Due giorni fa la salita in Cielo, che profuma di santità, di una giovane mamma di Vallefiorita (Cz)
Il sorriso di Giuseppina Lagrotteria, un raggio di luce oltre il dolore«Papà, chiudi questa luce. È fortissima». In quella stanza, però, intorno alle sei del mattino, non c’era alcuna luce artificiale. E così, le ultime parole di Giuseppina Lagrotteria, trentasette anni, lasciano con sé una convinzione: nell’esatto momento in cui sembrava che stesse calando il buio sulla sua vita, su quella dei suoi familiari, di quanti l’hanno conosciuta e le hanno voluto bene, questa giovane donna, mamma, sposa, figlia era già avvolta da una luce potente. Una luce capace di squarciare le tenebre della notte, della sofferenza, della morte. La stessa luce che non si vedeva, ma si percepiva in maniera del tutto misteriosa, lo scorso mercoledì 24 giugno, di pomeriggio, alle sue esequie celebrate dal parroco don Salvatore Gallelli nella Chiesa di Vallefiorita (Catanzaro).

Ho conosciuto Giuseppina perché nipote di Giulia, la cara sorella di monsignor Giuseppe Silvestre, presbitero dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, teologo e per lunghi anni missionario in Brasile. Io e Giusy, come la chiamavano le amiche e gli amici, siamo entrambi, classe 1989. Entrambi, studenti tra le aule del Dipartimento di Giurisprudenza dell’università di Catanzaro. Entrambi, laureati con una tesi in Diritto ecclesiastico, sotto la guida del prof. Antonino Mantineo. Sono tanti i motivi, quindi, che rendono vivo il ricordo di Giusy. Un ricordo che si staglia nella memoria, sin da quando la rivedo ragazzina, insieme alla più piccola sorella Sonia, nei locali della parrocchia Madonna di Pompei di Catanzaro a trovare l’amato zio don Pino. Una cifra, più di altre, contraddistingueva la personalità di Giusy: il sorriso; un sorriso al contempo discreto e sincero; timido e autentico. Lo stesso sorriso che ho incrociato nuovamente a dicembre, all’ospedale Pugliese della città. Mio papà stava combattendo la sua battaglia, lei faceva altrettanto, accompagnata amorevolmente dal marito Michelangelo. Eppure, tra il dolore e la sofferenza, quel sorriso continuava a caratterizzare il suo volto, come forma di attenzione, di apprensione, di cura nei confronti di chi le stava accanto.
Non ho avuto alcuna difficoltà, quindi, a riconoscere quali autenticamente vere le parole di don Salvatore nell’omelia del funerale: «Giusy ci ha insegnato come si vive e come si muore». Non frasi di circostanza. Ma parole che esprimevano la verità di una realtà profonda e misteriosa. «Giusy è stata sempre solare, generosa, altruista, genuina. Perché il Signore l’abbia presa con sé resta un enigma, che ce l’abbia donata è stata una grazia per tutti», ha continuato il prete che le è stato accanto, insieme allo zio, in un percorso di maturazione spirituale negli ultimi giorni di vita.
Effettivamente in Giusy si sono rese riconoscibili virtù morali, pienamente umane, che hanno reso la sua bellezza esteriore il riflesso di una bellezza interiore: buona, altruista, onesta, solare. Tutte virtù che si sono concretizzate nei diversi ambiti esistenziali che l’hanno vista presente: dalla famiglia allo sport, dal lavoro alla comunità parrocchiale. Eppure, di fronte alla sua prematura scomparsa sembra davvero riduttivo ricordarne soltanto la postura etica e comportamentale. È stata una grande donna, non c’è dubbio. Ma c’è qualcosa in più, molto di più. Mercoledì nella chiesa di Vallefiorita, la comunità radunata, come ha ricordato don Salvatore, per «celebrare la fede nel Signore risorto», è rimasta per davvero abbagliata dalla luce di una vita, ormai compiuta, sulla quale rimane impresso il sigillo della santità.
