L'omelia nella concattedrale di Tropea di don Enzo Gabrieli, postulatore della causa di beatificazione di Don Mottola e parroco a Castrolibero (Cs), durante il novenario per la festa del Beato, nella solennità dei Santi Pietro e Paolo
Don Mottola come Pietro e Paolo: non è nato santo, lo è diventato!Oggi la Chiesa celebra due colonne sulle quali Cristo ha voluto edificare la sua casa: Pietro e Paolo. Due uomini profondamente diversi, due storie lontane, due temperamenti quasi opposti. Pietro è il pescatore della Galilea, cresciuto sulle rive del lago, abituato al vento, alle reti, alle notti di fatica e di attesa. Paolo è il rabbi, il cittadino romano, il viaggiatore instancabile, il missionario che attraversa il Mediterraneo per portare il Vangelo fino ai confini del mondo.

Uno ha imparato la fede sulle onde del lago, l’altro sulle strade dell’Impero. Uno ha conosciuto Gesù guardandolo negli occhi ogni giorno, l’altro lo ha incontrato sulla via di Damasco. Eppure entrambi giungono allo stesso approdo: consegnare tutta la loro vita a Cristo.
Anche la loro morte li unisce. La tradizione li ricorda entrambi nel 29 giugno, perché il sangue del pescatore e quello dell’apostolo delle genti hanno fecondato la stessa Chiesa di Roma. Pietro crocifisso, Paolo decapitato: due modi diversi di dire un unico “sì” all’Amore.
Quest’anno, per noi della Chiesa di Calabria e particolarmente di Tropea, questa festa porta con sé una memoria che tocca il cuore. Il 29 giugno 1969, proprio nel giorno della solennità dei santi Pietro e Paolo, concludeva il suo pellegrinaggio terreno il beato Francesco Mottola. Non è soltanto una coincidenza del calendario. È quasi un sigillo provvidenziale. Come se il Signore avesse voluto dire che anche questo sacerdote della nostra terra aveva imparato la lezione dei due grandi apostoli: lasciarsi condurre dall’Amore fino alla fine.
Nel Vangelo appena proclamato Gesù pone ai discepoli una domanda decisiva:
«Voi, chi dite che io sia?»
È la domanda che attraversa ogni epoca e ogni coscienza. Non basta sapere ciò che pensano gli altri. Non basta ripetere formule. Arriva un momento nel quale Cristo ci guarda personalmente e ci domanda: “E per te, chi sono io?”
Pietro risponde con una delle professioni di fede più belle della Scrittura:
“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.”
Quella risposta non nasce dalla bravura di Simone.
Gesù, infatti, gli dice: “Non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio.”
La fede è sempre un dono prima ancora di essere una conquista. È una luce che Dio accende dentro il cuore di chi si lascia illuminare. Anche la santità nasce così.
Per questo, durante la beatificazione del beato Francesco Mottola, che abbiamo celebrato proprio in questa chiesa concattedrale, il cardinale Marcello Semeraro ricordava una frase tanto semplice quanto profonda: “Non è nato santo: lo è diventato.”
Lo è diventato perché, come aggiungeva il Cardinale, si è lasciato coltivare dalla Parola di Dio.
Che espressione meravigliosa. Non si è limitato a leggere la Parola. Si è lasciato coltivare!
Come un campo che accetta il lavoro paziente del contadino. Come una vite che permette al vignaiolo di potarla.Come l’argilla che non resiste alle mani del vasaio.
La santità non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nel lasciare che Dio lavori dentro di noi. In questi giorni avete riflettuto anche sulla santità e sulle modalità di comunicarla. La santità, se posso aggiungere un piccolo contributo alla vostra riflessione, si autocomunica, emerge, è una melodia che si ode, un profumo che si coglie già da lontano. Edessa gradualmente emerge mentre ci si lascia coltivare da Dio
Pietro ha dovuto lasciarsi coltivare. Quante potature!
L’entusiasmo impetuoso. La paura. Il rinnegamento. Le lacrime amare. Eppure proprio quell’uomo fragile diventerà la roccia.

Anche Paolo ha dovuto lasciarsi trasformare. Da persecutore ad apostolo. Da uomo delle certezze ad uomo della grazia.
Così è stato anche per don Francesco. Non è nato santo. Lo è diventato!
Attraverso gli anni del ministero. Attraverso la preghiera, facendo spazio ai sogni di Dio. Attraverso l’amore per i poveri. Attraverso l’obbedienza.
E soprattutto attraverso quella lunga malattia che per quasi trent’anni lo rese prigioniero di una paralisi. La sofferenza non gli rubò la libertà. La trasformò.
Perché l’amore, quando è autentico, sa fare della croce una cattedra.
C’è una pagina del Vangelo di Giovanni, che viene proclamata nella liturgia della vigilia di questa solennità, che illumina ancor di più la vita di Pietro e anche quella del nostro beato.
Sulle rive del lago di Tiberiade Gesù pone tre volte la stessa domanda: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Tre domande che sembrano cancellare tre rinnegamenti. Sono tre dichiarazioni d’amore, una richiesta di maturazione nell’amore, un passaggio graduale fino alla consegna, al darsi dell’amore
Ma subito dopo Gesù aggiunge: “Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi.”
È il Vangelo dell’abbandono. All’inizio della vita siamo noi a condurre. Alla fine della maturità cristiana è Dio che conduce noi. La vera santità consiste proprio in questo passaggio.
Lasciarsi guidare. Lasciarsi portare. Consegnare il timone. Pietro dovrà tendere le mani sulla croce. Paolo tenderà la sua vita sulla strada del martirio.
