Una riflessione per la Giornata Mondiale dei Malati
Il beato Francesco Mottola davanti alla sofferenza propria e altrui“La vita è un mistero, sormontato da una Croce; è il finito che chiama implacabilmente l’Infinito con tutte le sue voci”: così scriveva nel 1939 don Francesco Mottola ancora prima di essere colpito nel 1942 dalla paresi che lo rese quasi immobile fino alla morte, avvenuta il 29 giugno 1969. Malgrado ciò, non smise di dedicare la sua vita ad alleviare la sofferenza altrui fondando molteplici Case di Carità e di assistenza nel Vibonese e non solo. Don Mottola non smetteva mai di incoraggiare i suoi stretti collaboratori a farsi carico “di tutte le sofferenze della valle, dove il dolore è tanto e dove vorremmo che l’amore fosse almeno così grande quanto il dolore”: così si esprimeva nel febbraio del 1939 quando era ancora in febbrile e giovanile attività. (cfr. Parva Favilla 7, febbraio 1939, p. 2).

E’ sempre lui che, in quegli anni, alle sue Oblate volontarie della Casa di Carità, da lui fondata a Tropea fin dal 1936, raccomandava di accudire chi soffre “perchè ogni sofferenza è un dono e, perchè il dono non si disperda, deve essere illuminato dalla carità perchè splenda come l’oro purificato col fuoco nel crogiuolo” (ivi).
Il 5 aprile 1945, anniversario della sua ordinazione sacerdotale, per quanto segnato dalla malattia, così dettava alla sorella Titina nel suo Diario: “A giugno sono tre anni, tre lunghi anni (dalla paresi)! Io non scrivo più; sono costretto a dettare; ma ti ringrazio che posso dettare: Deo gratias! …. Oggi una giornata di sangue; ma durante l’Ora Santa del Sacerdote, mi hai fatto, finalmente, un tuo sorriso divino. Ma io sono pronto a seguirti sempre, anche se l’anatema della mia anima dovesse durare sempre, per la tua maggior gloria”. (cfr. Diario dello Spirito, Tropea 1992, p. 152).
Ancora il 29 novembre di quello stesso anno dettava alla sorella: “Stamattina, vigilia di S. Andrea, l’apostolo della Croce, mi sentivo male; la testa non mi reggeva più…. Io, ammalato e franto nel corpo, quasi crocifisso, offrivo al Signore, con la voce dell’onda e delle pietre, tutto l’essere mio: è questo lo scopo – unico scopo – di servire l’uomo, mentre l’uomo deve servire Dio, e guai se non lo serve. Allora ripetei: <tutto è vano al mondo fuor dell’Eterno>. E pregavo: non sempre sono psicologicamente pronto a fare un atto di amore, ma tu sei eterno, e intendo fare questo atto di amore nell’istante della mia morte, allora ti dirò: ricorda. Tu non ricordi niente perchè tutto è presente a Te. L’atto di amore che ho fatto alla marina di Tropea (la Casa di Carità, n.d.r.), di fronte al cielo terso e alla marina azzurra, fatto da me, ammalato e crocifisso, con la carne franta, ma con l’anima tesa verso di te, sempre”. (ivi, pp. 153-55).
Da calabrese autentico, don Mottola ha voluto dare senso e contenuti eroici alla sua vita di uomo religioso e di uomo della carità in una realtà storica spesso fatta di sofferenza, ma l’amore a Dio si autentica nell’amore al prossimo e lui se n’è fatto testimone. Così, per esempio, nell’ottobre 1934 aveva presentato nell’editoriale della sua rivista Parva Favilla la situazione drammatica di una famiglia di Tropea mangiata da una situazione estrema di povertà e di abbandono:
“Lacrime. Una stamberga affumicata e buia: prendeva luce solo da la porta, da cui esalava un tanfo di cose vecchie e umide. Giù, sotto il piano strada – un vico senza sole! – tra le pareti nere: due letti, qualche sedia, gli arnesi da calzolaio col bischetto a un angolo. Tre creature umane, buttate là tra cenci: una donna stecchita, una ombra di bambina, nel letto di fronte, avvoltolato tra i panni, un giovane trentenne tisico! < Venite che si vuole confessare>. Andai… Così tra’ cenci e la povera carne franta dal male, s’accese al lume di Carità e Gesù fu il quarto abitatore della stamberga nera. Prima tutti eran lontani: essere poveri e tisici è colpa grave! Ma poi, quando v’entrò Gesù venner tant’anime e le lacrime furono raccolte e tramutate in perle. Morì: la bimba era lontana, la donna in un canto singhiozzava, ma l’Ostia bianca, più del pallor di quella fronte, scese a strappar dal corpo franto l’anima per trasportarla in Cielo!”. (cfr. Parva Favilla 2, ottobre 1934, p. 2).
E’ crudamente espressivo del suo animo ferito dalla malattia questo “Salmo del disfacimento”, che lui compone nel 1944, quando il peso della sofferenza si faceva sentire sempre più prepotentemente: “Lo sento nell’anima il canto, il canto del corpo che cade perchè il tempo finisce. Il tempo è la nostra prigione ed ha le muraglie grigie dello spazio, è il pungolo incalzante del moto. Il moto che è alba e tramonto; non è il moto dell’anima, che sale verso l’infinito. Nella scia dell’ascesa il corpo diventa ombra; quando l’ombra si dislega si accende il lume di Gloria. E l’ombra che cade è una gioia, come quando, dopo la notte, nel cielo compare l’aurora. E il cervello è stanco di ricevere le relazioni di tutta la vita, che miliardi di fili continuamente gli portano. Centomila pulsazioni al giorno hanno stancato il cuore, l’inesausto di rubini e di pelle. … I suoni, i colori della terra non le bastano più: cerca armonie divine e i colori dei cieli. Solo l’Amore spezza la catena e si spinge oltre, e quando la Grazia l’avvolge, diventa Carità”. (cfr. Parva Favilla, gennaio 1944, p. 3).
Don Mottola con la sua profonda spiritualità di “certosino della strada”, di uomo per e tra gli uomini, possiamo ben dire che è una vera sfida ancora oggi per la nostra cultura liquida, caratterizzata dalla ricerca dell’effimero, del successo e del contingente. Egli con la sofferenza patita sulla sua carne e offerta gioiosamente in spirito di oblazione, continua a comunicare l’amore alla vita e all’uomo, oggi più che mai a rischio di restare intrappolato nella rete malefica che lui stesso autolesionisticamente si è costruita. L’esempio limpido che don Mottola ci ha lasciato con la sua testimonianza è la via più breve e sicura per uscire dal narcisismo e dall’aridità del cuore per intraprendere un percorso di umanità più autentica che sa reagire con coraggio e speranza cristiana alle situazioni anche di sofferenza che la vita riserva. Tutto viene trasfigurato in oblazione totale di sé “usque ad sanguinem” per trasformarsi in redenzione salvifica.
(*) Vescovo emerito di Mileto, Nicotera e Tropea

