epoca dell’Orchestra Ars Nova, nella quale era anche tastierista, oltre che direttore.

Altra tappa importante del tuo percorso musicale, l’Orchestra Ars Nova.

Nel 1995 costituimmo a Tropea l’”Orchestra Ars Nova”, della quale ero direttore, ma nella quale suonavo anche le tastiere e la chitarra. Il primo concerto rappresentò l’inizio di un’esperienza che sarebbe durata circa un decennio e che, ancora oggi, considero uno dei periodi più intensi, interessanti e formativi della mia vita musicale.

All’inizio l’Orchestra era composta da oltre 25 musicisti e il repertorio era prevalentemente strumentale: eseguivamo colonne sonore, brani di musica leggera ed evergreen italiani e internazionali. Successivamente inserimmo anche le voci soliste, ampliando notevolmente le possibilità espressive e il repertorio dell’ensemble.

Ma l’aspetto che ricordo con maggiore interesse è il lavoro che si svolgeva dietro le quinte, quello che forse il pubblico non vedeva.

Il nostro organico era particolare e non sempre i brani che desideravo inserire in repertorio erano immediatamente adattabili alla formazione che avevamo a disposizione. Per questo eravamo costretti a rielaborare, orchestrare e trascrivere personalmente ogni brano interamente a mano.

Quella necessità, che inizialmente poteva sembrare una difficoltà, si trasformò per me in una straordinaria opportunità di crescita. Dovevo studiare attentamente ogni strumento, comprenderne le caratteristiche tecniche, il registro, le possibilità espressive e, soprattutto, capire come far dialogare tra loro strumenti molto diversi.

Era un vero laboratorio musicale.

Ogni nuovo arrangiamento diventava quasi una sfida: cercare il suono giusto, trovare la tessitura più efficace, distribuire le parti, valorizzare le caratteristiche di ogni musicista e, nello stesso tempo, mantenere riconoscibile lo spirito del brano originale.

Quell’esperienza mi permise di approfondire concretamente il mondo dell’arrangiamento e dell’orchestrazione, molto più di quanto avrebbe potuto fare un semplice studio teorico. Avevo davanti a me gli strumenti, i musicisti e il risultato sonoro da raggiungere. Dovevo provare, ascoltare, correggere e ricominciare. 

E c’era naturalmente anche una componente di grande divertimento e spensieratezza. Eravamo giovani e un gruppo molto affiatato, si suonava insieme, si provava, si viaggiava e si viveva la musica con entusiasmo.

Il Coro Polifonico “Don Giosuè Macri”, diretto dal maestro Vincenzo Laganà, in una recente formazione. Presidente, Paolo Ceraso (nella fila in alto, secondo da sinistra).

Dirigi il coro polifonico “Don Giosuè Macrì” di Tropea da diversi anni, cosa significa per te?

Dal 2007 ho assunto la direzione del Coro Polifonico “Don Giosuè Macrì” , sotto la presidente di Paolo Ceraso . Con il Coro ho avuto la possibilità di mettere pienamente a frutto gli studi specifici che ho fatto e le competenze maturate negli anni, soprattutto nel campo della direzione corale, dell’armonizzazione, della composizione e dell’interpretazione della musica sacra e polifonica.

Una parte significativa del repertorio eseguito dal Coro è costituita infatti da mie composizioni, trascrizioni e armonizzazioni, nate spesso proprio dall’esigenza di valorizzare le caratteristiche vocali del gruppo e di proporre un linguaggio musicale capace di coniugare tradizione e sensibilità contemporanea.

Tra le esperienze più significative c’è anche il riconoscimento ricevuto dal coro a Tropea con il Premio “Don Francesco Mottola”, conferitoci per l’impegno e l’attività svolta nel campo della musica e della cultura musicale del territorio al servizio della divulgazione della spiritualità del Beato. Un riconoscimento che ho particolarmente apprezzato perché legato alla figura del Beato Don Francesco Mottola, sacerdote e uomo di grande spessore spirituale, profondamente legato alla storia e all’identità di Tropea.

Nel 2011, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il Coro Polifonico “Don Giosuè Macrì” è stato riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali quale organismo di valenza nazionale per meriti artistici e culturali, un riconoscimento particolarmente significativo che ha rappresentato un importante attestato del lavoro svolto negli anni.