E il beato Francesco Mottola tenderà le mani nella lunga immobilità della malattia.
Per quasi trent’anni non sarà più lui a scegliere il ritmo delle giornate. Sarà un altro a condurlo.
Egli sperimenterà sulla propria carne ciò che Gesù aveva annunciato a Pietro.
Ma proprio lì la sua vita diventerà ancora più feconda, perché l’amore non diminuisce quando il corpo si ferma. Anzi. Talvolta diventa più grande.
Le gambe non potevano più portarlo, ma il cuore continuava a raggiungere tutti.
Le mani erano immobili, La carità continuava a costruire attraverso Irma e le prime sorelle.
Il corpo era segnato dalla paralisi, lo spirito continuava a guardare lontano.
Don Francesco è stato un uomo dell’orizzonte. Chi lo ha conosciuto, chi ha letto i suoi scritti sa quanto spesso ricorrano immagini di cielo, di sole, di mare, di infinito.
Era figlio di questa nostra terra calabrese, dove il mare insegna ogni giorno che l’orizzonte non è un confine ma una promessa.
Pietro aveva imparato sul lago a leggere il vento. Paolo aveva imparato sulle rotte del Mediterraneo che il Vangelo non conosce frontiere. Don Francesco imparò a guardare oltre ciò che gli occhi vedevano.
Sempre verso il sole, sempre verso il Cielo. Sempre verso Dio!
Ma attenzione. Il suo sguardo non era una fuga dalla terra. Era esattamente il contrario. Perché chi guarda il Cielo sa riconoscere Cristo nelle strade degli uomini. La nostalgia del Paradiso non lo allontanò dagli ultimi. Lo rese ancora più vicino.
La santità che egli ci consegna non è quella delle altezze irraggiungibili.
È quella delle strade polverose della carità.
Quelle strade dove abitano gli ultimi: i poveri, gli ammalati. gli esclusi, gli invisibili.
Don Francesco aveva compreso una verità decisiva: gli ultimi non sono semplicemente persone da aiutare, sono la carne del Crocifisso.
Ogni ferita è una piaga di Cristo. Ogni volto sofferente è il volto del Signore. Per questo fondò le Case della Carità. Non opere assistenziali, ma case. dove si sperimenta la familiarità, l’amicizia. Luoghi dove ciascuno potesse sentirsi figlio.
Perché il Vangelo non crea servizi, crea famiglia, crea casa. Il primo annuncio, come sapete, da parte dell’Angelo avviene proprio in una casa.
Ed è qui che Pietro, Paolo e Francesco Mottola si incontrano. Pietro costruisce la comunione. Paolo allarga la comunione fino ai confini della terra. Don Francesco rende quella comunione concreta nelle case della carità. Tre vocazioni diverse. Un solo amore.
Forse possiamo dire che Pietro ha insegnato alla Chiesa la stabilità della fede. Paolo il coraggio della missione.Don Francesco la tenerezza della carità.
Ma tutto nasce dalla stessa sorgente: Cristo.
E allora comprendiamo meglio quella breve preghiera che don Francesco ripeteva con insistenza:
“Ho bisogno di Te, Cristo Gesù”. Che semplicità. Che profondità. Non dice: ho bisogno di cose. Ho bisogno di successi. Ho bisogno di risultati. Dice soltanto: Ho bisogno di Te.
È la confessione di Pietro. È il respiro di Paolo. È il segreto dei santi. Quando un uomo scopre di avere bisogno di Cristo, allora non vive più per sé stesso. Vive per Colui che lo ha amato.
Forse il mondo contemporaneo soffre proprio di questo. Ha perso il senso del bisogno di Dio. Crede di bastare a sé stesso. E invece il cuore rimane inquieto.
Don Francesco ci ricorda che la prima povertà dell’uomo è la mancanza di Dio. E la prima ricchezza è lasciarsi amare da Lui. Fratelli e sorelle, oggi il Signore ci pone la stessa domanda rivolta a Pietro: “Tu, mi ami?”. Non ci chiede se siamo perfetti. Non ci chiede se non abbiamo mai sbagliato. Ci domanda soltanto se siamo disposti ad amare. Perché tutto nasce da lì. E subito dopo ci dice anche: “Seguimi.”
Seguimi quando il mare è calmo. Seguimi quando soffia il vento. Seguimi quando puoi correre. Seguimi quando dovrai lasciarti portare. Seguimi fino a fare della tua vita un dono.
Che i santi Pietro e Paolo e il beato Francesco Mottola ottengano anche per noi questa grazia: una fede salda come la roccia di Pietro, un cuore missionario come quello di Paolo e una carità umile, luminosa e perseverante come quella del sacerdote di Tropea, capace di guardare sempre oltre l’orizzonte, verso il Sole che non tramonta, senza mai dimenticare che la via del Cielo passa sempre attraverso le polverose strade della carità, dove Cristo continua ad attenderci nel volto dei più piccoli.
Concludiamo facendo nostra la preghiera del beato Francesco Mottola:
Ho bisogno di Te, Cristo Gesù, come del fuoco l’assiderato, dopo una giornata di lavoro.
Ho bisogno di Te, come chi ha fame, del pane della sera per poter riposare in pace, come chi ha sete dell’acqua della fonte lungamente cercata. Ho bisogno di Te, come dell’aria di ogni istante, perché la vita stroncata dall’asfissia, non muoia.
Vieni e rimani con noi, Signore Gesù, sempre. Amen.
(*) Parroco della Sacra Famiglia a Castrolibero (Cs) e Postulatore della causa di Beatificazione di Don Francesco Mottola

