Oggi la Festa Liturgica
Il Beato Don Francesco Mottola uomo sociale conforme al VangeloLa scelta degli ultimi, di coloro, cioè, che non contano nulla e che nessuno calcola, i “nuju du mundu”, sono stati per il beato don Francesco Mottola i preferiti da amare e da servire al di sopra di ogni altro. È su questa scelta radicale, infatti, che si sono giocati il nostro Beato e l’intera sua Famiglia Oblata fin dal suo nascere nel 1930. Gli apparve troppo grave per non dire allucinante la situazione di povertà, di sofferenza e di precarietà morale e fisica diffusa per restare solo a guardare indifferente. È per questo che già nel giugno del 1936 si prodigò ad aprire, sia pure in un tugurio, la prima Casa della Carità a Tropea con tre vecchiette e due bambine.

A questa prima seguirono poi a macchia d’olio nel 1938 quella di Parghelia; nel 1940 quella della Marina di Tropea; il 6 gennaio 1946 si apre a Limbadi e poi via via a Vibo Valentia nel 1956, a Roma nel 1964. Ultima in ordine di tempo nel 1989 venne inaugurato il nuovo Villaggio “Don Mottola”, sede più confortevole, vicino al mare, dove vennero trasferite le persone anziane fino allora ospitate nella prima Casa madre di Tropea. In breve tempo l’opera di don Mottola acquistò una dimensione sovra-regionale prendendo piede anche in Sicilia a Piazza Armerina e dovunque.
Con alle spalle la sua malattia e sofferenza invalidanti, nel 1956 scriveva ai suoi Oblati laici: “Non dobbiamo guardare nè a destra nè a sinistra, non essere nè bianchi nè neri, ma essere nella Carità. Parlo di Carità soprannaturale, che ci saprà dare un suggerimento divino di santità in ogni circostanza della vita”. (cfr. Opera omnia degli Scritti di Don Mottola. Lettere Circolari, Soveria Mannelli 1994, vol. I, p. 164).
Per cogliere lo spirito che animava in particolare le Oblate, alle quali Don Mottola chiedeva di dilatare l’amore di Dio tra gli uomini più poveri ed abbandonati, vale questo episodio avvenuto a Vibo Valentia ai primi degli anni cinquanta del Novecento. Si era al tempo della mietitura e come era prassi una signorina oblata stava girando per le case di Vibo per raccogliere qualche donativo per i poveri.
“Avete qualcosa da dare per la Casa di Carità?”, chiese timidamente l’oblata venuta da Tropea ad alcuni uomini e donne intenti a mietere un campo di grano alla periferia di Vibo.
“Prenditi quel bambino sotto quell’albero perché non sappiamo cosa farne e non possiamo accudirlo!”, rispose una donna, probabilmente la mamma.
Si avvicinò e vide incastrato tra alcune pietre a terra un bambino disabile, nato tale dalla nascita. Era considerato una iattura, una sfortuna ed una vergogna da nascondere alla gente, non una creatura da amare di più proprio perché nato così. Quella mamma che rifiutava la sua creatura perché disabile, lei sì era una vergogna!
L’oblata, compenetrata ed impietosita, senza farselo ripetere due volte, prende in braccio il piccolo e se lo porta a Tropea nella Casa della Carità. La signorina Irma Scrugli, collaboratrice di don Mottola fin dall’origine e sorella maggiore dell’Istituto delle Oblate del Sacro Cuore, a quella vista si fece piccola piccola, pensando tra sé e sé che occorreva trovare una risposta anche a quel problema.
“Perché non creare anche a Vibo una Casa della Carità per persone con disabilità?”, si stava chiedendo da tempo. Quel bambino le parve come un segno della Provvidenza. Non si potevano più chiudere gli occhi ed occorreva muoversi. Ne parlò con don Mottola, ormai da anni in carrozzella per la paralisi, il quale, senza tentennamenti, la incoraggiò ad andare avanti nella realizzazione dei piani del Signore. Quella Casa è stata inaugurata dal vescovo di Mileto, Mons. Vincenzo De Chiara, il 16 luglio 1956 raccogliendo quanti più bambini disabili si potevano ospitare in poche stanze a disposizione. Oggi la Casa è stata trasformata in un moderno Centro di rieducazione motoria. Lo stesso don Mottola, complimentandosi all’epoca con la signorina Irma e le due oblate promotrici, ebbe a commentare: “A Vibo ci sono cenci umani, ma c’è la Carità di Cristo. Sulla carne franta dobbiamo scorgere il volto luminoso di Cristo Gesù. Ogni carne franta la vinciamo con la carità splendente, con il balsamo della carità splendente, con l’aroma della carità splendente”.