Tra le esperienze artistiche più importanti, ricordo inoltre la partecipazione, nello stesso anno, alla realizzazione del mio Oratorio Sacro “Francesco servo di Dio – L’ Aquila che raggiunse il Sole”, presentata insieme ad altri cori e successivamente riproposta in importanti repliche.

Un’altra esperienza di particolare rilievo, la registrazione della “Messa in Do Maggiore” di Charles Gounod, inserita nel CD Cantantibus Organis – Meditazioni Musicali, progetto discografico che ha rappresentato un’ulteriore testimonianza dell’attività artistica del coro.

Particolarmente emozionante, poi, la partecipazione alla celebrazione della Messa di Beatificazione di Don Francesco Mottola, momento di straordinaria intensità spirituale e musicale.

Il Coro continua anche a tenere concerti molto seguiti.

È vero che a Tropea c’è pure lo Zecchino d’oro e tu sei anche lì?

Vero, uno Zecchino tutto d’oro a Tropea. Dal 2024 questa bella iniziativa porta a Tropea la magia dello Zecchino d’oro di Bologna, coinvolgendo ogni anno tanti bambini in un’esperienza di musica, gioia e condivisione. Un appuntamento pensato per avvicinare i più piccoli alla musica e offrire loro l’opportunità di esprimersi, divertirsi e vivere insieme il piacere di cantare.

Una moglie che ti segue ovunque; tre figlie, una delle quali segue le tue orme di musicista: cos’è per te la famiglia?

Senza Maria, mia moglie, probabilmente non sarei diventato l’uomo e il musicista che sono oggi. Mi ha seguito ovunque, condividendo con me sacrifici, difficoltà, soddisfazioni e momenti indimenticabili. Non è stata semplicemente la persona che mi è stata accanto: è stata spesso la mia guida silenziosa, colei che nei momenti più difficili ha saputo incoraggiarmi, indicarmi una strada e aiutarmi a vedere oltre le difficoltà. Molte delle mie conquiste, anche artistiche, hanno dentro una parte di lei.

Il maestro Vincenzo Laganà abbraccia la moglie Maria e le figlie Miriam, Francesca e Giulia.

Poi ci sono le mie tre figlie, Miriam, Giulia e Francesca, che rappresentano forse il capitolo più bello della mia vita. Vederle nascere, crescere e diventare donne è un’emozione che non si esaurisce mai. Ognuna di loro ha percorso e sta percorrendo la propria strada, con la propria personalità, i propri sogni e le proprie aspirazioni. È difficile spiegare a parole cosa significhi per un padre vedere i propri figli prendere la loro strada e, nello stesso tempo, riconoscere in loro qualcosa di sé.

Con Francesca questo sentimento assume una dimensione ancora più particolare. È la più piccola delle mie figlie, è laureata in flauto e suona con me da quando aveva circa undici anni. Ricordo ancora quella bambina che si avvicinava alla musica e che, con il passare degli anni, è diventata una musicista. Avere avuto la possibilità di accompagnarla in questo percorso e, oggi, di condividere con lei la musica è per me un privilegio immenso.

Miriam, Giulia e Francesca sono tre percorsi diversi, ma fanno parte della stessa storia: la nostra famiglia. Se la musica è stata una parte fondamentale della mia vita, loro, insieme a Maria, sono ciò che dà un significato più profondo a tutto il resto. Perché i concerti finiscono, i riconoscimenti passano, ma ciò che davvero resta, alla fine, sono gli affetti e le persone con cui abbiamo condiviso il viaggio.

Quale musica prediligi, chi sono i tuoi autori preferiti?

Credo che la musica, quando è autenticamente bella, non debba essere racchiusa dentro categorie o generi: va ascoltata, approfondita e, soprattutto, gustata e vissuta. Non ho mai avuto un unico genere di riferimento. La mia formazione è inizialmente classica, ma nel corso degli anni la curiosità e il desiderio di conoscere mi hanno portato ad ascoltare, praticare e apprezzare linguaggi musicali anche molto diversi tra loro. Credo che proprio questa apertura abbia contribuito a formare il mio modo di intendere la musica: senza pregiudizi, con la consapevolezza che ogni linguaggio, quando è autentico e artisticamente valido, può offrire qualcosa da scoprire e da comprendere.

