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L'esperienza estetica prelude a quella mistica e genera santità

Il beato Francesco Mottola, l’arte e la santità

“L’arte è connubio della luce di Dio con la luce dell’uomo”, così don Mottola scriveva su Parva Favilla nel novembre del 1956 (pp. 4-5) e ancora due anni prima, sempre a riguardo dell’arte, aveva riconosciuto che “l’arte è sempre personale, è riverberazione del Verbo di Dio, che in sé supera ogni forma di arte, ma ne è divinamente immanente e trascendente, come meta suprema. Nell’arte nulla d’irrazionale può esistere: include la metafisica, la rivelazione e la mistica, per diversi gradi, e la Parola di Dio ineffabile soffusa di Spirito Santo, con un’unica natura divina che è Dio”. (PF 21, ottobre 1954, p. 5). In altri termini l’arte è in grado di aprire all’uomo squarci dell’Infinito. Come, infatti, nell’Incarnazione di Gesù Cristo l’invisibile vita di Dio è diventata visibile agli uomini, così il messaggio divino agli uomini attraverso le forme espressive dell’arte acquista una più concreta visibilità intelligibile a tutti.

Don Francesco Mottola (1901-1969) è stato proclamato Beato il 10 ottobre 2021.

  Con questo il nostro Beato profeticamente aveva anticipato il Vaticano II che nella Sacrosanctum Concilium sanciva come “Fra le nobili attività dell’ingegno umano sono, a buon diritto, annoverate le arti liberali, soprattutto l’arte religiosa e il suo vertice, cioè l’arte sacra. Esse, per loro natura, hanno relazione con l’infinita bellezza divina, che deve essere in qualche modo espressa nelle opere dell’uomo, e sono più orientate a Dio e all’incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è loro assegnato se non di contribuire il più efficacemente possibile, con le loro opere, a indirizzare pienamente le menti degli uomini a Dio”. (n. 122). Facendole eco, Paolo VI puntualizzava che “L’arte, quando possiede il genio del sacro, e quando è veramente arte, offre il suo magico ministero espressivo dello spirituale nel sensibile, si pone a regale servizio della fede”. (cfr. Allocuzione “Un tesoro intangibile: la spiritualità” del 19 ottobre 1966).

L’arte, a dire del Beato tropeano, “in noi precede sempre la conoscenza dell’oggetto amato: una conoscenza sensibile, una conoscenza intellettuale, cioè spirituale, una conoscenza di fede. Ma resta in noi l’amore come sorgente della nostra vita. L’amore, come arte dell’essere, è un dono che ci coordina e ci subordina all’Unico”. (PF 21, luglio 1954, pp. 3-4). In questa visione l’arte si trasforma in una vera creazione di universi nuovi dove le cose più semplici appaiono in una dimensione inedita e dove l’elemento estetico (il bello) più è emergente, più introduce in esperienze estaticamente appaganti. Arte e bellezza, quindi, si cercano, si integrano ed interagiscono. L’esperienza estetica si trasforma in una vera e propria esperienza estatico-mistica, quasi come una “sacra rivelazione”. “Le cose belle, scrive S. Tommaso, sono quelle che una volta viste danno piacere” (“Pulchra dicuntur quae visu placet”: cfr. Summa Theologica, I-II, q. 27, a 1 ad 3) e aprono a Dio.

Per l’esperienza mistica, scrive don Mottola nel suo Itinerarium Mentis, non basta la ragione, né la fede, ci vuole l’amore che è incontro divino dell’anima con Dio. L’anima va a Dio, si perde, naufraga in Dio. Dio viene all’anima, la divinizza con ineffabile abbracciamento di amore. Dio ama l’anima e amandola la crea e siccome tutti gli esseri sono nell’anima le dà unità, verità, pace. E l’anima diventa fiamma, sotto l’afflato divino, e ricrea, fondendo insieme, come bellezza e come arte, gli elementi del pensiero” (edizione 2000, p. 67).

Due numeri della prima metà del secolo scorso di “Parva Favilla”, la rivista fondata da Don Mottola nel 1933 (ed oggi anche online), sulla quale il Beato scrisse molti testi, ancora oggi oggetto di studio.

