Lettera pastorale di Mons. Attilio Nostro, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea
In cammino con la famiglia
Nel corso dell’incontro mensile del clero che si è svolto questa mattina, 8 ottobre 2026, presso il Seminario “R. Iaria” di Mileto il vescovo, mons. Attilio Nostro, ha presentato la nuova lettera pastorale dal titolo “In cammino con la famiglia”.
Il documento indica gli orientamenti per l’anno pastorale 2026-2027 ed individua nell’attenzione alle famiglie, soprattutto a quelle che vivono situazioni di complessità, un punto fondamentale del cammino diocesano. “Non la famiglia -sottolinea il presule – considerata in modo astratto, quanto piuttosto le famiglie concrete che abitano le nostre case, i nostri paesi, le nostre contrade. In questo tempo benedetto abbiamo ascoltato la famiglia: le fatiche e le ferite che sono emerse con forza, ma anche la gioia, la tenacia, la capacità di resistere e di ricominciare”.
Il saluto e il perché di questa lettera
Carissime famiglie, carissimi sacerdoti e diaconi, carissime persone consacrate, carissimi operatori pastorali e anche voi lontani: a tutti giunga il mio saluto nel Signore Gesù, che “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).
Vi scrivo dopo un tempo bellissimo di ascolto. Negli incontri che si sono svolti nelle zone pastorali dopo il convegno diocesano abbiamo messo al centro la famiglia. Così abbiamo fatto anche nella due giorni del Presbiterio della Diocesi. Non la famiglia considerata in modo astratto, quanto piuttosto le famiglie concrete che abitano le nostre case, i nostri paesi, le nostre contrade. In questo tempo benedetto abbiamo ascoltato la famiglia: le fatiche e le ferite che sono emerse con forza, ma anche la gioia, la tenacia, la capacità di resistere e di ricominciare. La convinzione che ha guidato i nostri passi è che ascoltare tutto questo significa lasciarsi investire dalla forza e dalla Grazia del Vangelo, è una testimonianza e una rivelazione sacra che la Chiesa ha il dovere di raccogliere11. Tra le tante voci ascoltate in rispettoso silenzio, alcune immagini mi sono rimaste nel cuore.
Una madre che, settimana dopo settimana, accompagna il figlio al servizio per le dipendenze e aspetta in sala d’attesa, con una preghiera per lui che profuma di speranza.
Un marito che ogni sabato prende il treno per andare in carcere a trovare la moglie e, al ritorno a casa, si sente solo e vuoto e non sa con chi parlarne.
Una famiglia che, dopo il funerale del figlio, quando le visite sono finite e la casa è tornata vuota, si è ritrovata improvvisamente senza uno scopo preciso da dare alla propria vita.
Una mamma e una sorella che accudiscono senza rassegnarsi un ragazzo che giace paralizzato sul letto ma che grida silenzioso al mondo: io sono ancora vivo e voglio vivere!
Immagini così dicono più di tante pagine di analisi. Questa lettera nasce da loro ed è, anzitutto, un grido d’amore, una preghiera che loro elevano a Dio. Ma noi sapremo sentirlo, intercettarlo, farlo diventare il nostro grido?
PRIMA PARTE
Alle nozze di Cana
Ci facciamo accompagnare in questa nostra riflessione dall’immagine che apre il Vangelo di Giovanni con un segno rivelativo della missione di Gesù: le nozze di Cana di Galilea (Gv 2,1-11).
È significativo che Gesù abbia iniziato i suoi segni proprio lì, dentro la vita di una famiglia come tante, una famiglia come le nostre, che festeggia le nozze con invitati, parenti e servi2. L’evangelista annota: “Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli” (Gv 2,2). Il Signore non resta fuori dalle nostre case: se viene invitato, entra e siede accanto a noi, alla nostra mensa, viene proprio a casa nostra!
Ma nel giorno più bello, improvvisamente qualcosa viene a mancare: è il vino che finisce. Nella cultura di allora non era un piccolo inconveniente: era una vergogna grave per gli sposi e per le loro famiglie, davanti a tutto il paese riunito era un’ombra sulla festa. Quante famiglie conoscono questa esperienza: la gioia che si esaurisce, le forze che non bastano più, come anche la paura che gli altri si accorgano di tutto questo.
