Nuovi spunti dalle lettere scritte dal Beato Francesco Mottola tra il 1953 ed il 1969 a don Francesco Maiolo (1900-1969), sacerdote di Cortale, vicario generale dell'allora diocesi di Nicastro.
“Fai che la vicenda di Cristo sia la tua vicenda”Nell’archivio personale di mons. Francesco Maiolo ho rinvenute 16 lettere che vanno dal 1953 al 1969. Nella prima lettera del 1953 don Mottola scrive a don Maiolo: “Ho pensato di chiamare te che sei di famiglia e compatisci; e poi, le Oblate hanno bisogno di una parola Oblata sentita, e meglio di te nessuno può dirgliela”. E così inizia l’impegno di formazione, in cui si ricordano alcune meditazioni molto significative come quelle svolte nel 1959 secondo i temi indicati da don Mottola: “La preghiera contemplativa”, “L’apostolato che precede dalla pienezza della contemplazione” e “La verità che rende liberi”. E prosegue la lettera: “Prestami un po’ la tua parola, io (“i miei temi”) li svolgerò nel modo più splendido e completo”, ma anche per una “presa di posizione nel campo della cultura”.

Nel 1961 don Mottola scrive al suo confratello don Maiolo: “Sono molto contento di te e del tuo andare costante nella vita interiore”. Per poi affermare nella lettera del 1962: “Tu dici ‘lentamente’, ma non si oppone il ‘lento’ al ‘costante’. Approvo il tuo esame particolare, si sintetizza nel tacere, e la dura lotta la facciamo cantando”.
Nel 1964 scrive: “Bisogna guardare tutto dall’altezza dei Cieli, dal terzo piano, cioè dal piano soprannaturale-mistico, e allora le cose, tutte le cose, appariranno piccine piccine. Anche il dolore sarà gioia, come mezzo assoluto di croce. Non ti pare? La croce ci fa raggiungere i cieli sereni. Cioè l’Assoluto Trinitario. … Tutte le cose guardiamole come permissione di Dio, e allora saremo tranquilli, e sereni, di quella serenità che è dono di Dio. Sforziamoci di essere sempre in atto. In atto d’amore”.
Sempre nello stesso anno gli chiede come vicario generale della diocesi di Nicastro di sostenere una giovane vocazione dell’Opera degli Oblati, affinché ne parli al vescovo perché lo presenti con determinazione al Rettore del seminario “san Pio XI”.
Don Mottola invita spesso don Maiolo a condurre esercizi spirituali per gli Oblati.
Nel 1967 vengono ordinati due giovani della Casa di Carità “San Tarcisio” fondata da Maiolo e don Mottola invia una lettera in cui gli raccomanda di “dare ai novelli sacerdoti il sapore di Cristo” e sottolinea riportando l’espressione scritta sull’ immaginetta dell’ordinazione sacerdotale: “Cristo deve trionfare in tutti i sensi, secondo la scritta della immaginetta: ‘tutto ed in tutti Cristo’”. E conclude la sua lettera: “Le occupazioni non debbono mai turbare l’occupazione principale della nostra vita. Che è conquista di Amore”.
Il beato Mottola alla morte di un amico comune, mons. Barbiere, gli scrive: “Cristifichiamoci”, “tutti andiamo verso la luce”, e “la morte è un lucro di avvicinamento”, “Spogliamoci di tutto e di tutti, nella morte dei sensi e dello spirito e andiamo verso Cristo”. “Viviamo nell’eterna giovinezza di Cristo, in Cristo siamo sempre giovani”. “L’amore vince su tutto”.

Ed il 6 maggio dello stesso anno, pochi mesi dalla morte di don Maiolo ed anno prima della sua dipartita scrive: “Non ci pensare per nulla che sei alla soglia dei 70 anni, basta un atto di amore perfetto per essere nella vita veramente vita, come dice Boezio, e dice san Paolo: «Siamo sulla soglia dell’Eternità. Ma in noi c’è l’eterna giovinezza, attraverso la nostra Messa quotidiana. Lo spirito non invecchia mai. (…) Pazienza e fortezza nell’andare a Dio che ci attende»”. Pare che si stia preparando al transito verso l’Eterno.
Precisamente un mese dopo: “Vorrei che tu fossi nascosto in Gesù Benedetto, e con lui foste a disposizione dei fratelli. Allora sì che la tua vita sarebbe un poema d’amore, per la tua inserzione completa in Cristo. Provati a vivere così. Nonostante i iati che la natura umana porta, a te ed a me. Viviamo in Carità. In splendore di Carità. Facendo il meglio possibile momento per momento, nella nostra concretezza storica, individuale”.
E il 7 luglio gli scrive: “Son contento che insisti sulla luce di Cristo, l’unica luce per te e per me”. E continua: “Bisogna vivere di questa luce, luce soprannaturale, in cui gli aggiornamenti presenti sono cose ridevoli… le cose non vanno come dovrebbero andare. Ma bisogna pregare e tacere. E qualche volta anche parlare…. Siamo in un momento triste, abbastanza triste, in cui il sacerdote, ha perso di vista l’unico necessario: Gesù luce del mondo”. E con particolare audacia per quegli anni, in riferimento alla gerarchia ecclesiastica afferma: “Anche nelle alte sfere non vanno bene le cose”.
E poi nella stessa missiva parla dell’intossicazione di 17 ragazzi della Casa di Carità “San Tarcisio” a Nicastro, e ringrazia il Signore che “tutto sia finito bene” e esorta: “Facciamo le cose momento per momento, con retta intenzione, nella luce di Cristo Signore”. E conclude con un concetto stupendo: “Fai che la vicenda di Cristo sia la tua vicenda”.
Dopo un mese scrive al confratello per esprimere il suo entusiasmo sulla enciclica “Humanae Vitae” di Paolo VI e lo esorta a fare “sempre più e sempre meglio”.
A settembre gli scrive che “Bisogna guardare tutto nell’Eterno, dove abbiamo un fine eterno. La contingenza non deve affatto toccarci l’anima. Noi non dobbiamo essere nel tempo, ma fuori del tempo, come dice il Maestro divino”, riferendosi a Giovanni 15,18-22. E poi fa un altro affondo sui mali della chiesa, ma propone un rimedio perfetto: “La sposa di Cristo va male, bisogna vincere con la santità di vita”. E come un proseguimento, nella lettera del mese dopo, scrive: “ Nella nostra traversata verso l’infinito non esiste che l’anima e Dio. E il Cristo”.
Nella missiva di novembre scrive: “Tra gioie e dolori passa la nostra vita, ma tutto è niente purché il nostro sguardo sia sempre fisso in Cielo alla Trinità Beata. In cui dobbiamo trovare la suprema beatitudine”.
Nell’ultima lettera scrive: “L’ ora è brutta e nera, padre confermiamoci nel nostro santo ideale di vivere il nostro sacerdozio con generosità usque ad sanguinem”. Dopo tre giorni don Maiolo muore e don Mottola lo seguirà dopo quattro mesi, il 29 giugno 1969. Un’amicizia di santità anche nel transito in Cielo.