Per questo faccio fatica a stilare una classifica degli autori o dei generi che preferisco. Una graduatoria rischierebbe di essere riduttiva rispetto a quello che è il mio concetto di Musica. La grande musica, indipendentemente dall’epoca o dal linguaggio attraverso il quale si esprime, possiede una capacità straordinaria: quella di parlare all’animo umano.

Naturalmente ci sono autori che considero fondamentali e che hanno rappresentato e rappresentano dei punti di riferimento imprescindibili. Palestrina, Bach, Mozart, Beethoven, Verdi, Wagner, Puccini, Mahler, Schonberg, Stravinsky … sono giganti della musica universale, musicisti ai quali si torna continuamente, perché ogni volta si scopre qualcosa di nuovo. E accanto a loro ci sono autori più vicini al nostro tempo, come Ennio Morricone, la cui grandezza ha saputo oltrepassare ogni confine e ogni distinzione tra generi.

E a proposito di musica cosiddetta leggera?

Amo i grandi cantautori italiani che hanno accompagnato intere generazioni e che hanno saputo raccontare, attraverso la musica e le parole, un’Italia, un’epoca e soprattutto l’animo delle persone: Battisti, Dalla, Pino Daniele, De Andrè, Baglioni, solo per citarne alcuni.

Ho sempre pensato che quella che comunemente chiamiamo “musica leggera” abbia una sua precisa dignità artistica. In tre o quattro minuti, che è la durata media di una canzone, bisogna riuscire a condensare un pensiero, un’emozione, una storia, a volte persino un intero universo interiore. E questo non è affatto semplice.

A questo proposito, un esempio straordinario è proprio quello, come dicevo, di Ennio Morricone. Un musicista immenso, riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo, che non ha mai considerato i diversi linguaggi e le diverse forme musicali come mondi separati e incomunicabili.

Nel corso della sua straordinaria carriera ha attraversato generi e ambiti apparentemente lontani tra loro, musica applicata e musica assoluta, con la stessa curiosità, la stessa competenza e la stessa vivacità creativa. Ha composto colonne sonore indimenticabili per oltre quattrocento film, ma ha anche scritto, arrangiato e orchestrato musica leggera, canzoni, musica da concerto e sperimentale.

Basti pensare ad alcuni brani entrati nella memoria collettiva, come Se telefonando, di cui compose la musica, o Abbronzatissima, Il barattolo, Sapore di sale, Il mondo e In ginocchio da te, nei quali il suo talento di arrangiatore e orchestratore contribuì in maniera determinante alla definizione del suono e al successo di quelle canzoni, dimostrando come anche la musica leggera potesse raggiungere livelli di straordinaria raffinatezza e dignità artistica.

I generi possono avere linguaggi, regole e tradizioni differenti, ma alla base rimane sempre la stessa esigenza: comunicare, emozionare e creare qualcosa che possa entrare in relazione con chi ascolta.

Questo, in fondo, è il mio modo di intendere la musica: non come una serie di generi da contrapporre, ma come un universo unico, nel quale linguaggi diversi possono incontrarsi quando alla base ci sono qualità, sensibilità, creatività e verità.

Un momento delle prove di un concerto di fine anno, nell’Auditorium Santa Chiara. Le prove dell’ “Orchestra di fiati – Città di Tropea” sono aperte al pubblico, ed attraggono un numero crescente di estimatori e visitatori, spesso richiamati dalla musica che l’Orchestra sparge dall’antico palazzo del centro storico.

Una concezione della quale, mi pare, l’ “Orchestra di fiati Città di Tropea” rappresenti la trasposizione perfetta.

Si. Anche questa è un’altra bella scommessa, una scommessa partita ad inizio 2024 e ancora in atto, ma che sta dando già grandi soddisfazioni.

Quando abbiamo iniziato questo percorso, sapevamo bene quanto fosse difficile costruire e soprattutto mantenere nel tempo una realtà musicale di questo tipo. Per questo sento il dovere di ringraziare, innanzitutto, chi ha creduto nel progetto fin dall’inizio: l’Amministrazione comunale, gli sponsor, i musicisti, il comitato direttivo e, in modo particolare, il nostro Presidente, Giuseppe Maria Romano, per il sostegno, la fiducia e la passione con cui accompagna il cammino dell’orchestra.

Cosa rappresenta per te l’Orchestra che ha il nome della tua città?

