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Alcuni esempi offerti dalla Bibbia: dal rapporto passionale di Geremia, all'equivalenza con la giustizia sociale in Amos, alla predicazione di Gesù per un mondo di giustizia e di pace

L’ amore per la propria terra come paradigma della consapevolezza del legame con Dio

Nella Bibbia il termine «terra» può indicare sia il mondo, ossia il pianeta (Salmi 8,2; 24,1; 65,10-11), sia il paese di cui il popolo di Dio, reduce dalla schiavitù in Egitto, entra in possesso come «una terra dove scorre latte e miele» (Deuteronomio 33,2-3). È secondo questa seconda accezione che lo intendiamo: la terra è il luogo in cui il popolo dimora, da dove sarà espulso a causa dell’infedeltà, ma dove sarà ricondotto da Dio stesso (Geremia 30,3).

Un’affermazione centrale che attraversa la Bibbia è che la terra appartiene a Dio. Nel libro di Giosuè, quando Israele si prepara a conquistarla, Dio assicura che guiderà la battaglia e consegnerà la terra nelle mani del popolo (Giosuè 10,8; 24,11-23; cfr. Giudici 7,2). Ciò rafforza la consapevolezza di riconoscerla come dono, e non come possesso perenne, poiché solo Dio ne è proprietario.  

Egli la dona al popolo, ma solo a condizione che questi si mantenga fedele all’alleanza; nel caso contrario, la perde e viene cacciato via da essa (Levitico 25,23). Israele deve osservare i comandamenti; in particolare, non praticare il culto di divinità straniere; in caso contrario, disperso tra le nazioni e la terra stessa lo «vomiterà» (Lv 18,28). Tale condizione posta educa il popolo alla consapevolezza che la terra è dono – il dono più grande che Dio possa avergli fatto perché da essa dipendono le altre promesse, la posterità numerosa e la stessa benedizione – così come Dio stesso aveva promesso ad Abramo (Genesi 12,1-4); dell’altra, gli fa comprendere che la terra non è un fine o una realtà ultima, bensì il luogo in cui vivere la propria vocazione di popolo dell’alleanza. Perciò l’atteggiamento giusto è quello dello straniero e del pellegrino, proprio di chi si vede in cammino verso una meta, al di là della terra stessa, in un al di là da venire.

Se la terra ha lo scopo di porre il popolo nella comunione con Dio, l’abitarla diviene spazio di maturazione della consapevolezza del legame con Lui. Al contrario, esserne cacciati significa vedere spezzato il proprio legame vitale con Dio. Il profeta Ezechiele vede la Gloria di Dio – ovvero la maestà e lo splendore divini, percepiti nella forma sensibile della nube – abbandonare il tempio e lasciare il popolo di fronte alla distruzione imminente (Ezechiele 11,22-23). Nonostante le reiterate infedeltà, il popolo, finché si trovava nella terra, era in relazione con Dio e nella condizione di poter ritornare a Lui. 

Dopo che Israele fu condotto in schiavitù, il profeta Geremia sedette pieno di lacrime e pianse sopra Gerusalemme (Tavola riprodotta dalle Miniature de “La Bible de Sense” del secolo XIV, custodita nella Biblioteca Reale di Torino).

Una caratteristica essenziale della terra è la santità, intesa come luogo in cui il popolo è chiamato a corrispondere ai dettami dell’alleanza e a diventare santo come Dio è santo (Levitico 11,44-45;19,1; 21,8). La terra è santa perché è il luogo in cui Dio si rivela mediante la Parola predicata dai profeti e che permette al popolo di incontrarLo (Zc 2,16). In particolare, tale santità è radicata nel tempio, quale dimora di Dio; partendo dal tempio, nella prospettiva di Ezechiele, la santità divina pervade tutto l’ambiente circostante. 

Nell’animo del pio israelita nasce l’amore per la propria terra come sentimento religioso, espressione di pietà. In essa egli sperimenta l’unione con Dio e contempla la bontà del Signore. Al riguardo si può menzionare Geremia, profeta vissuto negli ultimi anni di vita della nazione. Egli dovette assistere alla distruzione della città e all’esilio, ma non perse mai la speranza che un giorno il popolo sarebbe ritornato nel paese abbandonato e che vi avrebbe vissuto nel benessere. Nel bel mezzo dell’assedio della città da parte dei Babilonesi, egli si reca ad Anatòt, sua città natale, per comprare un fazzoletto di terra, messo in vendita dal cugino Canamèl, proprio per esprimere questa speranza, segno peraltro dell’amore per la propria terra (Geremia 32). Dopo la distruzione della città, avrebbe potuto accettare l’offerta di Nabuzaradàn, capo delle guardie, che gli aveva offerto la possibilità di scegliere tra l’andare con lui in Babilonia, dove sarebbe stato trattato con tutti i riguardi, oppure restare nel paese, ma scelse la seconda proprio per condividere la sorte del popolo nella terra dei padri (Geremia 40,4-6). In seguito all’uccisione di Godolia, interpellato da quanti temevano di essere ritenuti responsabili dell’accaduto, il profeta li invita a restare nel paese, assicurando loro la benedizione divina (Geremia 42,9-22). Più di qualsiasi altro profeta Geremia dimostra attaccamento e amore per la propria terra.