Ne sono consapevole: si tratta di una parola che ha un peso enorme, dal punto di vista teologico, canonistico e storico. Eppure, la ripeto: quella di Giusy è stata una vita impastata di santità. Di quella concreta, vissuta, impastata di sofferenza e di fiducia. Perché i santi, si sa, sono quelli «della porta accanto», come amava ripetere papa Francesco. E se con il sinodo dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, celebrato tra il 1993 e il 1995 dall’arcivescovo Antonio Cantisani, di venerata memoria, la Chiesa locale si attendeva una «fioritura di santità», di santità ordinaria, tra i fiori più belli oggi spicca la testimonianza di Giusy, che conferma nella fede quanti sono nello sconforto e nella disperazione. Una testimonianza capace di disvelare che la bellezza dell’esistenza umana non può arrestarsi di fronte all’abisso del dolore e della morte. La fede che Giusy ha ricevuto in dono dai genitori Maria e Alfonso, dai nonni, dallo zio don Pino, è diventata speranza concreta. Così, le parole utilizzate da don Salvatore nell’omelia diventano una certezza: «Lei, unita alla comunità cristiana per il dono della fede nel suo pellegrinaggio terreno, ora è unita alla nostra preghiera liturgica, nella quale il cielo e la terra si abbracciano in un unico inno di lode e di adorazione del Signore, il Dio dei viventi».
Vale la pena rileggere uno degli ultimi messaggi whatsapp inviati da Giusy, ormai consapevole di avere poco tempo a disposizione, al sacerdote, il giorno dopo aver ricevuto la grazia sacramentale dell’unzione degli infermi:
«Caro Don, sento il desiderio di condividere con lei uno stato d’animo che forse nemmeno io avrei immaginato di poter raggiungere. In questo momento della mia vita ho trovato una pace interiore serena, profonda, che convive con il dispiacere e con la paura di lasciare fuori da questo cammino le persone che amo. È un dolore che rimane, ma accanto ad esso c’è una quiete che non so spiegare e che mi sorprende ogni giorno. Mi sono affidata alla preghiera di tutti gli amici e dei fedeli che mi hanno promesso un pensiero, una preghiera, una parola rivolta al Signore per me. Ho accolto questo dono con gratitudine. Allo stesso tempo, però, non ho mai chiesto: “Perché proprio io?”. Non ho mai domandato un miracolo, né chiesto di essere risparmiata da questo momento. Ho continuato a recarmi nei luoghi sacri che ho sempre frequentato, gli stessi di sempre, e lì ho pregato senza chiedere nulla. Ho pregato come se fosse un giorno qualunque. Come se non stessi attraversando qualcosa di diverso dagli altri giorni. Ho pregato e basta. Forse è proprio in quel silenzio, in quella semplicità, che ho trovato questa pace inattesa. Non una risposta a tutte le domande, ma una serenità che mi permette di vivere il presente con fiducia e con il cuore aperto. Volevo condividere questo con lei, perché sentivo il bisogno di dirle che, nonostante tutto, oggi il mio cuore è in pace. Con affetto e gratitudine».
Di fronte a queste parole è necessario togliersi i calzari ed entrare a piedi nella sacra intimità di un cuore che si dichiara in grado di «pregare e basta», come «se fosse un giorno qualunque», abitando il dolore senza farsi consumare dalla rabbia. Anzi, trasformando la paura del distacco in un atto di gratitudine per l’amore ricevuto e donato.
Sono ancora le parole di Giusy a confermarci in questa fede, ora lasciate in una lettera indirizzata alla comunità di Vallefiorita e consegnata al parroco, da leggere nel giorno che sarebbe venuta a mancare (una lettera che don Salvatore ha custodito nel tabernacolo fino al giorno della morte): «Non piangete soltanto per la mia assenza. Ricordatemi per i sorrisi condivisi, per il bene che ci siamo voluti, e per tutto ciò che abbiamo vissuto. Se qualcosa di me resterà, spero che sia l’amore che ho cercato di donare agli altri».
Per questo l’ultimo pensiero di Giusy non può che essere per la piccola figlia Diletta, alla quale è affidato in eredità il dono di una mamma che lascia un messaggio autentico di amore. Nella straripante generosità di Giusy, la piccola Diletta viene così consegnata alla cura dell’intera comunità, di tutte e di tutti noi. Un passaggio di testimone per il presente e per il futuro, certo. Ma è soprattutto una grande testimonianza escatologica, di fede nelle realtà ultime: Giusy ricorda che Dio non si cerca (e non si trova) nei prodigi. Perché è davvero, come sostiene l’apostolo Paolo, «scandalo per giudei, stoltezza per i pagani». Un Dio che rovescia la logica umana ed esprime la sua onnipotenza nella croce, nel dolore, nella sofferenza. Un Dio che si rivela in un cuore che sa affidarsi persino quando il sole sembra non sorgere più ma gli occhi continuano ad essere abbagliati da una luce che non conosce tramonto. E oggi, per noi cristiani, questa onda di luce porta con sé anche il raggio splendente di Giusy.