C’è però qualcuno che se ne accorge per primo, addirittura prima degli sposi stessi: è Maria. Lei non fa rumore, non accusa nessuno, non chiede di chi sia la colpa. Semplicemente dice a Gesù: “Non hanno vino” (Gv 2,3)33. Poi si rivolge ai servi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). E Gesù chiede loro una cosa semplice e faticosa insieme: riempire d’acqua le sei anfore di pietra. “E le riempirono fino all’orlo” (Gv 2,7). Da quell’acqua il Signore trae il vino migliore, tanto che il maestro di tavola si stupisce, dicendo: “Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora” (Gv 2,10).
Da questa pagina possiamo trarre tre messaggi che attraverseranno questa lettera.
Il primo: Dio non è estraneo alla vita delle famiglie. Gesù è presente nella festa e resta presente nella nostra famiglia soprattutto quando il vino finisce. Non è indifferente alle nostre fatiche, non è distante nelle nostre fragilità.
Il secondo: la fragilità non è una colpa. A Cana nessuno rimprovera gli sposi. Maria non giudica: silenziosamente grida questa mancanza e la pone sotto lo sguardo di Gesù. A volte chi attraversa una prova si sente giudicato, ma il Vangelo ci dice che la mancanza non è la fine di tutto.
Il terzo: la comunità ha un compito preciso. Così come Maria, è chiamata ad avere uno sguardo attento e discreto, prima che la ferita diventi umiliazione, e pregare perché il Signore ci aiuti come Lui solo sa fare! Come i servi, è chiamata a fare la propria parte, a riempire le anfore “fino all’orlo”, con generosità e senza misurare. Il miracolo è certamente del Signore, ma l’acqua è affidata alle nostre mani.
SECONDA PARTE
Guardare la famiglia così com’è
La Chiesa non guarda a una famiglia teorica, ideale e astratta, ma alle famiglie reali con la loro storia e le loro ferite. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris laetitia, ci ha ricordato che nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma che ciascuna cresce gradualmente nella propria capacità di amare44. Nello stesso documento ha indicato tre verbi per il cammino della Chiesa accanto alla fragilità: accompagnare, discernere, integrare55.
In continuità con questo magistero, anche il Santo Padre Leone XIV ci chiede di continuare a custodire e a mettere in pratica tutto questo6.
Perciò, poniamoci una domanda: le nostre comunità sono accoglienti con le famiglie più problematiche, anche lontane? Abbiamo saputo reinventare dei percorsi di familiarità con chi resta sulla soglia?
In fondo, stiamo ritornando all’icona inziale, paradigma fondante di come la comunità parrocchiale dovrebbe essere: come la festa di nozze a Cana, un luogo dove chi è rimasto senza vino non viene lasciato solo con la sua vergogna77 ma, anzi, nella fragilità viene in soccorso l’amore che dona sapore nuovo (addirittura più buono!) alle difficoltà quotidiane.
TERZA PARTE
Le fragilità, una per una
Vorrei ora soffermarmi su alcune fragilità che più di altre sono emerse nell’ascolto delle nostre comunità. Per ciascuna provo a chiedermi tre cose: che cosa vive quella famiglia; che cosa le dice il Vangelo; che cosa chiede a noi.
La disabilità
Le famiglie che vivono con una persona con disabilità conoscono una fatica quotidiana che spesso resta invisibile: le terapie, le pratiche burocratiche, la lotta frustrante per ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto primario. E c’è una domanda che molti genitori portano dentro, con angoscia: “Dopo di noi, chi?”. Accanto a loro ci sono i fratelli e le sorelle, che spesso crescono in fretta e restano in ombra.
Il Vangelo ci dice che ogni persona è voluta e amata da Dio e che la sua dignità non dipende da ciò che sa fare88. Amoris laetitia riconosce nelle famiglie che accolgono una persona con disabilità una testimonianza preziosa di fedeltà al dono della vita99.
Alla comunità cristiana, tutto questo chiede proprio un cambio di sguardo: la persona con disabilità è soggetto della vita ecclesiale, non oggetto di assistenza1010. Ciò significa pensare anche per i disabili una catechesi e un accesso ai sacramenti, chiese senza barriere, un posto vero nella liturgia e nella vita attiva della comunità1111. E significa anche sostenere concretamente i genitori, perché la loro domanda sul “dopo di noi” non resti solo paura e smarrimento, ma diventi un luogo sacro dove la vita dei fragili è posta al centro!
Le dipendenze
Le famiglie incontrano il dramma della droga, dell’alcol, del gioco d’azzardo, delle dipendenze digitali, spesso in modo strisciante e apparentemente innocuo1212. Quando vengono alla luce, nella famiglia esplode la vergogna, la paura, il senso di impotenza. Addirittura, a volte, si assiste a una co-dipendenza che logora i legami familiari e li sfigura fino a dissolverli, anche solo per motivi di rovina economica.
