Il vescovo Francesco Savino a Firenze per il 48esimo anniversario della morte del "sindaco santo"
“Giorgio La Pira, energia trasformativa del Vangelo”“Chi ha troppa fretta di chiudere il secolo scorso, di rimuoverlo dalla memoria con le sue tragedie e le sue folgoranti profezie, è pericoloso. I segni dei tempi in cui il Concilio Vaticano II ha invitato ad ascoltare la voce di Dio ci pongono in quest’ora della storia con la gigantesca responsabilità di chi non può dire di non avere visto e di non avere udito. Forse non siamo nani, ma certo possiamo avanzare sulle spalle di giganti e così vedere più lontano, seguire Gesù che ci precede e accogliere il futuro di Dio, in cui nessun povero, nessuno scartato, nessuna vittima della storia, nessun piccolo sarà dimenticato. Scriveva La Pira: «Se è vero, come è vero, che Cristo è risorto; se è vera, come è vera, la Rivelazione; se Pentecoste è vera, ed è vera, allora la storia totale del mondo ha un senso, una direzione e una finalità ben definita”. Carissimi, questa speranza oggi ci raduna e ci impegna”.

È quanto ha affermato, Mons. Francesco Savino, Vescovo di Cassano All’Ionio e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nel corso dell’omelia tenuta nella Basilica di San Marco in Firenze, per la Concelebrazione Eucaristica, in occasione dell’anniversario della morte di Giorgio La Pira, a cui hanno preso parte tra gli altri, Patrizia Giunti, Presidente della Fondazione La Pira, Caterina Biti, in rappresentanza del Comune di Firenze, l’Ambasciatore Pasquale Ferrara e Ugo De Siervo, Presidente Emerito della Corte Costituzionale.
“Il Regno di Dio – ha evidenziato mons. Savino – non si attende con le mani in tasca, al contrario: la parabola della torre e quella del re che si interroga sulla propria forza militare ci impongono di organizzare la speranza. Ecco la carità politica e, nella Chiesa, l’importanza di tradurre la fede creduta in discernimento corale, pastorale. Per meno di questo – ha rimarcato -, è meglio non dirsi cristiani: renderemmo ridicoli noi stessi e il nome di Cristo. Sì, noi rendiamo ridicolo il Vangelo – non vi entriamo e impediamo agli altri di entrare – e rendiamo ridicole le nostre liturgie e istituzioni quando perdiamo di lucidità e di audacia, quando non abbiamo più sogni cui dare corpo, visioni cui volgere energie e risorse.

La Pira – ha quindi detto il presule – fu l’energia trasformativa del Vangelo in persona, non come leader solitario, ma come figlio di una Chiesa e fratello di uomini e donne altrettanto disposti allo studio, alla preghiera e al lavoro. Disposti all’attenzione e alla dedizione. La connessione tra queste due dimensioni – attenzione e dedizione – rende fattibile l’impresa di seguire Gesù. La più bella delle imprese. Una chiamata, ci suggeriscono ancora le letture, che rimane questione d’amore. Ebbene, l’amore organizza, fratelli e sorelle. Non solo i figli delle tenebre sanno stare al mondo. Da loro non dobbiamo imitare la corruzione, ma la scaltrezza. Ci svegli l’amore”.

Proseguendo, catturando l’attenzione dei presenti, il vescovo di Cassano all’Ionio ha citato La Pira: “Io non sono un “sindaco”; come non sono stato un “deputato” o un “sottosegretario”: non ho mai voluto essere né sindaco, né deputato, né sottosegretario, né ministro. […] La mia vocazione è una sola, strutturale direi: pur con tutte le deficienze e le indegnità che si vuole, io sono, per la grazia del Signore, un testimone dell’Evangelo… «Mi sarete testimoni» è la mia vocazione. La sola. È tutta qui!”.
“Come onoreremo – ha esortato mons. Savino -, sorelle e fratelli miei, questa stessa vocazione? Che importa essere vescovo, sindaco, insegnante, avvocato, imprenditore, studente o pensionato, e persino malato o carcerato, senza quel «mi sarete testimoni»? La disperazione ci rende individui presi solo ad arraffare tutto quel che si riesce, uno contro l’altro, senza pensieri, intrattenuti da qualunque idiozia ci distragga coccolandoci, mentre il mondo brucia e l’ingiustizia dilaga. La speranza, invece, ci fa incontrare e appassionare, scioglie come neve al sole quel maledetto senso di impotenza che un’oligarchia sempre meno nascosta, sempre più fiera dei suoi crimini ci infonde per disinnescare il desiderio. Testimoni: la pietra scartata è diventata angolare. Il caso di Gesù non è una medicina che anestetizza, al contrario è il rovesciamento che ci salva, mobilitando il meglio di noi, perché quanto lo Spirito ispira divenga città. Sì, non esistono gioie private: la gioia più intima ci rende di quelli che «Riedificheranno le rovine antiche, ricostruiranno i vecchi ruderi, restaureranno le città desolate, i luoghi devastati dalle generazioni passate» (Is 61,4). Nel secondo dopo guerra qualcuno lo ha fatto, ma ad ogni generazione è rivolta questa vocazione messianica. E così ci disse Papa Francesco a Firenze”.

