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In occasione della "Domenica della Divina Misericordia", pubblichiamo l'intervista a mons. Luigi Renzo (all'epoca vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea) realizzata da Domenico Gareri per Tele Padre Pio, in coincidenza del riconoscimento del miracolo

Il Beato Francesco Mottola modello di misericordia

    Eccellenza, la figura di Don Francesco Mottola oggi più che mai ci può aiutare a capire il ruolo dei cristiani, il ruolo che ognuno di noi deve avere nella società. Don Mottola su questo è stato un pioniere ed un grande maestro perché è stato un uomo della Chiesa e nella Chiesa, che ha saputo seguire quello che il cuore gli dettava.

  Abbiamo bisogno di queste figure straordinarie, veri profeti nella Chiesa. Un’esperienza perché incida deve essere radicata in una forte spiritualità. Lui era un uomo di profonda spiritualità, radicato nella Chiesa e certamente è diventato prete perché voleva essere a servizio della e nella comunità. Ha realizzato quello che sappiamo perché si è lasciato guidare dal cuore ed è stato in costante ascolto di Dio e del prossimo. La sua esperienza forte di Dio era animata da grande fede e si mantenne legato alla spiritualità del Sacro Cuore, quindi ha vissuto una spiritualità di riparazione delle offese con grande dedizione e generosità. E la stessa spiritualità ha insegnato a chi lo ha seguito.

Il Beato Francesco Mottola (1901-1969). Il Decreto Pontificio di riconoscimento del primo miracolo compiuto da Dio per sua intercessione, porta la data del 2 ottobre 2019.

    Un uomo, don Mottola, che se pure appartenuto al passato, è, però, molto attuale. Un uomo che ci richiama ad accogliere anche l’invito di Papa Francesco ad essere caritatevoli; ci invita ad incontrare Gesù attraverso il prossimo: è un messaggio importante, un messaggio che ognuno deve testimoniare concretamente e non solo a parole.

  Oggi in particolare Papa Francesco ci sta mettendo in guardia dalla civiltà e dalla cultura dello scarto. Don Mottola molti decenni fa ne ha fatto una scelta di campo proprio partendo da Tropea. Per lui “i nuju du mundu”, cioè quelli che nessuno calcolava, quindi lo scarto dell’umanità, sono stati i prescelti. Lui ha scelto e si è dedicato soprattutto a questi come risposta a Cristo, centro nella sua vita. Per costruire la Chiesa è partito dal servizio proprio a queste periferie profonde. C’è una umanità più sofferente che ha bisogno di essere servita, accudita: lui si è dedicato proprio a questo mondo di sofferenza. La sua santità, è vero, è nella contemplazione e nella sapienza del cuore.

Non è nell’attivismo, ma nello sforzo di entrare nello stile di Gesù, che è lo stile del servire e di dare la vita fino al sangue (usque ad sanguinem) per chi soffre, per chi è povero. La sua modernità, se vogliamo, sta proprio in questo: partire dalle periferie. Lui ha scelto di partire e di vivere nelle periferie dove ha scoperto le situazioni umane più incresciose. Per questo si è sentito fortemente chiamato e spinto a fondare le Case della Carità da diffondere non solo nel territorio del Vibonese, ma dovunque. Uno che crede in un ideale diventa travolgente nel trasformarlo in realtà, soprattutto se ci sono in mezzo persone che hanno bisogno di tutto. Lui in quello che faceva ci credeva sul serio e riuscì a coinvolgere tante anime generose. Una fra tutte Irma Scrugli, la sua stretta collaboratrice. 

Mons. Luigi Renzo, vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea.

   Chiudiamo con un messaggio al mondo laicale. Don Mottola ci aiuta anche a rivalutare e valorizzare il ruolo dei laici nella Chiesa: tante volte noi ci dimentichiamo che ne facciamo parte ed invece è importante che ne prendiamo maggiore coscienza e consapevolezza.

  Il termine laico significa appartenente al popolo di Dio, per cui la Chiesa non può prescindere dai laici e li deve assolutamente coinvolgere nella pastorale. Don Mottola di questo era profondamente convinto tanto è vero che appena ordinato sacerdote nel 1924 si è impegnato subito a favorire la coesione e lo spirito collaborativo soprattutto tra i giovani. È’ stato un grande comunicatore arrivando subito a fondare, per esempio, un primo giornale come strumento di aggregazione e di comunicazione del Centro Culturale Calabrese, creato anche da lui a Tropea e destinato a far partecipare i giovani nella scoperta della vera “calabresità”, anche in contrasto con la malavita organizzata che cominciava a farsi sentire e nei confronti della quale ha avuto sempre parole molto dure. E’ vero che non si parla ancora di ‘ndrangheta in senso tecnico perché il termine è stato inventato successivamente, ma lui ne aveva preso già le distanze senza mezzi termini, coinvolgendo in questo anche i giovani. Lui si è interessato alla formazione non solo dei laici in genere, ma lo ha fatto anche in forma associativa diffondendo l’Azione Cattolica che in quegli anni stava prendendo piede anche in Calabria, soprattutto il ramo della Gioventù Femminile, ad opera di Armida Barelli, con cui don Mottola ha collaborato intensamente. E poi ha pensato anche ad un laicato femminile e maschile consacrato dando vita, negli anni, alla famiglia delle Oblate e degli Oblati (laici e sacerdoti) del S. Cuore. Nel suo impegno pastorale, senza tralasciare nulla, ha puntato molto sul laicato formato e socialmente impegnato.