La custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale, al centro della prima Enciclica di Leone XIV. Oggi la presentazione nell'Aula Nuova del Sinodo in Vaticano, alla presenza del Papa
È più che mai il tempo di una “Magnifica humanitas”La prima attesa enciclica di Leone XIV, giunta a poco più di un anno dalla sua elezione, è una lettera monumentale di oltre cento pagine divise in 245 paragrafi. La Magnifica humanitas creata da Dio – scrive il papa in premessa – si trova oggi di fronte a un bivio: ridursi a una Babele o realizzare una società armonica «in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile».

Come previsto, il pontefice americano si pone sulla scia del magistero sociale dei suoi predecessori, partendo da colui che gli ha ispirato il nome, Leone XIII, al secolo Vincenzo Gioacchino Pecci, che a fine Ottocento attraverso la Rerum Novarum affrontò il nodo della rivoluzione industriale. Adesso con la Magnifica humanitas (che significativamente porta la data del 15 maggio 2026, 135° anniversario della pubblicazione della Rerum Novarum) papa Prevost prende in esame le res novae del nostro tempo, legate a un’altra rivoluzione, quella digitale. «Negli ultimi anni – scrive Leone XIV – è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo».
C’è da aver paura di queste novità? No, perché «la tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona», anzi le ha permesso un netto miglioramento delle proprie condizioni di vita. E tuttavia c’è un aspetto ambiguo e problematico su cui porre estrema attenzione: le tecnologie emergenti hanno raggiunto livelli di potenza e pervasività mai prima immaginati, incidendo in profondità sulla vita quotidiana di ciascuno di noi.
Il papa invita allora a chiedersi cosa accadrebbe se tutto questo non fosse orientato al bene. Egli sa che la risposta non è affatto semplice, perché nessuno oggi sa prevedere in che direzione le nuove tecnologie spingeranno l’umanità e se favoriranno o no l’affermarsi del bene comune. Proprio per questo è una sfida che va affrontata «con lucidità e responsabilità», adottando strumenti normativi adeguati, che tutelino la giustizia e frenino gli effetti distorsivi, in un mondo dove i “padroni” della tecnologia sono le grandi multinazionali, «dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi».

Ma prima ancora delle norme serve una profonda presa di coscienza collettiva, che Leone XIV chiama «discernimento condiviso», per comprendere le trasformazioni in corso, che impattano anche a livello spirituale. Sebbene proiettati verso un futuro ignoto, tornano le eterne questioni esistenziali: «dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?».
Prendendo spunto dalla vicenda biblica di Neemia e della riedificazione di Gerusalemme, Leone XIV rimarca come la civiltà si costruisce «attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo». Parole che suonano come una risposta alla logica degli uomini forti, che disprezzano l’arte della diplomazia e pensano di poter risolvere tutto con le minacce e l’uso delle armi. «Per questo – si legge al n. 9 dell’enciclica – la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna».
Sapremo orientare al bene le nuove tecnologie se non cadremo nella “sindrome di Babele” cioè «nell’idolatria del profitto che sacrifica i deboli», nella «uniformità che appiattisce le differenze», nella «pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni». Tradotto sul piano geopolitico parrebbe un incitamento a tornare al multilateralismo, evitando derive neoimperialiste. La preoccupazione del papa, però, va ben oltre: il rischio più grande – afferma – è la disumanizzazione ovvero la pretesa di «costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo», tentazione antica che oggi ha assunto il volto delle innovazioni tecnico-scientifiche.

L’invito è a «edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità». Dentro questo quadro i cristiani hanno un ulteriore compito: far sì che «il pluralismo non si disperda nel disordine». Un obiettivo che si può ottenere grazie alla forza che viene da Dio e dal suo amore per tutti noi. Immancabile la citazione di sant’Agostino e delle sue Confessioni: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». In questo solco Leone XIV allarga al mondo civile il concetto di sinodalità su cui la Chiesa si sta interrogando da alcuni anni. La «pratica della sinodalità», egli afferma, può divenire «lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo».
Posto che «il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa», la lettera del papa diviene un appello: «non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo». Abbiamo tutti, ognuno per la propria parte, «il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore».

(*) L’estensore di questo articolo – Enzo Romeo, giornalista, scrittore, Direttore della rivista “Dialoghi” – è autore del libro Il Papa delle «Cose Nuove». Leone XIV e la rivoluzione digitale (Àncora, p. 152, € 16,50) nel quale anticipa e approfondisce la posizione di Leone XIV di fronte ai cambiamenti in atto.