Da questa storia, umanamente deprimente, ci rendiamo ancora più conto dell’ascendente esercitato da don Mottola sulle persone che lo hanno avvicinato, soprattutto sui suoi diretti collaboratori e collaboratrici. Ebbe a scrivere nel 1965 quando ormai i segni della malattia lo avevano reso una larva umana: “Più si è morti, più si ha la vita, più si dà la vita”. E’ proprio così. Per quanto la malattia lo avesse fisicamente consumato, il fuoco della sua anima continuava ad ardere e a riscaldare i cuori in una visione di Chiesa che non guarda ai problemi della società dall’alto di un balcone, ma spinge a scendere per strada in spirito di servizio e di carità operosa anticipando quello che Papa Francesco identificava come Chiesa “in uscita” ed “ospedale da campo”, una Chiesa pronta a “raggiungere tutte le periferie” ed a toccare “la miseria umana e la carne sofferente degli altri”, sempre vicina e attenta “agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti”.
“Nella vita, scriveva il nostro nel 1939, non si può, non si deve rimanere soli, perchè siamo naturalmente sociali: di qui il prepotente bisogno del cuore” (cfr. Parva Favilla 6, giugno 1939, p. 3). E’ proprio il cuore ad aprirci agli altri come nel caso del bimbo di Tropea che a due anni e mezzo aveva perso la mamma, rimanendo solo ed in mezzo alla strada. Così don Mottola lo ricorda: “Due anni e mezzo di vita, di vita grama senza mamma, affidato ora alla strada. La mamma chiuse gli occhi, quando appena da qualche mese, gli occhi del bimbo si aprivano alla luce. Piccoli occhi splendenti sul pallore del volto…. Non sai, bambino, la tua storia, non te la faremo sapere: vieni, noi chiederemo ogni mattina al Signore l’amore universale, che si dà a tutti e a ciascuno, come la Sua pioggia che ristora le campagne, come il Suo sole che si versa su tutte le corolle”. (cfr. Parva Favilla 7, luglio-agosto 1939, p. 2).
Innamorato della vita, il beato don Francesco Mottola con la sua testimonianza di crocifisso dalla sofferenza e di uomo sociale secondo il Vangelo, ci invita ad alzare lo sguardo al cielo, dove il sole continuerà a splendere su tutti e su tutto, a riflettere luce e calore “sulle sciagure umane”, come si esprime Ugo Foscolo ne “I Sepolcri”.
E’ interessante il seguente pezzo pubblicato da don Mottola su Parva Favilla sotto il titolo “Sinphonialis Anima” (anima come una sinfonia musicale): “Non è vero che l’ultimo canto sia canto di morte: nessuna cosa muore, perchè l’uomo non muore. Nulla distrugge il tempo; ma tutto segna l’itinerario sacro verso l’eternità. Tutte le luci del Cielo e tutte le corolle dei campi, e tutte le voci vivono, nel nostro spirito, vita di immortalità…. Su, dunque, anima, in cammino: che importa la solitudine ed il dolore? Il canto che non dissi a nessuno, neppure a me stesso, quel canto terribilmente mio e insieme non mio, perchè lo cercai mattina e sera e in ogni ora della mia giornata. Quel canto, di cui una nota sola mi faceva tremare l’anima e disfaceva il mio corpo, come le corde tese che si spezzano sotto l’afflato pieno dell’artista. Quel canto portalo intero, sorella morte, e presto, nel disvelarsi della Trinità”. (cfr. Parva Favilla 8, febbraio 1940, p. 3).
Siamo nel 1940 ed è come se avesse presagito ed invocato quello che poi sarebbe accaduto due anni dopo nel giugno del 1942 quando don Mottola restò colpito dalla emiparesi destra, che lo condizionò per tutta la vita, senza mortificarne, comunque, la forte vitalità. Tutto questo ci rivela la tempra di quest’uomo, bloccato a 41 anni dalla malattia, quando ormai il suo zelo apostolico aveva preso una piega di grande valenza spirituale e sociale. Ma non sarà la malattia, come in realtà non è stato, a tagliarlo fuori da una presenza attiva sempre e comunque a servizio del prossimo sofferente. Non è errato, pertanto, definirlo “uomo sociale secondo il Vangelo”.
(*) Vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea

