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Una riflessione per la festa del "Corpus Domini"

Il beato Don Francesco Mottola, uomo e sacerdote eucaristico

Riconoscere il beato don Francesco Mottola “uomo e sacerdote eucaristico” è riconoscergli l’aver provato nella sua carne quello che lui stesso chiedeva ai suoi Sacerdoti oblati del S. Cuore: “essere ostia con l’Ostia”, che altro non era che il programma che lui si era proposto nel “Regolamento di vita” all’antivigilia della sua ordinazione sacerdotale: “Il centro della mia vita interiore sarà Gesù Eucaristia: <omnia in Ipso, et per Ipsum, et cum Ipso>. Tutte le azioni della mia giornata saranno come una irradiazione del Sacrificio della mattina: la S. Messa”. (Diario dello spirito, 3 aprile 1924, pp. 30-31). 

Don Francesco Mottola (1901-1969) è stato proclamato Beato da Papa Francesco il 10 ottobre 2021.

  I suoi ancoraggi nel cammino sacerdotale, come li chiamava, “necessari come la stessa barca e per la barca”, erano la preghiera, l’Eucaristia e la carità. La preghiera: “comunione col Padre che sale da tutta la vita, come nella primavera il fiore della pianta, che porta la linfa alla comunione col sole”; l’Eucaristia, “che il nostro fragile umano nutrisce di sostanza divina (Cristo)”; la Carità “che sgorga nella preghiera, s’alimenta di comunione e trova in ogni creatura il volto divino di Dio. Così la barca navigherà sicura e se di remi faremo ali al volo, il volo non sarà più folle”. (Diario, 28 novembre 1938, p. 127; ripreso anche in Parva Favilla 17, luglio 1950, p. 3).

L’Eucaristia, scriveva in una Circolare rivolta ai tre rami della Famiglia Oblata, “è il poema più radioso del nostro culto verso il Signore, che dà tutto se stesso in cambio di un po’ del nostro amore finito. E’ l’Infinito che crea il finito per divinizzarlo”. (Circolare del 1° venerdì di giugno 1956). Ecco perché, consapevole della grandiosità e preziosità del dono eucaristico, ciò che nella Messa lo faceva tremare era la dossologia conclusiva del Canone <per Cristo, con Cristo ed in Cristo>, perchè richiamava alla responsabilità sacra che ognuno assumeva in quanto la celebrazione della Messa “è il soprannaturale che arriva sulla terra buia, per il ministero di noi sacerdoti, unicamente. Dopo la consacrazione del Pane e del Vino, quasi trasfigurati, affermiamo che ogni gloria va al Padre per mezzo del Verbo suo. Ogni parola, povera parola umana, ha valore se innestata nel Verbo di Dio, altrimenti è povero fiato umano che ogni tempesta può dissipare”. (Circolare ai Sacerdoti del 25 luglio 1955).

Da qui segue la sollecitazione ad innamorarsene perchè l’Eucaristia è fonte della vita: “L’Eucaristia alimenta la vita, non quella che passa, ma la vita della grazia che rimane, divenendo gloria: ogni momento della nostra esistenza abbiamo bisogno di Pane. Sia nella via purgativa, sia nella via illuminativa, sia nella via unitiva è via che diventa vita. Gesù si dà come oblato divino, si annientò vincendo la nostra superbia. Noi vinceremo in Lui…. Diventare Gesù, trasfigurarsi, è la grazia sacramentale dell’Eucaristia” (PF 30, maggio 1963, p. 3). 

La riflessione diventa sempre più pregnante in quanto l’Eucaristia, a suo dire, “è il fuoco divino che viene a noi attraverso Gesù”, come esperimentano i discepoli di Emmaus che proprio nella frazione del Pane riconoscono il Risorto, di cui prontamente diventano messaggeri ed apostoli. Altrettanto noi, dice don Mottola, “diventeremo apostoli attraverso l’Eucaristia. E’ Dio che si svela a noi nel mistero eucaristico e noi andiamo a lui attraverso la Eucaristia. Essa è il punto d’incontro soprannaturale tra Dio Trinità e noi” (PF 33, dicembre 1966, p. 3), che rende sempre presente la Croce come passaggio obbligato. E’ qui che si chiede:” Come ricevo io l’Eucaristia, sento che la Croce attraverso l’Eucaristia mi lega alla volontà di Dio?” (PF 17, ottobre 1950, p. 3).