Per me, l’”Orchestra di Fiati Città di Tropea” è soprattutto un sogno che prende forma. Oggi riunisce circa 45 musicisti, alcuni dei quali provenienti anche da fuori provincia, e può contare su elementi di indiscusso valore artistico. Ma il valore di un’orchestra, a mio avviso, non si misura soltanto dalla qualità dei suoi musicisti: si misura anche dalla capacità di creare una comunità, di trasmettere entusiasmo e di guardare al futuro.

Ed è proprio ai giovani che vorremmo rivolgere una particolare attenzione. L’orchestra vuole essere anche uno spazio nel quale le nuove generazioni possano trovare una motivazione in più per continuare a studiare, crescere musicalmente e, allo stesso tempo, maturare sul piano umano. Sapere di poter entrare a far parte di una realtà seria, stimolante e ambiziosa rappresenta per un giovane musicista un’opportunità tutt’altro che scontata.

L’obiettivo è quello di far crescere progressivamente l’orchestra e proiettarla oltre i confini del nostro territorio, portando con sé il nome di Tropea e, più in generale, della Calabria. In questo senso, l’ultimo concerto rappresenta un esempio particolarmente significativo: la collaborazione con il Maestro Andrea Giuffredi, trombettista – o, come amava definire i suonatori di tromba Ennio Morricone, “trombista” – di fama internazionale, ha rappresentato per noi un momento di grande prestigio e, nello stesso tempo, un’importante occasione di crescita.

Cosa bolle in pentola, oltre ai concerti del 14 e 25 agosto, del 12 settembre e dell’11 ottobre prossimi?

Stiamo lavorando alla realizzazione di un gemellaggio con l’Orchestra Giovanile di Cisternino (BR), con l’obiettivo di creare un’occasione di incontro e di crescita attraverso la musica, favorendo lo scambio di esperienze, la collaborazione tra i giovani musicisti e la condivisione di un percorso artistico comune.

È proprio per questo che continuo a parlare di “scommessa”. Perché conosco bene le difficoltà che comporta portare avanti progetti culturali e musicali ambiziosi nella nostra amata terra. Ma forse è proprio la consapevolezza delle difficoltà a rendere ancora più bello il fatto di provarci.

E noi vogliamo continuare a scommettere. Scommettere sulla musica, sui giovani, sui musicisti e sulla possibilità di dimostrare che anche dalla Calabria si possono costruire realtà capaci di guardare lontano e di farsi apprezzare oltre i confini del territorio.

Come si fa a dirigere un’orchestra?

Faccio un’altra citazione, stavolta del grandissimo Riccardo Muti, che a proposito dell’orchestra ha detto che «… è l’esempio di come dovrebbe essere costruita ogni società: esistono più voci, più idee e più frasi diverse, ma queste vanno insieme e d’accordo grazie al contrappunto e all’armonia, un’ armonia superiore che è il bene di tutti». Dirigere un’orchestra non significa semplicemente muovere una bacchetta o indicare il tempo. È un compito molto più complesso, che richiede una combinazione di preparazione, studio, sensibilità musicale, esperienza e, in parte, anche una predisposizione naturale.

Non vorrei banalizzare la risposta, ma credo che alla base ci debba essere innanzitutto una solida preparazione tecnica. Il gesto deve essere efficace, chiaro e immediatamente leggibile dagli orchestrali, capace di trasmettere con precisione l’intenzione del direttore e, al tempo stesso, di racchiudere in sé il significato espressivo e musicale del particolare momento che si sta eseguendo.

Inoltre, il direttore, deve conoscere profondamente la partitura, non soltanto sul piano tecnico, ma comprenderne e interiorizzarne la struttura, lo stile, il linguaggio e soprattutto il pensiero musicale che la attraversa. Deve sapere dove vuole portare l’orchestra e avere ben chiara, prima ancora di salire sul podio, l’idea interpretativa che intende realizzare.

Un concerto dell’ “Orchestra di fiati – Città di Tropea”, diretta dal maestro Vincenzo Laganà, nell’auditorium Santa Chiara.

Tante prerogative in una sola bacchetta…

Poi c’è lo studio, che non finisce mai. Personalmente ho sempre considerato importante osservare i grandi direttori d’orchestra, ascoltarli, studiarne i gesti, le scelte interpretative, il modo di rapportarsi con i musicisti, cercando di “rubare” da ciascuno qualcosa della loro arte. Non per imitarli, ma per arricchire il proprio bagaglio e costruire, nel tempo, una propria identità.

