In occasione dell'anniversario della nascita del Beato (3 gennaio 1901) mons. Luigi Renzo traccia del sacerdote tropeano un profilo, ricavato da uno studio dei suoi scritti (alcuni tratti da numeri storici di "Parva Favilla")
Don Francesco Mottola, profeta di pace per il nostro tempoLe situazioni di guerra che stanno caratterizzando in questi ultimi anni la scena internazionale, di cui quelle tra Russia-Ucraina e Israele-Striscia di Gaza sono le più gravi ed appariscenti, impongono una riflessione sulla urgenza di un impegno per la pace. In questo momento storico in cui, come già denunciava papa Francesco, stiamo assistendo alla terza guerra mondiale a pezzi, riflettere sulla pace ispirandoci anche alla testimonianza del beato don Francesco Mottola appare quanto mai stimolante ed opportuno. Del resto, come ci ha ricordato papa Leone XIV nel suo Messaggio per la Giornata della Pace di quest’anno, è questo il preciso dovere della Chiesa, che, col saluto di “Pace a voi” rivoltole da Gesù il giorno di Pasqua, ha ricevuto la precisa “missio” di annunciare e portare ad ogni uomo proprio la beatitudine della pace. E la pace di Cristo risorto è “una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” (ivi). È come dire che bisogna agire in modo che le armi tacciano per lasciarci abitare dalla pace preferendo “la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello”.
a) La logica di Dio e la missione della Chiesa

Certamente la logica di Dio sulle relazioni umane anche tra gli Stati è diversa dalla nostra. Invocarlo significa dirsi disponibili a provare a pensarla come Lui, passando il più possibile attraverso lo svuotamento di noi stessi, rinunciando ad una esagerata autoreferenzialità, mettendo a tacere il narcisismo ed ogni sete di potere a tutti i costi. È liberandosi da ogni desiderio di dominio sugli altri che si riesce a vivere in armonia con tutti. La Chiesa ed il cristiano non possono che obbedire a questa logica passando dal criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, al principio che la vera pace si può costruire soltanto sulla vicendevole fiducia. (cfr. Giovanni XXIII, Pacem in terris, n. 61). Ogni guerra è al contrario frutto di una logica ingiusta e diabolica che uccide la pace. Conclude Leone XIV nel suo citato Messaggio che, a partire da se stessi occorre “avviare quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse”.
A questa logica risponde don Mottola che, nello scritto La nostra missione del 1951, così si esprime: “Dobbiamo diffondere la pace, la pace di Dio nelle anime, come il fiore il profumo ed il fuoco la luce; ma il fiore staccato dallo stelo muore, così il fuoco dalla sorgente. L’anima soltanto a contatto col Padre è in pace e diffonde pace, che è serenità, ordine e quindi soprattutto unità. Perdersi ad ogni istante nel Cuore di Cristo, dimenticarsi in Lui, inserire nell’istante che fugge l’onda infinita dell’eternità, non è questo il segreto della pace?” (cfr. Parva Favilla 18, aprile 1951, p. 2).
Il compito che Gesù affida alla Chiesa è di evangelizzare portando a tutti l’augurio della pace. Anche nelle Beatitudini, tra le altre, ne troviamo una a riguardo molto esplicita: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia perché di essi è il regno dei cieli”. (Mt. 5, 9-10). La pace, chiaramente, come chiarisce la Costituzione conciliare Gaudium et Spes, “non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita opera della giustizia» (Is 32,7). È il frutto dell’ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta”.