“L’Eucarestia – diceva il Beato Mottola – è il poema più radioso del nostro culto verso il Signore”.

E’ ineludibile il riferimento a Cristo e al suo sacrificio, per cui ricordando ancora il concetto che occorre essere “ostia con l’Ostia”, con cuore trepidante, scrive ai Sacerdoti: “Carissimi confratelli, fondati dal Signor nostro Gesù Cristo, col suo Sangue divino, noi siamo frutto di sangue e di Sangue divino. L’Eucaristia e il Calvario, ecco la sorgente, che sono uno nel Cuore fiammante di Cristo. Gesù Cristo, per sé, scelse la via mista: contemplazione e azione: noi vogliamo far sì che la vicenda di Cristo sia la nostra vicenda”. (Circolare del 29 luglio 1946).

Facendoci entrare in intimità con Gesù, l’Eucaristia ci fa “restare” con Lui e Lui con noi, ci porta alla identificazione con Lui, caparra di gloria futura. Così “l’istante presente è preludio del Cielo, si eterna nel Cielo. Si arriva a questa altezza col sacrificio completo di sé. Come Gesù Eucaristia che si fece carne, morì sul Calvario e si diede a noi nell’Eucaristia. Come segno e come pegno” della vita eterna. (PF 34, agosto-settembre 1967, pp. 6-7). Come Cristo, eterno nel tempo, guardava tutto <sub specie aeternitatis>, così anche per noi il dono che ci è dato misticamente e realmente nel suo Corpo e Sangue, segna l’inizio di un’alba nuova di gloria: “tutto è soprannaturale in noi perché posto da Cristo Signore”. (PF 27, novembre 1960, p. 3).

Non c’è dubbio che quanto don Mottola ha proposto come ideale per gli altri, lui lo ha indubbiamente vissuto nella sua carne martoriata in 27 anni di quasi immobilità fisica per la paresi che lo ha colpito nel 1942. E’ sintomatico del suo stato d’animo ferito, ma non vinto dalla malattia, questo “Salmo del disfacimento”, che lui compose nel 1944, quando il peso della sofferenza si faceva sentire sempre più prepotentemente: “Lo sento nell’anima il canto, il canto del corpo che cade perchè il tempo finisce. Il tempo è la nostra prigione ed ha le muraglie grigie dello spazio, è il pungolo incalzante del moto. Il moto che è alba e tramonto; non è il moto dell’anima, che sale verso l’infinito. Nella scia dell’ascesa il corpo diventa ombra; quando l’ombra si dislega si accende il lume di Gloria. E l’ombra che cade è una gioia, come quando, dopo la notte, nel cielo compare l’aurora. I suoni, i colori della terra non le bastano più: cerca armonie divine e i colori dei cieli. Solo l’Amore spezza la catena e si spinge oltre, e quando la Grazia l’avvolge, diventa Carità. La visione del Verbo di Dio, l’amore nell’Amore, solamente ci quieta per l’eternità”. (cfr. PF 1, gennaio 1944, p. 3).

Mi piace concludere con quest’altra pagina di grande afflato e speranza, da lui pubblicata su Parva Favilla nel 1962: “<Tutte le volte che mangerete di questo pane e berrete di questo calice, commemorerete la morte del Signore, fino a che egli non ritorni> (I Cor. 2,26). Quando il Signore verrà nella parusia? Quando il nostro corpo sarà in unità con lo spirito; quando il nostro corpo, attraverso la notte dei sensi e dello spirito, vedrà Dio attraverso il Verbo. E’ mistero d’amore e di vita, di natura e soprannatura, ma l’occhio soprannaturale deve vedere Dio. La passione e la fame di Dio hanno per origine Dio stesso”. (PF 29, luglio 1962, p. 4). E’ la prova che veramente l’Eucaristia è pegno dell’Infinito e genera Infinito, come il nostro Beato era solito ripetere nei suoi scritti.

(*) Vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea