Intervista all'Eparca di Lungro, Donato Oliverio, nel 1700mo anniversario del Concilio di Nicea
“Il tema dell’unità dei cristiani già nelle prime parole di Papa Leone XIV”In questo anno ricorre il 1700° anniversario del Concilio Nicea, primo concilio ecumenico nella storia della Chiesa; convocato dall’Imperatore Costantino, a Nicea (l’attuale İznik in Turchia), nel 325; partecipato da circa 200 vescovi, per lo più orientali.
Secondo quanto riportato da Eusebio di Cesarea, autore di una biografia dell’Imperatore, nei desideri di Costantino c’era quello di fare in modo che tutti i popoli avessero una stessa concezione di Dio. Ciò avrebbe, infatti, reso più facile il suo governo: uomini d’accordo sulle idee religiose sarebbero stati uniti anche di fronte alle scelte politiche. Un desiderio profondo di pace animava Costantino, tanto che nella prima sessione del Concilio, da lui presieduta, manifestò l’angoscia nel vedere la Chiesa divisa e, allo stesso tempo, la volontà di risolvere ogni conflitto. Bisogni e questioni che risuonano attuali e per certi versi profetici.
Monsignor Donato Oliverio dal 2012 è l’eparca, ossia il vescovo, di Lungro, in provincia di Cosenza, dove ha sede la Diocesi Cattolica Bizantina degli Italo Albanesi dell’Italia Continentale. Solo in Calabria sono 33 le comunità arbëreshë, appartenenti cioè alla minoranza etno-linguistica albanese, storicamente stanziata in Italia meridionale (e insulare). È il territorio cosentino quello che ospita la maggior concentrazione di paesi arbëreshë, che si trovano anche nel Catanzarese (Caraffa, Vena di Maida, Zangarona di Lamezia, Gizzeria, Andali e Marcedusa ) e nel Crotonese (Carfizzi, Pallagorio e San Nicola dell’Alto).

L’eparca Donato Oliverio è anche il vescovo delegato della Conferenza Episcopale Calabra alla Commissione per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso.
Cominciamo dall’attualità: nei primi discorsi del nuovo Papa, Leone XIV – gli chiediamo – ci sono elementi che rimandano al tema dell’unità dei cristiani?
L’Eparchia di Lungro gioisce per l’elezione a Sommo Pontefice di Papa Leone XIV. Si, ci sono riferimenti precisi. Anzitutto Papa Leone ha indicato subito la via della pace, essendo Cristo l’unica nostra vera pace. E proprio la centralità di Gesù Cristo, da molte Chiese locali invocata in questo anniversario del Concilio di Nicea che proprio sulla Seconda Persona della Trinità si era concentrato, è emersa nelle parole di Papa Prevost come necessità di raggiungere la pace, «una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante», che «proviene da Dio», colui che «ci ama tutti incondizionatamente».
Poi?
Anche nell’omelia durante la Messa celebrata nella Cappella Sistina assieme al Collegio dei Cardinali, Papa Leone XIV è partito dal ricordare il Kerigma dell’annuncio cristiano: «Gesù è il Cristo, il figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre». L’immagine del cammino comune dei cristiani è tornata più volte, assieme a “costruire ponti”, “dialogo”, “carità”, “le braccia aperte”. Questi riferimenti, assieme al motto episcopale In Illo unounum, aumentano la nostra gioia nel constatare che la Santissima Trinità ha donato alla Chiesa di Dio ciò di cui ora c’è bisogno, così come avviene per ogni Papa in ogni epoca storica: un Papa che prosegua il cammino dei suoi predecessori e che al mondo di oggi annunci il Cristo, Figlio di Dio, unica fonte di unità per le Chiese, spesso divise, così come diviso è il mondo nel quale spirano venti di guerra. La preoccupazione per l’unità dei cristiani, oltre che dal motto episcopale, emerge anche dalla definizione che Papa Leone dà del ministero petrino: «Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale».
