Le vite (quasi) parallele del fondatore della Famiglia Oblata e del fondatore dell'Opus Dei
Il Beato Francesco Mottola e San Josemaria Escrivà santi dell’ordinario quotidiano.Mentre ci si prepara a commemorare i 5 anni della proclamazione a Beato di don Francesco Mottola, avvenuta nella Concattedrale di Tropea il 10 ottobre 2021 ed i prossimi 25 anni della Canonizzazione di S. Josemaria Escrivà de Balaguer, sacerdote spagnolo morto a Roma e canonizzato da S. Giovanni Paolo II nel 2002, nel rilevare i rispettivi dati anagrafici mi è venuto spontaneo l’accostamento dei due sacerdoti per alcune affinità che li contraddistinguono.

Entrambi sono nati nel mese di gennaio e morti nel mese di giugno, sia pure in anni e giorni diversi. Don Mottola è nato nel 1901, mentre S. Josemaria l’anno dopo nel 1902; questo è stato chiamato in paradiso il 26 giugno 1975, il tropeano il 29 giugno del 1969. Hanno fatto quindi un tratto abbastanza lungo di anni in comune, anche se in situazioni e luoghi diversi.

Ma a parte questo, il motivo principale che me li fa accostare è il fatto che hanno seguito come strada della santificazione lo stesso itinerario della vita ordinaria. S. Josemaria ha insegnato ai suoi seguaci che occorreva essere “contemplativi nel mondo”; analogamente il beato Mottola ha dato alla sua famiglia degli Oblati (rami maschile, femminile e sacerdotale) come principio ascetico essere “certosini della strada”. Entrambi quindi con la loro vita ci hanno insegnato ad essere contemplativi in mezzo al mondo per riconoscere che tutto nella vita ci parla di Cristo e nulla di ciò che è vero ed autentico è estraneo a Cristo in modo che non è necessario abbandonare la vita ordinaria del proprio stato, per diventare santi.
Don Escrivà diceva che “non c’è situazione terrena, per quanto piccola e ordinaria possa sembrare, che non possa essere occasione di un incontro con Cristo e una tappa del nostro cammino verso il Regno dei cieli e quindi verso la santità”. Di riscontro don Mottola scrive che “la contemplazione feconda l’azione e le dà valore unico” (Fiaccole della Lampada, p. 59); dalla contemplazione “procede come rigurgito d’amore l’azione.… Contemplare significa vedere le cose da l’alto, da Dio Provvidenza e Creante continuamente”. (Parva Favilla 19, agosto 1952, p. 2). Al dilemma azione o contemplazione, don Mottola risponde “non è ozio la contemplazione, è andare ai principi della fede. Ci vuole l’azione, ma sgorgante dalla contemplazione”. (PF 35, luglio 1968, pp. 2-3). L’impegno quotidiano, allora, per entrambi è la strada della santità.
Quando nel 1928 S. Escrivà fondò l’Opus Dei maschile e poi due anni dopo quando volle nell’apostolato anche la presenza delle donne, pose come scopo per tutti di promuovere fra le persone di ogni ceto sociale la ricerca della santità e l’esercizio dell’apostolato tramite la santificazione del lavoro. Avere fede, credere in Dio doveva significare impegno costante a vivere da figli di Dio per essere un altro Cristo (“alter Christus, ipse Christus”). La fede non può prescindere dall’imitazione di Cristo sforzandosi di rassomigliargli in tutto. Essere contemplativi voleva significare proprio guardare il mondo con gli occhi di Cristo e della SS.ma Trinità per lasciarsi coinvolgere nella loro stessa vita di grazia.
Non da meno, il 18 agosto 1930, don Mottola, nel mentre stava già ideando i suoi Sacerdoti oblati, scriveva nel suo Diario parole altrettanto forti: “Il fine per il sacerdote, <alter Christus>, è la santità: trasfigurato in Christo summe dilecto! Altrimenti non corrisponderò al fine posto da Dio nel crearmi e sarò una scimmia di Cristo, un maledetto, un dannato. Un sacerdote mediocre corre grave pericolo di dannarsi e poi a che vale nella vita?”. Il suo intento programmatico lo completa sempre nel Diario quando scrive: “Voglio essere sempre <Sacerdos et hostia>: le pene non mancano; ma è necessario farle splendere nella Carità, che le trasforma in oro” (21 novembre 1936).
Quello che emerge in entrambi i nostri due santi è l’impegno a lasciarsi permeare dalla fede, che non è una semplice dottrina, ma è una relazione con la persona di Gesù. Scrive S. Josemaria che “la fede è una virtù soprannaturale che dispone la nostra intelligenza a dare assenso alle verità rivelate e a rispondere di sì a Cristo, a colui che ci ha fatto conoscere pienamente il disegno salvifico della Trinità Beatissima. L’assenso della mente è inseparabile dall’assenso del cuore che si realizza nell’incontro con Cristo, vivo e risorto nell’oggi del cristiano”. Sulla stessa linea spirituale, don Mottola aggiunge che “bisogna che l’uomo si faccia prestare gli occhi divini di Cristo e attraverso la Sua pupilla veda tutte le cose. Così le cose acquistano unità, verità e bellezza”. (PF 13, febbraio 1946, p. 3). E ancora, “quando saremo perduti in Lui faremo sbocciare l’apostolato” (PF 33, agosto-settembre 1966, p. 3).
Per far comprendere la forza della fede nella vita di tutti i giorni, don Escrivà, prendendo come riferimento S. Agostino, nell’atto di fede distinse tre dimensioni da seguire: occorre “credere Deum”, “credere Deo”, “credere in Deum”. Credere “Deum” significa credere che Dio esiste e quindi occorre vivere sempre alla sua presenza; credere “Deo” significa dare fiducia e prendere sul serio Dio che ci parla nelle Sacre Scritture e attraverso le creature; credere “in Deum” significa aderire personalmente con tutte le forze a Dio nella fedeltà al suo insegnamento avendo Lui come meta da raggiungere orientando così i propri comportamenti e le proprie attività di lavoro: tutto deve avvicinare a Dio.
Credere in Dio significa allora sentire come propria l’opera di Dio (Opus Dei) e collaborare con Lui nel realizzare il suo progetto di amore sulla creazione. Oggi sappiamo bene i rischi di distruzione a cui l’umanità sta portando il creato e l’ambiente in generale. Invece di essere i cultori ed i custodi del creato stiamo diventando i distruttori irresponsabili. Ricordiamo le parole forti di Papa Francesco nell’Enciclica <Laudato si’> di qualche anno fa: “Se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del puro sfruttatore delle risorse naturali … La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune (il creato) comprende la preoccupazione di unire la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poichè sappiamo che le cose possono cambiare”. (nn. 11 e 13).
Già qualche mese prima di morire anche don Mottola, pur non avendo né vissuto, né immaginato i disastri ambientali di oggi, in questi termini aveva espresso il suo dissenso nei riguardi di certi atteggiamenti distruttivi della creazione: “L’attuale naturalismo che circola non mi piace affatto, è contro il Cristianesimo che non scinde la natura da Dio” (PF 36, febbraio 1969, p. 4). La bellezza del creato, pertanto, per lui come per don Escrivà, ha la forza e la qualità di creare comunione tra Dio e l’uomo e viceversa mediante un atteggiamento di contemplazione. E la contemplazione è la sorgente vitale per una quotidianità che non sarà mai banale se vissuta come germinazione di bene nel mondo.
(*) Vescovo emerito Mileto-Nicotera-Tropea