Un direttore, però, non può limitarsi alla conoscenza della musica. Deve anche saper comunicare. Molto importante è riuscire a creare un rapporto umano con i musicisti. E questo lo si costruisce principalmente durante le prove.

È indubbio che il direttore debba essere anche un forte motivatore e conquistare l’autorevolezza attraverso la competenza, la coerenza e il rispetto. 

Com’è nato l’Oratorio sacro “Francesco servo di Dio – L’aquila che raggiunse il sole”?

La composizione dell’Oratorio nasce dall’esigenza di mettere in musica la spiritualità, la vita e gli scritti di un sacerdote profondamente legato alla città di Tropea: don Francesco Mottola, morto in fama di santità, al tempo Venerabile, per il quale, quando scrissi l’opera, era in corso il processo di beatificazione.

L’idea mi fu proposta con tanta insistenza dall’allora seminarista Felice Palamara. Fu lui, infatti, a sollecitarmi più volte ad affrontare questo progetto, che inizialmente sentivo come una responsabilità tutt’altro che semplice, considerando la grandezza e la profondità della figura di don Mottola. Alla fine accettai, lasciandomi guidare dai suoi scritti, dalle testimonianze e dalle opere di autorevoli studiosi che nel tempo si sono occupati della sua figura, ma anche dai racconti e dalle testimonianze di coloro che lo avevano conosciuto personalmente.

Ma ciò che accadde durante la stesura dell’opera avrebbe dato a quel lavoro un significato del tutto particolare.

Cosa accadde?

Fu proprio mentre lavoravo alla composizione che si verificò quello che, alla luce degli eventi successivi, si è rivelato come un vero e proprio prodigio. Felice Palamara, proprio quel seminarista che con tanta insistenza mi aveva spinto a scrivere l’Oratorio, era affetto da una grave malattia che, secondo i medici, aveva carattere irreversibile.

La sua guarigione avvenne in modo inspiegabile e fu attribuita all’intercessione di don Francesco Mottola. Un evento che colpì profondamente tutti coloro che ne furono testimoni e che, per me, assunse un significato ancora più forte proprio perché si verificò mentre stavo dando vita, attraverso la musica, all’Oratorio dedicato a quella figura.

Da quel momento l’opera non fu più soltanto una composizione musicale. Per me divenne qualcosa di molto più personale e profondo: un incontro tra musica, fede e vita, legato a una vicenda umana che ancora oggi porto con me.

Cosa cambiò in te quel miracolo, grazie al quale si deve la beatificazione di don Mottola?

È difficile spiegare razionalmente ciò che si prova davanti a episodi di questo genere. Posso soltanto dire che, da quel momento, ho sentito di avere nei confronti di quell’opera una responsabilità e un legame particolari. «Francesco servo di Dio – L’ Aquila che raggiunse il Sole» è nato dalla musica, ma porta con sé una storia che va ben oltre la musica.

È così che, nel 2011, è nato l’Oratorio Sacro Francesco servo di Dio – L’Aquila che raggiunse il Sole, per voce recitante, soli, coro e orchestra. Il titolo stesso racchiude il senso dell’opera: l’aquila rappresenta una creatura capace di elevarsi, di guardare lontano, di tendere verso l’alto. In don Mottola ho visto proprio questo: un uomo profondamente radicato nella sua terra, ma con lo sguardo costantemente rivolto verso una dimensione più alta.

Comporre quest’opera è stato per me un percorso particolarmente intenso. Ho cercato di fare in modo che la musica non fosse semplicemente un accompagnamento alle parole, ma diventasse essa stessa uno strumento per entrare nell’animo del personaggio, per restituire le sue emozioni, le sue inquietudini, la sua fede e il suo messaggio.

La Concattedrale di Tropea è stata il teatro della recente rappresentazione dell’Oratorio Sacro “Francesco servo di Dio – L’aquila che raggiunse il sole”, che il maestro Vincenzo Laganà ha composto e diretto in onore del beato Francesco Mottola.

L’Oratorio sacro dedicato al Beato tropeano è tornato sulla scena, con la tua direzione,  lo scorso 27 giugno nella Concattedrale, ed è stato un nuovo trionfo. Ma come ricordi la prima rappresentazione?