Il Vangelo però ci mostra un Padre che non smette di attendere il figlio che si è perduto e gli corre incontro e lo abbraccia prima ancora che finisca di parlare (cfr. Lc 15,20). In quell’abbraccio paterno e riconciliante, Dio dice: tu non sei definito dalla dipendenza; io ti ricordo che tu sei mio figlio! E io sono tuo Padre!
Alla comunità è chiesto anzitutto di parlarne in modo profondo, accogliendo senza cedere a facili moralismi. È chiesto di collaborare con i servizi pubblici e con le comunità terapeutiche, che hanno competenze che noi non abbiamo. Ed è chiesto di non dimenticare i loro familiari: il padre, la madre, il coniuge, i figli hanno bisogno di essere sostenuti tanto quanto chi è dipendente.
Il lutto
Il lutto in una famiglia può avere tanti volti: la perdita di un figlio sembra stravolgere e contraddire l’ordine stesso della vita; la vedovanza che cambia ogni abitudine acquisita; la morte improvvisa che non lascia neppure il tempo di salutare; il suicidio di un familiare che aggiunge allo sgomento domande che non avranno risposta1313. Ho imparato ad accompagnare con rispetto e dolcezza anche il dolore sordo dell’aborto spontaneo, un lutto invisibile che molte madri e molti padri portano da soli perché pochi lo sanno riconoscere come tale.
Il Vangelo ci dice davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, Gesù piange (cfr. Gv 11,35) e parlando a Marta, afferma: “Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25). Ma si permette di dirlo soltanto dopo averla già ascoltata e subito prima di piangere con lei. La speranza cristiana, infatti, non è una frase banale da ripetere ai familiari davanti a una bara; è una presenza reale, personale, è Cristo che si piega fino ai nostri occhi in lacrime e… piange con noi!
La comunità spesso è presente il giorno del funerale. E poi? Non possiamo fermarci lì, ma è possibile pensare e proporre percorsi di consolazione, come anche gruppi di condivisione per chi vive un lutto. Possiamo far visita alla famiglia dopo alcuni mesi, quando tutti se ne sono andati e il vuoto si fa più pesante. E possiamo annunciare la risurrezione con il rispetto e la pazienza che il dolore merita. Amoris laetitia dedica diverse pagine all’accompagnamento delicato di chi vive la morte di una persona cara1414. È bene riprendere queste pagine e farle proprie.
Il carcere
Quando una persona entra in carcere, una pena e un marchio si imprimono anche sul vissuto della sua famiglia: sui figli che non sanno come giustificare ai compagni dove si trova il papà; sulla moglie che da sola tiene insieme casa, lavoro e figli; sui genitori anziani che affrontano lunghi viaggi anche solo per un colloquio di un’ora. C’è lo stigma sociale, che nei nostri paesi pesa molto e che continua con la vita da ex detenuto, quando la persona tornerà a casa dopo aver pagato il debito con la giustizia e proverà a ricostruirsi una vita.
Qui possiamo rifarci al quinto Vangelo, la Terra Santa! La chiesa di San Pietro in Gallicantu a Gerusalemme conserva nelle sue segrete il luogo che la tradizione indica come la prigione di Gesù, che ha fatto propria così l’esperienza del carcere e si identifica con chi è in questo stato: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36b). Quanto belle sono le lacrime di Pietro pentito e amareggiato, quando si rende conto che ha lasciato da solo Gesù e l’ha rinnegato, che ha negato perfino di conoscerlo per vergogna e per paura di fare, a sua volta, l’esperienza della prigionia! In realtà è Pietro che è prigioniero e in carcere, così come lo siamo noi, dei nostri pregiudizi e limiti! Nella bolla di indizione del Giubileo del 2025, Spes non confundit, Papa Francesco ha chiesto segni concreti di speranza proprio per i detenuti e per il loro reinserimento1515.
Alla comunità è chiesto di non girarsi dall’altra parte: sostenere le famiglie dei detenuti, collaborare con la cappellania del carcere, aprire percorsi di accoglienza, di recupero delle dignità (anche lavorativa) per chi esce. Ma con maggiore forza viene chiesto di non dimenticare le famiglie delle vittime, che portano una ferita ancora più profonda. La giustizia riparativa, che guarda a entrambe, è una strada che la comunità cristiana può incoraggiare e sostenere1616.