b) Il beato Francesco Mottola profeta di pace
Il ruolo di profeta di pace don Francesco Mottola non lo ha esercitato in forme eclatanti, ma soprattutto nella formazione delle coscienze. E’ sintomatico quello che scriveva nel 1946: “Se i santi si moltiplicheranno, si diffonderà la pace e il secolo ventesimo, questo Novecento tormentato da mille crisi, avrà un tormento solo: quello di Dio”; e ancora “Se l’anima non è pacificata con Dio… se non arde dell’arsione di Dio tutto si riduce a verbalismo e non c’è cosa che più mi dispiaccia del verbalismo senz’anima”. (cfr. Parva Favilla dicembre 1946, p. 3 e gennaio 1951, p. 2)
L’ansia della pace è costante nel nostro Beato e, a suo dire, questa, la pace, si fonda necessariamente sulla verità e prima di darla agli altri bisogna possederla e per possederla bisogna conquistarla. Così scrive: “E’ necessario rinnegarsi per avere la pace: <Se il tuo cuore (la tua anima), scrive S. Giovanni della Croce, riposa in qualche cosa, cessa di slanciarsi al tutto>. Ogni sforzo è rinnegamento, ogni conquista è morte: la conquista suprema esige la morte totale; soltanto chi perde la sua anima la ritrova”; la pace unitamente alla carità, alla gioia, alla pazienza, alla benignità, alla dolcezza, alla fede, alla modestia, alla castità (Gal. 5,22-23) “sono frutti dello Spirito Santo” ed albergano “nell’animo del giusto”. (cfr. Itinerarium mentis, 18)
Pur con questa alta preoccupazione propedeutica al dono della pace, don Mottola fu sempre “uomo del tempo e della storia”. Non ignorò, per esempio, la gravità della situazione creata dalla seconda guerra mondiale, in cui si era lasciata coinvolgere anche l’Italia, mettendo in crisi la pace dell’intera nazione. Il nostro beato prospettò fin da subito la necessità di un impegno da programmare per tempo per non arrivare impreparati all’appuntamento della storia una volta conclusa la guerra.
Don Mottola, quindi, non resta a guardare in un momento storico così delicato ed anzi, proprio nel pensare al dopo, comincia a predisporre risposte ed interventi di pace sociale con l’apertura delle nuove Case di Carità fuori Tropea di Limbadi (1946) e Vibo Valentia (1951-56), oltre alle Scuole materne di Drapia e Brattirò. Questa presenza nel sociale fa cogliere il senso che vogliamo dare all’epiteto di “don Mottola profeta di pace”. Non una pace di principio soltanto, ma una pace di operosità nello spirito delle beatitudini: “beati gli operatori di pace”.

Proprio ai problemi di povertà post-bellici don Mottola cerca, per tempo, risposte plausibili. Così scriveva l’11 agosto 1944 ai suoi Sacerdoti Oblati: “Dalla guerra, son venuti, a noi sacerdoti, altri problemi, che bisogna ad ogni costo affrontare e, con l’aiuto di Dio, risolvere: noi li affronteremo con la preghiera e l’umiltà. La mia malattia ci ha un pochino dispersi: ho offerto tutto per la nostra idea: vi ho sentiti vicini al mio spirito”. (cfr. Opera omnia degli Scritti di Don Mottola. Lettere Circolari, (a cura di Giuseppe Lo Cane e Domenico Pantano), 1994, vol. I, pp. 22-23).
Con queste convinzioni operative, don Mottola non rinuncia mai al suo compito formativo e al senso pieno della pace in perfetto stile evangelico. Ed in questa luce scrive: “Dio non è un Dio della pace, ma della guerra. Contro tutte le nostre imperfezioni, miserie, tutte le nostre voglie ammalate, per l’unità dello spirito attraverso la libertà ch’è verità. Non il pacifismo, ma la lotta per la libertà dello spirito, in tutti gli ordini naturali e soprannaturali, per l’avvento di Dio onnipotente. … Il santo non è un bonaccione che a nulla serve, ma è l’uomo che si è sforzato di vincere tutte le imperfezioni di natura e vive con la volontà tesa, con la grazia soprannaturale tesa a Cristo”. (cfr. Faville della Lampada, pp. 226. 229; anche Parva Favilla 25, gennaio 1958, pp. 4-5).
Pace, allora, è verità, è libertà, è tensione profonda ad esprimere l’autenticità di se stessi fino a “colmare l’anima nostra”. E l’anima, continua don Mottola, “deve purificarsi nei sensi e nello spirito per godere la legge del perdono, mediante la sapienza dello spirito che risponde con il dono della pace”. (cfr. Parva Favilla 29, gennaio 1962, p. 2)
Conclusioni
Mi piace concludere con questo testo che don Mottola intitola Il vuoto e che mi sembra idoneo a rappresentare la tensione ideale della pace nella profezia del nostro beato: “Bisogna fare il vuoto in noi. Bisogna morire nei sensi e nello spirito. E Dio parlerà a noi. Se vuole. Accende il Signore una vampa di amore. Che comprende l’Essere Infinito e noi creature, secondo la canzone di Francesco di Assisi. Allora una grande pace avremo. Non perfetta però, perfetta sarà nei Cieli. Amen!” (cfr. Parva Favilla 32, aprile 1965, p. 5).
(*) Vescovo emerito Mileto-Nicotera-Tropea