Nel periodo dell’esilio babilonese, l’amore per la propria terra si manifesta come nostalgia e, al tempo stesso, come speranza di potervi ben presto ritornare. Da qui i sentimenti espressi nei primi versi del Salmo 137, in cui i fedeli si interrogano sul senso dell’esilio e sulla possibilità di celebrare nuovamente il culto a Gerusalemme. Quando pregavano, come sappiamo dal libro di Daniele, si rivolgevano verso Gerusalemme, immaginando un giorno di potervi salire, tra canti di gioia (Daniele 6,11).

Se in Geremia l’amore per la terra assume una tonalità fortemente passionale, in altri profeti il rapporto con essa viene declinato soprattutto in termini di responsabilità sociale e di convivenza comunitaria. Amos, ad esempio, lo vive nell’impegno per la giustizia sociale. In un’epoca in cui dominava la sperequazione, il latifondismo, l’accaparramento dei beni delle persone meno abbienti da parte di pochi, il profeta alza il dito contro i responsabili di quelle ingiustizie, il cui comportamento contravveniva ai dettami dell’alleanza (Amos 2,6-7; 5,7.10.12; 8,4-6; cfr. anche Michea 2,1-2; Sofonia 1,9; Isaia 5,8: «Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio»). Ci si era dimenticati del significato originario della terra e del fatto che essa non può essere ridotta a oggetto di possesso. In epoca esilica questa consapevolezza riaffiorò nella legge che prescriveva sia che la terra potesse essere riscattata all’interno della famiglia, nel caso in cui uno dei suoi membri, per insolvenza di debiti, fosse stato costretto a venderla (Levitico 25,25), sia che nell’anno giubilare tornasse al proprietario originario (Levitico 25,13), proprio perché inalienabile e data in eredità da Dio (Levitico 25, 23: «La terra non si potrà vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti»). 

Gesù si avvicina a Gerusalemme (Tavola riprodotta dalle Miniature de “La Bible de Sense” del secolo XIV, custodita nella Biblioteca Reale di Torino).

L’amore per la terra, unitamente all’impegno per un mondo di giustizia e di pace, trova la sua piena realizzazione attraverso la predicazione di Gesù sul Regno e la sua azione risanatrice. Ritornando a Nazareth, dopo aver vissuto quaranta giorni nel deserto ed essere stato tentato dal diavolo (Luca 4,16), Gesù mostra il suo legame con le proprie radici e in particolare con l’ambiente in cui si era formato nei primi trent’anni della sua vita, con i suoi stessi parenti, che avranno un ruolo determinante nella conservazione della sua memoria e della diffusione della fede cristiana, a partire dalla risurrezione. Egli, come Geremia, pianse su Gerusalemme sapendo che sarebbe stata distrutta e il popolo si sarebbe disperso (Geremia 9,1-2; Luca 19,41; Matteo 23,37). Il suo attaccamento per la propria terra è evidente in non pochi passi del vangelo. In questa direzione va il comando che rivolge ai discepoli di indirizzare l’annunzio della buona novella prima di tutto alle pecore sperdute della casa d’Israele (Matteo 10, 5-6; 15,24). In questo senso possiamo interpretare alcuni gesti di Gesù, soprattutto quello, ben descritto nel vangelo di Luca, di muoversi dalla Galilea verso Gerusalemme in modo deciso, come fa intendere il testo, perché sapeva che lì, proprio nella città di Dio, si sarebbe consumata la sua missione con l’offerta di sé stesso al Padre (Luca 9,51).

Amare la propria terra, in quest’ottica, significa amare Dio e continuare a credere nelle sue promesse, nonostante la si abiti come stranieri e pellegrini. Pensiamo per un attimo ad Abramo. Dio gli aveva promesso la terra e un popolo numeroso (Genesi 12,1-4), eppure alla fine della vita non può contare né sull’una né sull’altro! Emblematico è il racconto dell’acquisto del campo di Macpela per seppellirvi sua moglie Sara (Gen 23): il fatto che almeno un lembo di terra sia giuridicamente suo diventa segno, quasi sacramento, delle promesse non ancora compiute  di Dio. Al contempo il racconto rivela i sentimenti di coloro che, in un’epoca successiva, lo hanno messo per iscritto. I giudei esiliati a Babilonia da Nabucodònosor, narrando quest’episodio, vi proiettano la speranza di ritornare nel proprio paese o almeno esservi seppelliti!

Concludendo, da questi pochi esempi emerge un legame molto stretto tra l’abitare nel proprio paese e l’essere in comunione con il Signore. L’amore per la propria terra comporta il prodigarsi per la giustizia e la difesa degli ultimi; esprime qualcosa che va ben al di là di un attaccamento sentimentale: manifesta la propria fede in Dio e la speranza in un mondo migliore.