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Il significato di un termine che s'irradia spesso dagli scritti del beato Francesco Mottola

Incarnare l’ “Idea”, obiettivo della spiritualità oblata

A chi legge gli scritti di Don Francesco Mottola resta inizialmente perplesso dal ripetuto utilizzo del termine “Idea” come orientamento e programma di vita. A volte appare con significato generico e quasi vago, soprattutto se si estrapola dal contesto generale del pensiero e del programma di vita del nostro Beato. “I suoi scritti, scriveva il futuro vescovo Mons. Girolamo Grillo, sono un succedersi di intuizioni spirituali e poetiche, sono lampi di genio e guizzi di fiamma che lo dimostrano costante e fermo nella sua vocazione fondamentale: «Voglio che l’Idea divampi, nella Calabria ed oltre»”. (cfr. Eccomi, un’avventura meravigliosa, Roma 1977, p. 9). 

Il Beato Francesco Mottola insieme con i bambini della Casa della Carità di Tropea Marina.

La forza dirompente della sua anima, però, don Mottola la lascia esplodere con progressione fino a coinvolgere l’infinito-trascendente che l’uomo si porta dentro nell’anima e questa, se “ha impressioni, sensazioni, fantasmi”, in realtà “sulla sua animalità sgorga, come fiore, l’Idea. E fiorisce. L’Idea è una, vera, buona. E’ bella di bellezza trascendente, ma attende e questa attesa è tutta la sua gloria, anzi la sua gloria maggiore. Perché l’intelletto vede, la volontà arde. E trasportano il dato somatico attraverso la volontà e l’Idea, nello splendore dei Cieli sereni”. (cfr. Faville della lampada (da ora FL), pp. 229-230; Parva Favilla (da ora PF) 25, maggio 1958, pp. 4-5). Qualche anno dopo chiarirà ancora meglio che “l’uomo ha potenze all’infinito con l’intelletto e con la volontà. Un’Idea se non guarda all’infinito non è più Idea, come una volontà che non tenda all’infinito non è più volontà”. (PF 27, aprile 1960, pp. 3-4).

E qui il mistero iniziale comincia a definirsi senza tentennamenti ed equivoci perché l’Idea di cui si vuol parlare “è l’unica Idea del Padre. E’ Cristo che ha dato ali alla nostra intelligenza con la sua grazia divina. E’ l’eterno nel tempo”. (FL, p. 281; PF 29, marzo 1962, p. 4). Occorre allora “trasmutare tutto in idea: tutte le cose son legna da ardere nella fiamma del pensiero. Le cose intanto han valore, in quanto rispecchiano un’idea, un fine: il fine dei fini è Gesù Signore, l’Idea di Dio, per la cui gloria è stato creato. Trasmutare l’idea in vita”, è questo lo scopo di ogni oblato. (FL, p. 319; PF 31, ottobre 1964, pp. 5-6). 

Il processo chiarificatore fin qui definito ha avuto nel tempo una progressione pressocchè costante di intenti e di prospettive spirituali. Già nel 1940, per esempio, scriveva alle sue Oblate del S. Cuore: “Dobbiamo donare all’idea sempre maggiore splendore, sempre più alimentandola di sofferenza, di preghiera, di opere sante”. E ancora: “Vogliamo vivere sempre più profondamente il nostro ideale di oblazione, che va fino al sangue”. (cfr. Lettere Circolari alle Oblate, 27 novembre 1940 e 15 dicembre 1940, pp. 75.76). Più avanti raccomanderà: “Ognuna di voi sia un’Idea perché nell’Eterno non esiste né uomo né donna, ma idee che corrispondono all’Idea Suprema di Dio, che è Gesù Cristo”. (Circolari, 20 luglio 1948, p. 92).

  A questo punto non ci sono più dubbi: “La vita è un mistero sormontato da una croce. E’ il finito che chiama implacabilmente l’Infinito con tutte le sue voci. La storia tenta di diventare idea nell’Idea, di qui sconcerti, mille detriti d’idea, mille tentativi vani nell’idea che ancora non ha raggiunto l’unità. L’unità si raggiunge quando l’Idea di Dio s’incarna e diventa uomo, e unisce così la storia all’Assoluto che è Dio. Nell’Assoluto non c’è né essenza né esistenza, ma Atto Puro. E’ il Cristo che unisce con la sua Croce l’Assoluto, e dà senso alla storia. Senza unità con Cristo ogni croce è vana, ogni croce portata in simbiosi con Cristo è sacra. Gli uomini non hanno valore senza l’Idea di Dio, perché non raggiungono il loro fine. Quando Cristo appare come irraggiamento sacro, il fine è alfine raggiunto, la Carità. L’unità, l’amore, la carità, ci unisce a Dio che è. E acquistiamo così la libertà dei figli di Dio”. (FL, p. 373; PF 36, gennaio 1969, pp. 4-5).

