L'intervento di Don Francesco Sicari, Fratello Maggiore dei Sacerdoti Oblati del Sacro Cuore, all'incontro "Comunicare la Santità" promosso ieri da Parva Favilla. Oggi, nella Concattedrale di Tropea, l'inizio del Novenario in preparazione della Festa Liturgica
Il Beato Francesco Mottola: viandante, lampada e aquila dell’InfinitoParlare di santità oggi significa anzitutto chiedersi come essa possa essere comunicata. La santità non si trasmette semplicemente raccontando fatti straordinari o enumerando virtù eroiche. Si comunica attraverso una vita che diventa segno, parola, simbolo. E il Beato Francesco Mottola, sacerdote tropeano, nato il 3 gennaio 1901 e morto il 29 giugno 1969, mistico e apostolo degli ultimi, ha saputo raccontare la sua esperienza di Dio proprio attraverso immagini semplici e profonde, capaci di parlare ancora al cuore dell’uomo contemporaneo.
Vorrei allora accostarmi alla sua figura attraverso tre immagini che ricorrono nei suoi scritti e che rappresentano quasi tre tappe di un unico itinerario spirituale: il viandante, la lampada e l’aquila.

La prima immagine è quella del viandante.
Scrive don Mottola:
«Io sono un povero viandante che va e va…».
Forse in queste poche parole è racchiuso il segreto della sua vita.
La vicenda umana e spirituale di don Mottola e la stessa vocazione oblata nasce da una voce che egli avverte nel profondo del cuore. Una voce discreta all’inizio, ma che lentamente diventa insistente, fino a farsi, come egli stesso lascia intuire, quasi persecutoria della sua anima, incapace di lasciargli pace. È la voce di Dio che gli fa sperimentare la scontentezza per le cose che passano e suscita il desiderio accorato di un superamento continuo, di una tensione verso quello Sposo che non rifiuta mai chi lo cerca. Da questa inquietudine santa nasce il pellegrino dell’Infinito.
Don Mottola comprende che la vera avventura dell’uomo è quella interiore. Per questo invita continuamente a riscoprire l’interiorità come luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Bisogna, dice, abbellire la casa interiore, renderla degna di accogliere il Signore. Ma questo richiede un cammino, un’ascesi, un itinerario spirituale.
È significativo che il Beato sintetizzi questo itinerario in quattro verbi: soffrire, tacere, godere e dimenticarsi. Sono parole ascensionali che scandiscono il cammino dell’uomo verso Dio e che egli attinge al celebre motto spirituale di Rosmini, reinterpretandolo in modo originale. Soffrire significa accogliere la purificazione della vita; tacere significa imparare il silenzio del cuore, perché solo nel silenzio parla Dio; godere è sperimentare la gioia dell’incontro con Lui. Ma il quarto verbo è tipicamente mottoliano: dimenticarsi.
Dimenticarsi significa uscire definitivamente da sé stessi, vivere il dono totale, perdere il proprio io per ritrovarlo in Dio e nei fratelli. È il vertice della vita oblata, il punto in cui l’amore non cerca più sé stesso, ma si consegna interamente.

Don Mottola è stato davvero un homo viator, mai stanco di tendere verso Dio.
E quanto questa immagine appare profetica! Mentre l’uomo contemporaneo sembra spesso un Ulisse senza Itaca, disperso nelle sue esperienze e frammentato nelle sue inquietudini, don Mottola vive la sua esistenza come un viaggio sacro con Cristo, Signore dell’amore, verso il traguardo di Dio-Trinità, ricercato nella bellezza della creazione e nella storia degli uomini.
Don Mottola è un mendicante di Dio che insegna agli altri a mendicare l’Infinito.
La seconda immagine è quella della lampada.
“…Io sono una povera lampada che arde.”
La lampada, come ben sappiamo, non vive per sé stessa. Consuma il proprio olio per fare luce agli altri. Non trattiene la fiamma, ma la consegna. Così è stata la vita del Beato Francesco Mottola.
La sua esperienza mistica non lo ha mai rinchiuso nell’intimità di un rapporto esclusivo con Dio. Al contrario, la contemplazione è diventata generazione, la preghiera si è fatta missione, l’incontro con Cristo si è trasformato in un dono incessante di sé. Per questo, accanto all’immagine della lampada, emerge una dimensione fondamentale della sua identità: don Mottola è il padre della vocazione oblata. Per gli Oblati egli rimane semplicemente il Padre, senza bisogno di altre specificazioni. Non un fondatore nel senso giuridico del termine, ma un padre nello Spirito, che genera figli e figlie alla vita di Cristo. Egli stesso, con un santo e umile orgoglio, scrive: “Questa povera voce di sacerdote che per voi è la voce del Padre, perché lasciate che ve lo dica nella verità, io vi ho generati in Gesù Cristo.”
In queste parole si coglie il segreto della sua missione. La sua vita è stata tutta protesa a generare. Generare alla fede. Generare all’incontro personale con Cristo. Generare alla santità. Potremmo dire che tutta la sua opera è stata orientata a quello che egli amava definire il “cristificare” l’uomo, il lasciarsi trasformare da Cristo fino a portarne impressi i sentimenti, gli atteggiamenti, l’amore. È quel “plagio di Cristo” che ricorre nel suo linguaggio spirituale: un lasciarsi conquistare così profondamente dal Signore da poter dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Ecco il senso autentico della vita oblata.

