Una riflessione del Referente regionale Libera in Calabria, Giuseppe Borrello, dopo la fiaccolata promossa dal vescovo Attilio Nostro all'indomani delle intimidazioni contro cinque aziende del Vibonese
Fiaccole e preghiere contro le intimidazioniCi sono momenti nei quali non contano le belle parole o le solite frasi di circostanza, ma bisogna esserci, essere presenti per riappropriarci dei nostri spazi e dei nostri territori, per dimostrare, anche fisicamente, da quale parte si sta.
Da ciò deriva l’importanza della fiaccolata organizzata la scorsa settimana dalla Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea e dalla Parrocchia Gesù Salvatore di Jonadi nell’area industriale di Vibo Valentia, teatro degli ultimi atti intimidatori nei confronti di importanti realtà imprenditoriali del vibonese.
Chi pensava attraverso questo raid criminale di far sprofondare questo territorio in un clima di paura e terrore, come accaduto nel passato, ha dovuto fare i conti, invece, con una comunità che non vuole arretrare, non vuole abbassare la testa, ma vuole andare avanti nel difficile e lungo percorso del riscatto.

Quella che doveva essere una processione, per volontà del Vescovo Attilio Nostro e di don Roberto Carnovale si è trasformata in un momento di ribellione di una comunità unita e coraggiosa alla violenza inaudita della criminalità organizzata.
Una comunità che ha voluto stringersi attorno alle aziende colpite, a quegli imprenditori onesti che, nonostante tutto, continuano ad investire in questo territorio, alle loro famiglie, ai lavoratori e alle lavoratrici. Colpire quelle attività ha significato colpire l’intera comunità, ossia la possibilità stessa di vedere garantito occupazione e futuro nei nostri territori.
È proprio nella difesa del lavoro pulito, onesto e dignitoso e del diritto di fare impresa che sta il cuore della lotta alla ‘ndrangheta.
Una comunità, quella vibonese, che ha conosciuto “il fresco profumo della libertà” e che non può e non vuole tornare indietro, in quegli anni bui nei quali ha subito una presenza asfissiante della criminalità organizzata, ed è rimasta per troppo tempo ostaggio della sottocultura della violenza e della prevaricazione.
Una comunità che deve mostrare in pieno la propria maturità, anche, dal punto di vista culturale, facendo venir meno ogni forma di consenso sociale nei confronti di chi ha deciso di continuare a vivere da parassita sulle spalle degli altri, senza dignità e libertà.
Ma nonostante il tema del racket nella nostra regione risulti essere molto attuale, come dimostrano le intimidazioni e i danneggiamenti di questi ultimi tempi, il numero delle denunce resta molto basso.
Il racket e l’usura nella nostra regione si confermano fenomeni dalla scarsa emersione a causa della paura delle vittime di denunciare, anche in mancanza di una prospettiva in grado di bilanciare i costi con i benefici di tale scelta, e da una generalizzata diffidenza e sfiducia.