Altre ferite che non possiamo tacere
Purtroppo le fragilità delle nostre famiglie non si esauriscono qui: ne nomino altre, più brevemente, ma non con minore attenzione.
Penso alla malattia grave e alla cura degli anziani non autosufficienti: ci sono figli, spesso figlie, che fanno da caregiver per anni e restano soli, stremati, senza un giorno di respiro1717.
Penso alla fragilità psichica, che cresce in modo preoccupante soprattutto tra gli adolescenti e che le famiglie spesso non sanno né riconoscere né affrontare.
Penso alle separazioni e alle ferite coniugali, che lasciano segni profondi negli adulti e soprattutto nei figli, i quali non devono mai diventare terreno di contesa1818.
Penso alla violenza domestica, che va nominata con chiarezza e senza esitazione. Nessuna ragione, nemmeno il desiderio di tenere unita la famiglia, giustifica il silenzio davanti alla violenza1919. Chi la subisce deve poter trovare nella comunità cristiana un luogo di ascolto, protezione e aiuto per rivolgersi a chi può tutelarla in modo efficace e sicuro.
Penso alla povertà economica e alla mancanza di lavoro, che tolgono serenità e dignità e pongono in asfissia le relazioni familiari2020.
Penso all’emigrazione dei giovani, che per la nostra Calabria è una ferita concreta e quotidiana: svuota le famiglie, spegne i paesi e lascia soli tanti anziani2121.
E penso alle famiglie migranti, presenti in molte delle nostre comunità parrocchiali, spesso lontane dai propri affetti, e che dobbiamo accogliere come uguali nella dignità e fratelli nella fede2222.
QUARTA PARTE
Comunità: famiglia per le famiglie
Davanti a tutte queste ferite non basta un gesto di carità occasionale, per quanto generoso. Occorre un accompagnamento continuativo nel corso del tempo. La comunità cristiana è chiamata a diventare “famiglia” per le famiglie che il Signore le affida2323.
Vorrei qui indicare tre atteggiamenti.
Il primo riguarda lo SGUARDO. Prossimità, ascolto, pazienza. Papa Francesco, in Evangelii gaudium, chiede alla Chiesa di provvedere all’iniziazione di tutti e ciascuno all’”arte dell’accompagnamento”, perché ciascuno impari a togliere i propri calzari quando si fa ingresso sulla terra sacra che è l’altro da me (cfr. Es 3,5) 2424. Ogni famiglia ferita è terra sacra: vi si entra in punta di piedi e senza sandali sporchi.
Il secondo riguarda il METODO. Accompagnare significa camminare accanto, non decidere al posto di qualcuno. Come Gesù con i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35), ci si mette al passo dell’altro ascoltando la sua storia e offrendo una parola solo quando il cuore altrui è pronto a riceverla.
Il terzo riguarda i PROTAGONISTI. Le famiglie ferite possono e devono essere viste da noi non solo come destinatarie della pastorale2525: se vengono aiutate dalla Grazia di Dio e dalla Chiesa diventano, infatti, le migliori testimoni per altre famiglie, perché conoscono dal di dentro quella stessa fatica. Durante la due giorni con il presbiterio della Diocesi abbiamo vissuto nell’ascolto e nella condivisone, ma anche nello stupore di vedere persone umanamente umiliate e apparentemente sconfitte ma che ci hanno edificato con la loro testimonianza da RISORTI!
Una madre può lottare e riconquistare un figlio tossico!
Due genitori hanno perso un figlio, ma ora ne hanno più di cento!
Un carcerato può vivere da uomo libero e contribuire alla società!
Loro sanno trovare parole e silenzi che nessun corso può insegnare. Diamo loro spazio e fiducia!
QUINTA PARTE
Scelte concrete per la diocesi
Perché queste parole non restino sulla carta, affido alla nostra Diocesi alcuni impegni precisi. Ogni anno, negli organismi di partecipazione, diocesani e parrocchiali, verificheremo insieme il cammino fatto e ciò che resta ancora da fare.
In ogni parrocchia o unità pastorale nasca un piccolo gruppo di ascolto e prossimità per le famiglie fragili: poche persone, preparate e discrete, che sappiano accorgersi, visitare, accompagnare, come Maria a Cana, che si accorse per prima che mancava il vino.
Gli uffici diocesani – Pastorale Familiare, Caritas, Pastorale della Salute, Pastorale Carceraria, Pastorale Giovanile, e il servizio diocesano per le Confraternite – costruiscano un tavolo sinodale stabile ed efficace a sostegno delle famiglie più fragili.
