Il racconto e le riflessioni di un giovane cosentino
La mia visita alla casa di don MottolaPer la prima volta, accompagnato da don Germano Anastasio, ho visitato la casa natale del beato Don Francesco Mottola, a Tropea. Non avevo mai sentito parlare della sua figura: aver avuto il privilegio di conoscere il testamento di fede e di amore della sua vita dai racconti della signorina Lucia, dagli oggetti e soprattutto dalla “parva favilla”, che ha ispirato i suoi passi, continua ad emozionarmi. Contemplando l’immensità del mare tropeano, che si scorge da quella casa, Don Mottola scopre il fondamento della sua missione: seguire Cristo e riconoscerlo negli emarginati della società.

Dal desiderio di infinito che la sua anima nutriva nella preghiera dinanzi alla meraviglia del mare, egli inizia la sua missione nella semplicità della carità. Il fulcro della vita di Don Mottola è rappresentato dalla preghiera e dalla speranza, che trovano piena realizzazione nell’attenzione verso i bambini, gli ammalati e le persone più fragili, che egli soleva definire con l’espressione “i nuju du mundu”. La preghiera e il dialogo costante con Dio, ossigeno e ispirazione della sua vita, rappresentano le fondamenta delle case della Carità e delle strutture volte all’assistenza degli ultimi. Don Mottola aveva compreso che nell’umanità più sofferente e abbandonata vi era Cristo, che lo spingeva ad avere il coraggio per andare controcorrente, verso le periferie dell’esistenza.
Nonostante la lunga e sofferente malattia che lo aveva colpito, impedendogli l’uso della parola, egli non smetteva mai di elevare il suo canto di lode, che concretamente esprimeva nell’accoglienza, nel sacramento della Confessione e nell’aurora della Santa Messa.

don L’esempio di Don Mottola porta ciascuno di noi a cercare la bellezza della speranza soprattutto nei momenti più difficili del cammino. Quando le certezze della vita sembrano crollare, quando il seme appare non germogliare più, il profumo della speranza è la guida del riscoprire nella debolezza la
vera forza. Ai nostri giorni, costantemente si assiste a processi volti alla ricerca del progresso. Si
pensi ai sistemi e programmi delle nuove intelligenze artificiali. Accanto all’innovazione, emerge il rischio che la debolezza sia ritenuta da scartare e da cancellare al fine di un continuo perfezionamento. Occorre dunque creare un’etica umanitaria in cui la fragilità e la debolezza possano essere accolte come fonte per una trasformazione, che non annulli la natura dell’uomo, ma la accompagni nei suoi più intimi desideri del cuore.
Don Mottola, esempio di servizio che instancabilmente si dona, ci aiuti a non dimenticare mai i talenti che Dio ci ha donato e a non vergognarci mai delle nostre fragilità.
Tornato a casa, raccontando a mia mamma l’esperienza della visita, ho ricevuto una notizia che ha
risvegliato la mia memoria. Durante l’ infanzia, trascorrevo il periodo delle vacanze estive a Tropea con la mia famiglia. Mia mamma mi ha ricordato che la prima volta in cui ho prestato servizio
sull’altare è stata proprio presso la Casa di Riposo Don Mottola, all’età di quattro anni. Da quel giorno, sono ministrante nelle parrocchie di Sant’Antonio e della Beatissima Vergine di Lourdes nella città di Rende. Don Mottola aveva ispirato e continua a far progredire la mia passione per il servizio all’altare.