Paura, diffidenza e sfiducia che sono alla base di un sentimento di maggiore solitudine e incertezza, soprattutto, da parte di quegli operatori che non sono a conoscenza delle tutele e benefici previsti dalla legge per chi denuncia. La maggior parte degli operatori economici non sono a conoscenza di queste tutele e benefici finanziari, un elemento sul quale riflettere e rispetto al quale attivarsi a livello istituzionale e sociale, anche con il coinvolgimento delle associazioni di categoria. È questo quanto emerge da una recente indagine condotta da Libera attraverso la somministrazione di questionari agli operatori economici di 3 città campione: Torino, Napoli, Firenze. Ricerca sociale, realizzata in collaborazione con l’Università di Torino, sulla percezione delle mafie, in modo specifico sui reati di estorsione, usura e corruzione, che vuole favorire l’emersione di casi potenzialmente criminali e accompagnare le vittime alla denuncia e all’accesso ai fondi. Per questo nuovo anno la ricerca è in fase di svolgimento con il coinvolgimento di altre 6 città, tra le quali Reggio Calabria.
Accesso ai fondi che deve avvenire in tempi rapidi per consentire chi denuncia di reinserirsi nel circuito dell’economia legale senza compromettere ulteriormente la propria attività economica. In tal senso, Libera, in questi anni, ha sviluppato un servizio fondamentale, il numero verde “Linea Libera” (800.582.727): uno strumento importante per accompagnare le vittime nel percorso della denuncia e segnalazione.
Ma rispetto a tutto ciò, c’è un’inversione di tendenza che parte proprio dalla Calabria, in particolare dal crotonese. Un territorio particolarmente difficile quello della provincia di Crotone dal punto di vista dei fenomeni criminali, un territorio lottizzato da consorterie storiche che ne soffocano l’economia. Clan di ‘ndrangheta che hanno dimostrato una grande capacità d’infiltrazione straordinaria anche al di fuori dei confini calabresi, con legami al nord Italia, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, ma anche all’estero in Germania come dimostrano le inchieste effettuate negli ultimi anni.
Un’inversione di tendenza, perché grazie alla presenza tangibile dello Stato la paura ha iniziato a lasciare il posto alla fiducia. Questa è la storia di un gruppo di imprenditori che si sono ribellati e hanno detto “no” alle richieste estorsive e grazie alle loro denunce sono stati arrestati esponenti di spicco delle locali di ‘ndrangheta di Strongoli, di Cirò e Cutro.
Se prima vi era paura, anche solo di pronunciare un nome e di guardare negli occhi un qualsiasi mafioso, oggi c’è la speranza alimentata dal supporto e dalla tempestiva efficienza delle forze dell’ordine e della magistratura sia sul piano professionale che su quello umano.
Queste storie dimostrano che si può fare, che è possibile, perché l’ultima parola è sempre la nostra, non dei mafiosi. Storie credibili di riscatto e coraggio, un monito contro la rassegnazione perché dimostrano che certi nomi non sono così impronunciabili, dimostrano che ci si può ribellare per recuperare la dignità violata e quel senso di umanità calpestata dall’arroganza mafiosa. Un coraggio che può diventare forza travolgente se non rimane isolato ma riesce a coinvolgere i tanti imprenditori e commercianti che ancora vivono una situazione di sudditanza e libertà negata.

Ma come è evidente la sola attività repressiva non è sufficiente, perché oltre alla diffusione della cultura della denuncia, è necessario che questo senso di responsabilità coinvolga tutte e tutti noi, come cittadine e cittadini, nel dimostrare concretamente da quale parte stiamo. Molto spesso le storie di imprenditori e commercianti che denunciano sono storie di solitudine, per colpa di quel “mondo al contrario” come l’ha definito l’imprenditore e testimone di giustizia delle Piana di Gioia Tauro, Nino De Masi, nel suo libro “Inferi”, “dove i carnefici diventano vittime; le vittime, boia; i cattivi, buoni, e viceversa”. E quindi chi denuncia viene isolato, evitato. Esperienza che hanno vissuto diversi commercianti, che dopo essere riusciti faticosamente ad aprire le proprie attività, chiuse per effetto del racket, hanno dovuto assistere ad un crollo del fatturato. Questo è quanto accaduto a Nello Ruello, il primo imprenditore a denunciare le ‘ndrine vibonesi, che ha dovuto definitivamente chiudere la propria attività non per colpa della ‘ndrangheta, ma perché nessuno entrava più nel suo negozio. Chiaramente una responsabilità che riguarda tutte e tutti noi, in quanto consumatrici e consumatori. In questo sta la forza della campagna regionale di Libera “La libertà non ha pizzo”, nata a Reggio Calabria nel 2010, una piccola rivoluzione dal basso resa possibile attraverso il consumo critico e responsabile, scegliendo di acquistare prodotti e servizi da quegli imprenditori e commercianti che hanno denunciato, o attraverso la campagna, dichiarano, pubblicamente, di non pagare il pizzo e di svolgere la loro attività nel pieno rispetto delle regole alimentando, in tal modo, un circuito virtuoso di economia legale.
Lo Stato c’è, se ci sono i cittadini. Un’azione importante quella delle forze dell’ordine e della magistratura, come confermano le tante operazioni che vengono scolte nonostante la complessità del contesto calabrese. Un’attività importante che deve essere adeguatamente sostenuta da noi cittadine e cittadini, perché mentre per loro è lavoro, per noi che abitiamo questi territori è la vita. Consentire ad un imprenditore di investire liberamente nei nostri territori, senza subire la presenza della criminalità organizzata, significa dare a quell’imprenditore la possibilità di creare lavoro e sviluppo.
Non ci sono più alibi, non ci sono più scusanti è arrivato il momento di avere fiducia, di mettere da parte paura, rassegnazione e indifferenza e attraverso la forza della denuncia rompere quel silenzio, che da sempre rappresenta uno dei cardini sui cui si fonda la forza della ‘ndrangheta, e dare il nostro contributo nel difficile, ma possibile, percorso di riscatto della nostra terra.
( *) Referente regionale Libera in Calabria