L’oblazione non è anzitutto fare qualcosa per Dio, ma lasciarsi plasmare da Lui fino a diventare dono. È imparare il servizio degli ultimi, la compassione per i poveri, la vicinanza agli scartati, l’amore che non misura il sacrificio. È vivere fino in fondo il quarto verbo del suo itinerario spirituale: dimenticarsi. Dimenticarsi di sé per ricordarsi di Dio e dei fratelli. Dimenticarsi di sé fino all’oblazione piena, fino alla croce e al sangue. Questa è la lampada che arde.
Ed è qui che comprendiamo un’altra grande intuizione pedagogica di don Mottola. Egli non vuole semplicemente aiutare gli uomini a vivere meglio; vuole generare santi. Non vuole soltanto assistere il povero; vuole rivelargli la sua dignità di figlio di Dio. Non vuole creare discepoli di sé stesso; vuole condurre tutti a Cristo. Per questo ripete ai suoi figli spirituali che bisogna andare sempre là dove è l’uomo, per salvarlo con i mezzi della grazia e dell’amore, con il coraggio di amare senza riserve. Bisogna andare verso l’uomo della strada per renderlo viandante di Dio e pellegrino dell’Infinito.
Infine, la terza immagine è quella dell’aquila che ritorna in diversi suoi scritti.
L’aquila rappresenta il compimento del viaggio. È l’anima che non si accontenta delle basse quote, ma tende verso le grandi altezze dello spirito. Il Sole verso cui vola è Cristo.
Per don Mottola la vita oblata altro non è che attesa del Sole. Tutta l’esistenza è orientata verso questo incontro definitivo. È un viaggio verso l’Infinito che porta con sé non soltanto la ricerca personale di Dio, ma anche le attese e le speranze dell’intera umanità.
Il povero viandante continua a camminare.
La povera lampada continua ad ardere.
L’aquila continua a salire verso il Sole.
Tre immagini che raccontano un’unica storia: quella di un uomo che ha creduto che il cuore umano è fatto per Dio.
E questo viaggio avrà il suo approdo definitivo. Don Mottola lo esprime con una semplicità disarmante: «Canteremo nei cieli.»
L’avventura spirituale di don Mottola e quindi anche degli Oblati non è altro che questo continuo camminare. Il contrario sarebbe la morte. E c’è una frase che forse sintetizza tutta la spiritualità mottoliana: solo la croce è il riposo del cammino del viandante.
Perché nella croce il pellegrino trova il senso del suo andare, la lampada il significato del suo consumarsi e l’aquila la forza del suo volo.
Se dovessi riassumere il messaggio del Beato Francesco Mottola per questo nostro convegno su “Comunicare la santità”, direi che la santità si comunica per generazione.
Si comunica quando un viandante incontra altri viandanti e indica loro la strada. Si comunica quando una lampada accende altre lampade senza consumarsi invano. Si comunica quando un’aquila insegna ad altri a guardare il Sole senza paura.
Don Mottola è stato tutto questo. Padre degli Oblati e padre di anime, mistico e apostolo degli ultimi, mendicante di Dio e cercatore dell’uomo. Ha generato alla fede, ha generato all’incontro con Cristo, ha generato all’oblazione.
La sua voce continua ancora oggi a risuonare nella Chiesa come la voce del Padre, chiamando ogni uomo a lasciarsi “cristificare”, a fare della propria vita un dono e a camminare senza sosta verso Dio.