Si curi la formazione degli operatori pastorali, anzitutto di quanti fanno parte dei gruppi di ascolto, perché imparino ad ascoltare e a riconoscere i segnali di disagio e provino a suggerire soluzioni concrete.
Si avvii una ricognizione delle barriere architettoniche nelle nostre chiese e nei locali parrocchiali, con un piano graduale per abbatterle.
Si offrano percorsi per chi vive un lutto, riscoprendo quel ministero della consolazione che appartiene a tutta la comunità: il Dio “di ogni consolazione” ci consoli perché possiamo, a nostra volta, consolare chi è nella prova (cfr. 2Cor 1,3-4).
Come gli uffici diocesani tra loro, così la Diocesi con il territorio: si costruisca una rete stabile con i Servizi Sociali, con i Comuni e con il volontariato, perché nessuno pensi di poter fare da solo.
Si continui a celebrare, nella festa della Santa Famiglia di Nazareth, la Giornata Diocesana delle Famiglie, con un’attenzione particolare a quelle più fragili: non una giornata per loro, ma con loro.
Sono impegni semplici, come l’acqua che i servi di Cana versarono nelle giare. A noi è chiesto di riempirle fino all’orlo; il vino buono lo donerà il Signore.
CONCLUSIONE
Il vino buono tenuto per ultimo
Ritorniamo da dove abbiamo iniziato: a Cana. Il maestro di tavola, assaggiando l’acqua diventata vino, si meraviglia: di solito si serve prima il vino buono e, poi, quello meno buono; qui invece il vino migliore arriva alla fine (cfr. Gv 2,10). E l’evangelista conclude: Gesù “manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,11). È questa la speranza che vorrei consegnare a ogni famiglia ferita: la mancanza non è l’ultima parola! Il Signore tiene da parte per noi il vino buono. Ed è su questo vino buono che dobbiamo contare, credendo con forza che il Signore ci sostiene e mai ci abbandona nei momenti di difficoltà. Parafrasando una bella espressione di don Tonino Bello, ogni ferita può diventare una “feritoia” attraverso la quale passa la luce di Dio: è quella stessa luce che ha vinto le tenebre e che continua la sua vittoria non solo per noi ma addirittura attraverso di noi, facendo della nostra fragilità umana il luogo in cui si manifesta in pienezza la forza di Dio (cfr. 2Cor 12,9)! Il Signore ci invita così a sostenere tutti i suoi figli, ricordando loro la vocazione a essere, anche nel nostro tempo, “sale della terra e luce del mondo” (cfr. Mt 5,13-16). La dimensione missionaria, fortemente ricordata dal Sinodo universale e ribadita continuamente da Papa Leone XIV, ci porta ad annunciare agli altri che non veniamo mai lasciati soli: l’Emmanuele, il Dio-con-noi (Mt 1,23), è il Risorto che desidera condividere con noi la sua vita non solo nella fede celebrata ma anche nella fede vissuta. E così sperimentiamo che una vita nuova è possibile in Cristo! Nulla è impossibile a Dio (cfr. Lc 1,37)!
Affido le nostre famiglie alla Santa Famiglia di Nazareth, che ha conosciuto la fuga e l’esilio (cfr. Mt 2,13-15), la precarietà, la ricerca angosciata di un figlio (cfr. Lc 2,48) e, con Maria ai piedi della croce, il lutto (cfr. Gv 19,25). Maria, che a Cana si è accorta della mancanza, continui a dire a suo Figlio, insieme a noi, per ciascuna delle nostre famiglie: “Non hanno vino” (Gv 2,3). E, con Giuseppe e Gesù, cammini con ogni casa della nostra Diocesi.
Vi auguro con tutto il mio cuore di padre di poter vivere l’esperienza della vita nuova in Cristo e di dire, finalmente, un giorno:
la mia povera acqua, Signore, tu l’hai trasformata in vino buono!
† Attilio, vostro Vescovo
PREGHIERA PER LA FAMIGLIA
NON ABBIAMO PIÙ VINO
Ascolta oggi la nostra preghiera, Signore,
è un impasto di lacrime, fatica e dubbi:
ma il fuoco del tuo Cuore potrebbe farlo maturare,
diventando pane per chi ha fame di Amore.
Solo tu, Signore, conosci ogni nostra lacrima,
ogni speranza, ogni gioia profonda e nuova.
In te risiede il segreto antico del Roveto ardente,
che brucia ma non consuma.