La prima rappresentazione si è tenuta il 29 giugno 2011 e ha rappresentato per me un momento di grande emozione. L’opera ha ricevuto il Patrocinio del Conservatorio di Musica “F. Torrefranca” di Vibo Valentia e l’approvazione ecclesiastica. Un valore particolare ebbe anche la prefazione curata da S.E. Mons. Luigi Renzo, allora Vescovo della Diocesi Mileto-Nicotera-Tropea.

A eseguirla è stato un coro di cento coristi (l’insieme di otto cori del circondario), un’orchestra composta da oltre quaranta maestri di musica, cinque voci soliste e una voce recitante.

Ricordo che allora l’opera riscosse un successo davvero straordinario. Ne parlarono diverse testate giornalistiche e furono numerosi i commenti e gli articoli dedicati a questo lavoro, anche al di fuori del nostro territorio. Tra le realtà che ne diedero risalto ci fu anche la testata di settore Famiglia Cristiana online. Ricevetti inoltre attestazioni e apprezzamenti da Assisi e persino dall’estero. Fu una risposta che andò ben oltre ogni mia aspettativa e che mi fece comprendere quanto la storia e la figura di don Francesco Mottola, oggi Beato grazie al riconoscimento di quel miracolo, raccontate attraverso la musica, potessero suscitare interesse e coinvolgimento anche oltre i confini nazionali.

A distanza di anni, considero questo Oratorio una delle opere più significative del mio percorso artistico. Non soltanto perché mi ha permesso di confrontarmi con una forma musicale complessa, ma perché mi ha dato la possibilità di mettere la mia musica al servizio di una figura che appartiene profondamente alla storia spirituale e culturale della nostra terra.

Da allora sono state oltre dieci le repliche nel territorio diocesano e oltre.

Il maestoso Oratorio Sacro non è la sola opera, dedicata a Don Mottola, da te composta.

Infatti, c’è anche la commedia musicale in due atti «…e l’Aquila raggiunse il Sole» (ed è una delle opere alle quali sono più legato) ispirata alla vita e agli scritti del Beato don Francesco Mottola e alla figura della sua consorella, la Serva di Dio Irma Scrugli,che il vescovo Domenico Tarcisio Cortese definì “la santa Chiara” di Tropea. È un lavoro al quale ho dedicato molto tempo e molta passione: ne ho scritto la sceneggiatura, i testi e le musiche. Ha una durata di circa due ore e la prima rappresentazione nazionale si è tenuta nel settembre del 2019.

La composizione della commedia musicale «…e l’aquila raggiunse il Sole» nasce da un’esigenza diversa rispetto all’Oratorio «Francesco servo di Dio – L’aquila che raggiunse il Sole». Non volevo semplicemente riprendere e adattare un lavoro già realizzato, ma raccontare la figura di don Mottola e della signorina Irma attraverso un linguaggio nuovo, più immediato, teatrale e accessibile, capace di parlare anche a chi non frequenta abitualmente i luoghi della musica sacra o della Chiesa.

Alla Serva di Dio Irma Scrugli ho dedicato anche «Raggio di Sole», un inno eseguito in occasione dell’avvio del processo di beatificazione. 

Un’altra opera composta dal maestro Vincenzo Laganà: la commedia musicale “… e l’aquila raggiunse il Sole”, in una rappresentazione all’anfiteatro del Porto di Tropea.

Ma l’elenco delle tue composizioni è lungo, ed abbraccia generi molto diversi, dalla musica sacra a quella profana, dalla musica per banda alle colonne sonore, fino alla canzone e al teatro musicale.

Si, partiamo dalle colonne sonore, ne ho composte cinque. Tra queste, «Un amore chiamato Tropea», un mediometraggio che è risultato vincitore fuori concorso all’XI Edizione dei Documentari Turistici di Varese, e «La terra promessa», cortometraggio vincitore del primo premio alla Kermesse L’Arte del Corto 2023. La musica per immagini mi ha sempre affascinato perché richiede un rapporto particolare tra suono e racconto: la musica deve saper accompagnare le immagini, ma anche suggerire ciò che le immagini da sole non riescono a dire.

Nel 2000 ho composto i brani musicali a corredo del libro di narrativa JUNG, delfino coraggioso, pubblicato da Calabria Letteraria Editrice. 