Si riferisce alla celebre espressione di Sant’Ignazio di Antiochia?
Infatti. Ed è proprio la citazione di Sant’Ignazio di Antiochia, che il nuovo Pontefice riserva una bella e innovativa sorpresa per quanti lavorano per l’unità dei cristiani. Una innovativa interpretazione di come servire nella carità: Sant’Ignazio “condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: «Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo» (Lettera ai Romani, IV,1)”, Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne -, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Ecco la strada da percorrere per giungere all’unità: diventare piccoli, e lasciare che rimanga il Cristo, al di là dei nostri egoismi e delle nostre pretese di potere o prevaricazione.

Quali strade ritiene siano, oggi, percorribili da Chiesa e Istituzioni governative per una pace civile e religiosa?
I cristiani conoscono una unica pace, la vera Pace, che è Cristo. Nell’ Eparchia di Lungro, diocesi cattolica di rito bizantino, nella Divina Liturgia quotidiana si prega “per la pace che viene dall’alto… per la pace del mondo intero e per l’unione di tutti”. È chiaro che la pace è un dono che deve essere accolto, in quanto non è semplicemente assenza di conflitti, ma comunione intima con Dio Uno e Trino. Non è difficile, dunque, guardarsi attorno e pensare che oggi aumentano guerre e conflitti proprio perché Dio sta scomparendo dall’orizzonte dell’uomo.
Benché tutte le religioni abbiano insito un desiderio di benessere profondo e armonia, dunque assenza di conflitti, l’esperienza cristiana, che è diversa dalle religioni del mondo, dal momento che è Dio che abbassa i cieli per donare quella pace che l’uomo da solo non saprebbe dove trovare, vede una unica strada percorribile per trovare la pace: convertire il proprio cuore all’amore di Dio, in Gesù Cristo.
Ogni cristiano può essere strumento di pace nel momento in cui annuncia al mondo che Cristo è l’unica vera pace, non fittizia e duratura.
A Nicea si definì la relazione tra il Padre e il Figlio e si affermò che il Figlio è “consustanziale” al Padre, della stessa sostanza del Padre, come recita il Credo che Costantino volle fosse legge imperiale. Costantino impose la propria concezione religiosa all’Impero e questa fu una delle cause che generò la crisi del suo governo. Come secondo lei il bisogno di Pace può convivere con il diritto inviolabile di professare liberamente il proprio credo religioso?
I tempi cambiano e i contesti storici anche. Non possiamo giudicare con i parametri di oggi quello che avvenne ai tempi di Costantino. Certo è che Costantino, secondo la tradizione, aveva a cuore l’unità dell’Impero, un Impero che concepiva come Cristiano. L’Oriente cristiano festeggia Costantino come santo, e gli riconosce il titolo di “pari agli Apostoli”. A prescindere da ogni giudizio che non ci compete bisogna riconoscere che Costantino ha quantomeno creato le condizioni favorevoli per un maggiore sviluppo del cristianesimo all’interno dell’Impero.
Oggi, nelle nostre società civili, nessuno si sognerebbe di imporre un Credo religioso. Dice bene lei che il diritto di professare liberamente il proprio credo religioso è un diritto inviolabile. Certo è che quando le tradizioni religiose non si pongono come strumento di pace, o hanno visioni distorte della via che conduce alla pace, iniziano a sorgere problemi seri. Da cristiano posso dirle che se è sacrosanto il diritto di professare il proprio credo religioso, è chiaro per ciascun cristiano, così come il magistero della Chiesa Cattolica ha chiarito nei documenti del Concilio Vaticano II, non si può pensare di ritenere il Vangelo di Cristo come una delle tante verità presenti nel mondo. Il compito di ogni cristiano di fronte alle altre religioni è quello di annunciare la Via, la Verità e la Vita. A ognuno la libertà di scegliere che strada intraprendere.