Solo tu trasformi la morte in vita nuova!
Aiutami, allora, a non farmi incatenare dai miei limiti,
aiutami a sentire che sei presente nella brezza leggera
della tua Parola, che taglia il mio cuore e lo risana.
Aiutami a vivere la mia famiglia
nella speranza luminosa del Paradiso.
sperimentando quell’amore più forte della morte.
Donami coraggio, per cogliere ogni sfida
come un’occasione per far crescere, con la tua Grazia,
la magnifica Vigna del Cantico, imbandita di ogni divina bellezza
ma che mi chiede di dare la vita, come tu hai già fatto per me.
Verso l’Assemblea ecclesiale di ottobre 2028
Siamo nel secondo anno di attuazione del Sinodo sulla sinodalità (2021–2028) e più esattamente nella Tappa della Chiesa locale, che impegna le diocesi a concretizzare le linee della conversione sinodale.
Quattro tappe — Fare memoria, Interpretare, Orientare, Celebrare — accompagneranno le Chiese locali, le Conferenze Episcopali e i raggruppamenti continentali fino all’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028 in Vaticano.
- Primo semestre 2027 (entro il 30/6/2027): “Fare memoria” a livello di diocesi ed eparchie per rileggere l’esperienza vissuta, riconoscere i passi compiuti, le difficoltà incontrate e i frutti maturati nell’attuazione del Documento finale del Sinodo.
- Secondo semestre 2027 (entro il 31/12/2027): “Interpretare” attraverso il lavoro delle Conferenze episcopali (nazionali e regionali) per raccogliere, leggere e rielaborare le relazioni teologico-pastorali emerse nelle Chiese locali.
- Nei primi quattro mesi del 2028 (entro il 30/4/2028): Tappa “Orientare” mediante le Assemblee Continentali, alle quali spetterà il compito di individuare priorità condivise e orientamenti per il cammino della Chiesa.
- Infine, ad ottobre 2028: tappa “Celebrare” con una Assemblea ecclesiale in Vaticano saremo chiamati a raccogliere e a consegnare alla Chiesa universale i frutti del cammino compiuto. (non è un ulteriore Sinodo ma il culmine del processo triennale).
L’intero processo comune è orientato e custodito da una decisiva DOMANDA:
“Qual è il volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali sono i nuovi cammini di sinodalità che stanno emergendo nella nostra comunità?”
Metodologia: L’intero percorso si affida alla pratica della conversione sinodale e della conversazione nello Spirito. Queste non sono solo una “tecnica” quanto piuttosto un esercizio ascetico e di vero e proprio “agonem” ecclesiale, imparando in questo modo ad ascoltare e valorizzare sempre più e sempre meglio l’altrui intuizione.
Disporremo così il nostro cuore ad accogliere in umiltà la voce di Dio che risuona nella Chiesa sua Sposa, che grida a Lui: “non hanno più vino!” (cfr, Gv2).
- Cfr. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 1. ↩︎
- Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1613. ↩︎
- Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris Mater (25 marzo 1987), n. 21. ↩︎
- FRANCESCO, Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (19 marzo 2016), n. 325. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, cap. VIII, nn. 291-312. ↩︎
- Cfr. PAPA LEONE XIV, Messaggio per il decimo anniversario dell’Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, (19 marzo 2026). ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 47. ↩︎
- Cfr. DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana (2 aprile 2024), nn. 53-54. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, n. 47. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Lettera enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 98. ↩︎
- Cfr. PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE, Direttorio per la catechesi (23 marzo 2020), nn. 269-272. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, n. 51; sull’ambiente digitale e i suoi rischi, cfr. ID., Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit (25 marzo 2019), nn. 88-90. ↩︎
- Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2283. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, nn. 253-258. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Bolla di indizione del Giubileo ordinario dell’anno 2025 Spes non confundit (9 maggio 2024), n. 10. ↩︎
- Cfr. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004), n. 403. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, nn. 191-193. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, n. 245; sull’accompagnamento delle persone separate, cfr. ibid., nn. 241-243. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, nn. 54 e 241. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, nn. 25 e 44; LEONE XIV, Esortazione apostolica Dilexi te (4 ottobre 2025). ↩︎
- Cfr. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno (21 febbraio 2010). ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, n. 46; ID., Christus vivit, nn. 91-94. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, n. 87. ↩︎
- FRANCESCO, Evangelii gaudium, n. 169. ↩︎
- Cfr. FRANCESCO, Amoris laetitia, n. 200. ↩︎