Ho scritto anche musica popolare, come Antichi misteri, e numerose composizioni di carattere sacro e religioso: alcune Messe per coro a quattro voci miste, Ave Verum Corpus, In Caritate Spes, ispirato al motto vescovile di S.E. Mons. Luigi Renzo, Vescovo emerito della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, Nescìu u Bambineu, Il Bimbo Divino, Santi Cosma e Damiano, Santiago de Compostela…

Tra le composizioni alle quali sono particolarmente affezionato c’è anche Santo Francesco, un inno dedicato al “Poverello” d’Assisi, che nel tempo è stato eseguito in numerose parrocchie e chiese italiane, tra cui Reggio Calabria, San Giorgio Ionico, Procida, Monterotondo, la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura a Roma e la Basilica Superiore di Assisi. È stato inoltre tradotto e adattato in portoghese da Fra’ Marcel Gonçalves e Fra’ Carlos A. P. ed eseguito a Goiânia, in Brasile. 

La tua musica è molto varia e sta girando parecchio.

Quando una composizione supera i confini del luogo nel il quale è nata e viene fatta propria da altre comunità, è per un compositore una delle soddisfazioni più belle che possa ricevere.

C’è poi la musica per banda, alla quale sono particolarmente legato per la mia storia musicale: ho scritto diverse marce, alcune delle quali sono eseguite da affermate bande nazionali. Tra queste, «Pensando a un amico» inserita, tra l’altro, nel database della piattaforma nazionale MusicLab.wegenius.it.

Ci sono anche canzoni, inni e tante altre composizioni nate in momenti e circostanze differenti: Circondati di gioia, Nella farsa della vita, La bella di li belli, della quale ho scritto testo e musica, A vita chi passa, Nu gridu di speranza, Ballata tropeana, per la quale ho scritto la parte musicale.

Alcune mie composizioni, infine, sono entrate a far parte di un altro progetto al quale tengo particolarmente: il musical L’influencer di Dio, il primo dedicato a San Carlo Acutis, nel quale sono state inserite mie musiche come Il Sacerdote, Ave Maria e Ricordati di me.

Per il Tropea Film Festival, del quale sono stato tra i cofondatori e ho ricoperto la carica di Vice Presidente del Tropea Film Festival – Premio “Raf Vallone”, ho scritto la “Sigla d’apertura”.

E omettiamo le collaborazioni, che sono pure tante … Appare chiaro che la tua “passione nella passione” è per la composizione: possiamo concludere così?

Sì, la composizione rappresenta certamente la mia vera passione, perché nella musica trovo il modo più autentico e profondo per esprimere ciò che porto dentro.

Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di vivere la musica da prospettive diverse: prima come strumentista, poi come didatta, direttore e, infine, sempre più intensamente, come compositore. Sono esperienze diverse, ma tutte mi hanno portato verso una stessa esigenza: esprimere qualcosa di me attraverso la musica.

Qual è la gratificazione più grande per un compositore?

La musica può raccontare emozioni, stati d’animo, ricordi e sentimenti che spesso le parole non riescono a descrivere. Comporre significa, per me, dare una forma concreta a qualcosa che nasce dentro: un’idea, un’emozione, un’immagine, un ricordo. È quasi un processo di traduzione, nel quale ciò che è interiore diventa melodia, armonia, ritmo e timbro. E poi c’è un momento che, per un compositore, ha qualcosa di straordinario: vedere e ascoltare la propria musica prendere vita. Una partitura nasce nel silenzio, attraverso segni, note e indicazioni; ma quando un’orchestra o un coro cominciano a suonarla, quelle note diventano persone, respiri, gesti, emozioni. Ciò che era soltanto nella mia mente diventa improvvisamente reale.

Per me, che ho avuto anche il privilegio di stare dall’altra parte del leggio, dirigendo un’orchestra e un coro, questa esperienza assume un significato ancora più forte. Il compositore immagina il suono, il direttore lo interpreta e i musicisti gli danno vita. Quando queste tre dimensioni riescono a incontrarsi, si realizza qualcosa di veramente magico e speciale.

Ma la gratificazione più grande arriva quando mi accorgo che quella musica, nata da una mia emozione o da una mia esperienza, o da una mia esigenza riesce a emozionare qualcun altro. In quel momento capisco che non è più soltanto “la mia” musica: è diventata qualcosa che appartiene anche a chi la ascolta.