L’arte, allora, è contemplazione e comunicazione di bellezza. E’ un dono dello Spirito e quindi non può essere un soliloquio dell’artista, ma trasmissione di intuizioni, di esperienze interiori, di valori, di significati, di messaggi per tutti. In questo senso l’arte è “sorella” della Teologia perchè con un suo metodo specifico manifesta la rivelazione di Dio ed aiuta il cammino ascensionale dalle creature a Dio. E’ un dono dello Spirito, ecco perchè non può essere un soliloquio dell’artista.

Don Mottola a questo punto fa un nuovo salto di qualità perché per lui l’arte non può non generare alla santità: “impressioni, sensazioni, fantasmi, sono legna da ardere nella fiamma del pensiero stesso e la fiamma creata trasfonde in parola, ogni parola è sintesi, e diventa arte e santità. Perché la Santità è l’arte suprema dello spirito. Io non so, aggiunge, come un artista, un poeta non sia un santo, non l’ho mai saputo, come un artista non scolpisca, nella carne e nel sangue, l’idea che arde in cima allo spirito. Non so come l’essere in sé, i possibili, i futuribili, non si fondano insieme per scolpire l’arte di Dio che è il Santo. Forse perché non c’è assoluta credenza in Dio, forse perché non si crede alla Trinità, il Logos eterno non arde nei cieli dell’anima come in sé, come realtà maggiore e migliore e non trasfiguri l’essere creato in un santo”. (IM, pp. 67-68).

Come, pertanto, “l’arte è connubio della luce di Dio con la luce dell’uomo”, non è pensabile che l’arte fatta di spiritualità e contemplazione non generi santità nella vita. L’esperienza artistica, infatti, come contemplazione di Dio e come finestra aperta verso l’Infinito, tende alla Bellezza suprema. L’arte pura “è santità di fiamma; liricizzazione piena della vita! Nella combustione tutto è fiamma e nella lirica forza”. (PF 22, marzo 1955, p. 4).

L’arte crea rapporti ed anticipa in via perfettiva il mondo “che verrà”. L’opera d’arte, cioè, non è oggetto, ma vita che si dilata. L’arte, e l’arte cristiana in particolare, è un dono dello Spirito fatto ad alcuni per l’utilità di tutti. “Tutto ciò che di bello e di positivo avviene nel mondo  –  ha scritto il Card. Martini nella lettera pastorale «Tre racconti dello Spirito» –  è opera dello Spirito Santo”. La creazione artistica è attività interpretativa dell’uomo che riesce ad intuire nella propria anima e a manifestare agli altri l’intima segreta bellezza del creato perchè tutti ne possano spiritualmente godere. Ha ragione, perciò, Dostoevskij quando scrive “L’arte ha il divino valore di non servire a nulla solo se la fruizione non respira il soffio della fede”.

Verificandosi dentro, don Mottola riconosce come in ognuno di noi il cammino estetico verso la santità è intralciato dal limite interiore che c’è in ognuno: “Nel mio intimo c’è volontà razionale, accesa dal mio pensiero, che vede e vuole. Dunque offrirò all’Eterno questa volontà. Ma nel fondo del mio essere c’è un’arte personale, personalissima, che si confonde col mio essere primigenio. È fatta quest’arte del mio male e del mio bene, la parte positiva e la parte negativa di me, ma sempre tende alla Bellezza, parte positiva del mio essere…. La natura ha una evasione nell’arte, la soprannatura ha la sua evasione in Cristo-santità”.  (PF 26, novembre 1959, pp. 3-4). 

  Il mondo e le sue attrattive, scrive ancora nel 1963, “è bellezza creata, è frutto di volontà creata, mentre l’uomo è l’arte di Dio. L’assoluto crea, cerca l’uomo con la libertà di scelta, il bene o il male. Ma soprattutto il bene, il male è per caso, per accidens” (PF 30, maggio 1963, pp. 3-4) e può essere sconfitto. La bellezza artistica, come la verità, mette gioia nel cuore degli uomini ed è, pertanto, insieme fatto estetico ed etico: riprende e unifica, cioè, i concetti della filosofia aristotelico-cristiana del “kalòs” (bello), “agathòs” (buono) e “kresiòs” (piacevole). In altre parole la bellezza dell’arte deve poter essere gustata e goduta con immediatezza nel suo splendore dal soggetto fruitore anche con partecipazione fisica e con spinta ascensionale verso la santità della vita.

(*) Vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea