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Gli anziani soli rientrano oggi in quella categoria dei "nessuno", verso i quali il beato Francesco Mottola si è fatto portatore di speranza e di grazia

I volti della solitudine in una Chiesa in cammino

L’eredità spirituale   del  beato  Francesco Mottola è una risorsa straordinaria per la Chiesa  che papa Leone XIV  vuole “sinodale,  che cammina,  che cerca la pace, che cerca sempre la carità, e che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono.”

 L’eredità dei santi, infatti, fatta di insegnamenti, di testimonianze, di vita vissuta incarnata  nella parola evangelica, esorta sempre  a ricercare la santità e ad aprire  grandi cammini di speranza (Benedetto XVI).

Il beato Francesco Mottola (1901-1969)

Don Mottola , assumendo gli ultimi come soggetti viventi della sua missione sacerdotale,  ha incarnato  una visione della chiesa  che si fa   prossima alla sofferenza umana da cercare e incontrare  nei luoghi  del drammatico degrado sociale . A lui  si può ben dire: ”Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi” (Matteo 25, 35-40).

Nel recente grande incontro giubilare, i giovani si sono sintonizzati all’urgenza di una chiesa  che ha bisogno di rinnovarsi. Ai credenti s’ impone un rinnovamento nello spirito e nell’azione rivolto agli ultimi che incarnano il Cristo bisognoso di amore e donazione.

Alla luce della predetta eredità, dobbiamo leggere il presente per individuare i nuovi  invisibili “nessuno, i nujiu”, per comprendere le sofferenze umane che sono intorno a noi e rappresentano il prossimo della porta accanto,  per risvegliare nella mente e nel cuore  la vocazione ad agire, dare gambe alle parole e trasformarle in azione. “E’ indispensabile prestare attenzione  alle nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente” (Evangeli nuntianti). Ce lo impone la lettura  dei segni del tempo con gli occhi della fede, senza smarrirci  nelle quotidiane narrazioni dell’informazione volte ad addossare colpe ed omissioni  “agli altri” senza richiamare  il dovere individuale di farsi samaritano  e protagonista del bene comune.

 In questa riflessione  il pensiero va agli scartati dal nuovo volto tra i sofferenti della solitudine.

Indagini sociologiche evidenziano che in Italia la solitudine  considerata non come  uno  stato emotivo transitorio, è  un fenomeno sociale diffuso che  interessa  persone  non solo anziane ,tanto da essere definita “una vera  e propria epidemia silenziosa” .

Il 30% degli ultrasessantacinquenni sperimenta la solitudine.

La società moderna, dominata  da una perdita dei valori, causa  di un crescente disorientamento esistenziale, consapevolmente o incoscientemente  tende  a nascondere  “il bisogno” delle persone, promuove  la cultura dell’individualismo,  disintegrando il senso di comunità e di coesione sociale, mentre si rivela urgente la presenza operosa  di sentimenti umani, culturali forti e capaci di non farsi soffocare dalle dinamiche  del mercato.

Non è difficile incontrare i volti della solitudine. Possono essere tra la folla di una piazza o nel chiuso di una famiglia o di una struttura  socio sanitaria. Sono quasi tutti  con  carenza o assenza di  contatti  e relazioni sociali, con sensazioni di vuoti emotivi , con l’apatia che rende estraneo ciò che  si  ha attorno. Solo la rabbia che brucia sulla loro pelle, per l’abbandono incomprensibile  da parte degli affetti più cari,  si ravviva  frequentemente con inquietudine, urla il disagio e poi si acquieta  nel silenzio, nel mutismo e nell’abbandono della fantasia.

Si stima che il 30% delle persone anziane sopra i 65 anni sperimenti  la solitudine con rischi consequenziali sia sul piano psichico  che fisico come, per esempio, depressione, ictus, declino cognitivo.

Da più parti della ricerca si afferma  che la solitudine è la malattia del secolo per la quale  il rimedio non è in farmacia, ma nella risposta  e sensibilità sociale .

La solitudine  ha bisogno di relazioni gratuite  che esprimano vicinanza, comprensione, parola amica. Siamo tutti chiamati a essere portatori di speranza  e di “grazia” verso quanti hanno interrotto i rapporti con il presente  e non sentono un alito di futuro. Eppure, la vita per essere esistenza viva oltre la corporeità ha bisogno di presente e di futuro. 

Gino Scalise (1926-2014), Oblato laico del Sacro Cuore.

In questa “epidemia silenziosa”  l’insegnamento e la testimonianza di don Mottola ha tanto da dirci e da spronarci ad agire  nel nostro quotidiano, attento  alle vicende umane . Certosini  della strada  non significa  rimanere  col passo fermo sul marciapiede a contemplare  il nulla, ma a varcare  la soglia  dove c’è il dolore  anche della solitudine per aiutare a trasformarla  in atto di fede che  è presenza di Dio, voce di  amore e di speranza.

Il silenzio della solitudine con l’ assenza di suoni può offrire l’opportunità del silenzio interiore che  estranea da ogni affanno,  libera la strada   tra terra e cielo. Diventa preghiera e ascolto della voce  divina. Dio,  parlandoci nel silenzio della solitudine, chiede uno sforzo di perfezione nella dimensione dell’amore per il prossimo.

Una testimonianza in tale senso ce l’ha offerta l’oblato Gino Scalise, con una lunga ed estrema solitudine vissuta  nella propria abitazione , ma sconfitta  con quella spiritualità irrorata nella sua vita dal Padre don Mottola. Immobilizzato su una sedia a rotelle senza nessuno accanto, lasciava aperta la porta di casa dalla mattina alla tarda sera. Si andava da lui a tenergli compagnia. Intratteneva specie i giovani da maestro, alla luce  della parola evangelica. Si usciva  dalla sua casa arricchiti delle sue  parole  e del profumo delle sue eroiche virtù.