Un numero di Parva Favilla del 1939. Il periodico venne fondato dal beato Francesco Mottola nel 1933.

Anche ai Sacerdoti oblati a più riprese don Mottola scrive allo scopo di tirarli dentro: “Noi sacerdoti, specialmente oblati, dobbiamo essere ostia con l’Ostia, solo così possiamo produrre frutti soprannaturali”. E a seguire: “Che vale una vita sacerdotale senza Idea?”. E ancora: “Confratelli in Idea: il nostro fine specifico è la preghiera, straripante nel dono ai fratelli. In pratica: Siamo anime che vogliamo realizzare l’Ideale oblato, ma abbiamo mille difetti, perché l’Idea è sempre superiore alla vita” (cfr. Circolari ai Sacerdoti Oblati, 20 marzo 1945, p. 26; Avvento 1948, p. 34; Aprile 1956, p. 50). Dunque “mettiamoci in cammino senza soste, senza ripensamenti, senza stasi; abbiamo l’onore e l’onere della società moderna che languisce. E languisce in un pantano che ha bisogno di un’idea per mettersi un’altra volta in cammino. Diamogliela questa Idea”. (FL, p. 204; PF 23, settembre 1956, p. 4). Questa, “l’Idea, è una, come l’essere è uno, è vero, è buono, ha la bellezza interiore e splende, è sempre richiamo all’essere che comprende tutti gli esseri. Forse è un irraggiamento del Verbo di Dio, che attraverso noi, conquista tutti gli esseri di cui è re”. (FL, p. 201)

Non meno perentorio è il richiamo rivolto agli Oblati laici a cui scrive: “l’Idea vale più della vita. Una vita smorta, senza bagliori di Idea è una vita grama e senza senso: una vita che gli Oblati laici non possono, né vogliono vivere. Perché non è vita…. Voi siete i Cavalieri dell’Idea, senza macchia e senza paura…. Siamo pochi, ma abbiamo l’anima fiammante di una grande Idea: portare il Cristo dappertutto. (FL, 30 marzo 1950, p. 154; 16 luglio 1951, p. 157; 14 luglio 1952, p. 159).

Come si può dedurre, quello che sembrava quasi una espressione vuota di senso, in realtà nella intuizione e nelle intenzioni di don Mottola nascondeva una carica di originalità identificativa della stessa Famiglia oblata chiamata ad essere “una famiglia di anime libere tenute insieme dall’Idea Immortale nei secoli. E proprio a questa Idea bisogna tutto sacrificare liberamente”. (PF 32, dicembre 1965, pp. 2-3). Ecco perché occorre essere sublimati dell’Idea di Dio. E l’Idea “diventa ideale quando si danno a lei le ali del cuore. Bisogna amare l’Idea con tutte le forze dell’anima e anche fisicamente amarla. Non basta l’intelletto, ci vuole la volontà ed il cuore e allora sboccia la verità. L’anima è sempre in attesa di raggiungere la Verità”. (PF 33, n. 3, marzo 1966).

  È così che “l’Assoluto si congiunge a noi per mezzo dell’Idea suprema, Gesù Cristo. Questa Idea ci deve far tremare l’anima di gioia. È’ lo splendore del Padre e il Padre è Carità suprema. Copiando Cristo, plagiando Cristo, andiamo a questa Idea. Perché tra noi e Dio c’è una differenza quasi infinita”. (FL, p. 361; PF 35, gennaio 1968, p. 3). Ed in questo processo interiore non deve mancare il rapporto con la Madonna, dalla cui carne “l’Idea di Dio, prese carne mortale. Tutto avvenne nel fuoco dello Spirito Santo, che adombrò ed illuminò la Sua concezione verginale… Quando l’Idea diventa l’Idea, si universalizza sempre di più e diventa concreta nella concretezza di Cristo immortale. Diventa non solo Amore, ma Carità”. (FL, pp. 140-141; PF 16, maggio 1950, p. 2). 

  E quasi a completamento di questo immenso progetto aperto all’Infinito, don Mottola nella Lettera Circolare agli Oblati laici del 28 luglio 1956 scrive: “Siamo uomini offerti all’Idea totalitariamente. Io prego che l’Idea tutta ci prenda e sfavilli in noi come cosa sacra. E l’Idea ci prenderà attraverso la nostra cooperazione umana e divina. Noi siamo dei piccoli nonnulla, ma abbiamo una volontà fremente e urgente di darsi continuamente, anzi direi, il dono è la forza che ci vivifica e ci santifica”. (Lettere Circolari, p. 165).  

(*) Vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea