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Le affinità elettive di due sacerdoti di frontiera

Don Francesco Mottola e don Ciccio Miceli, due apostoli della Calabria

Prendendo spunto dal titolo del romanzo cinquecentesco Due cuori e una capanna della scrittrice inglese Anne Seymour, diventato popolarmente famoso per simboleggiare l’amore in un piccolo spazio condiviso, mi viene spontaneo vedervi raffigurato il grande amore alla Calabria (la capanna) testimoniato dai due cuori innamorati di don Francesco Mottola e Don Francesco (Ciccio) Miceli, originariamente entrambi della diocesi di Tropea, fino a quando nel 1963 Longobardi, paese natale del secondo, passò con la diocesi di Cosenza, mentre Tropea con Nicotera vennero unificate con Mileto. 

Don Ciccio Miceli con Papa Paolo VI

  Pur divisi da cinque anni di età (don Mottola era nato nel 1901, mentre don Miceli nel 1906), rappresentano due straordinarie figure di sacerdoti pervasi entrambi da una profonda affinità spirituale, impegnati in percorsi formativi condivisi, frutto della scelta radicale di vivere il Vangelo a servizio degli ultimi e dei derelitti della vita, che don Mottola chiamava affettuosamente “i nuju du mundu” (gli scartati da tutti). Per questo il Tropeano scelse di fondare le Case di Carità per accogliere i diseredati e i malati cronici, mentre il Longobardese visse lo stile di povertà assoluta dalle “mani bucate” per i bisognosi, al punto da spogliarsi di tutto, finanche del denaro messo da parte per farsi una tonaca nuova, incarnando perfettamente quel modello di “sacerdote degli ultimi” teorizzato e vissuto anche da don Mottola. 

Entrambi, certamente con la benedizione e l’appoggio morale del vescovo Felice Cribellati, si impegnarono, secondo carismi diversi, a favore del rinnovamento sociale e religioso della Calabria spinti dalla intransigenza d’amore dei Santi secondo cui, come ebbe a scrivere don Mottola, “chi ama sommamente, con tutta l’anima e con tutte le forze del cuore, non può tentennare, non può tacere, non può cedere, non può transigere” (Parva Favilla 6, novembre 1938, p. 2).

Per quanto non risulti al momento un carteggio o corrispondenza epistolare tra i due, il loro legame profondo e significativo all’interno della storia della Chiesa calabrese si è sviluppato attraverso contatti personali e una fitta rete di sintonie spirituali che li ha visti particolarmente impegnati in Azione Cattolica anche con la mediazione delle sorelle Alda e soprattutto Elisa Miceli (Donna Lisetta come veniva chiamata), futura fondatrice questa delle Suore Catechiste Rurali del Sacro Cuore e di cui è in corso la Causa di beatificazione. Don Mottola nel suo ruolo di Assistente Diocesano dell’Azione Cattolica ebbe modo di frequentare regolarmente la casa dei Miceli favorendo tra loro una profonda stima reciproca ed una perfetta sintonia di pensiero che trovava sbocco nell’impegno comune mirato alla formazione non solo della Gioventù di Azione Cattolica, ma del laicato in genere e del laicato consacrato. 

  Come già don Mottola aveva fatto tra il 1930-1937 con la fondazione graduale e progressiva della Famiglia Oblata (sacerdoti, oblate e oblati laici consacrati), anche don Miceli nel 1938 aveva fondato la Pia Opera dei Catechisti di Cristo Re per l’assistenza spirituale alla gente dei campi con l’obiettivo di trasformare l’evangelizzazione in uno strumento di emancipazione per i contadini e i lavoratori della terra, considerati i più abbandonati della società calabrese dell’epoca.

  L’intesa collaborativa tra i due sacerdoti fu perfetta al punto che casa Miceli di Longobardi si trasformò in un cenacolo e in una forma di laboratorio, una vera scuola di formazione culturale religiosa e sociale, che vide coinvolta anche Armida Barelli, Presidente nazionale dell’Azione Cattolica, anche lei divenuta una assidua frequentatrice di casa Miceli, ospite delle sorelle Alda ed Elisa. Da questo connubio spirituale nel 1937 nacque tra l’altro la concertazione e la programmazione delle Settimane campestri per la diffusione del Vangelo nelle zone rurali e come presidio sociale per contrastare l’analfabetismo, l’isolamento e la miseria delle famiglie dei contadini. Apprezzate e condivise da molti vescovi, successivamente le settimane campestri vennero organizzate anche in altre diocesi calabresi nell’intento di sottrarre le popolazioni rurali alle logiche di sfruttamento, cui spesso venivano sottoposte.  

Don Francesco Mottola, proclamato Beato il 10 ottobre 2021

  Con questa preziosa opera di promozione sociale si avviava così una rete di collaborazione allargata con la programmazione di processi formativi promossi per la prima volta in Calabria dall’Azione Cattolica, che portò alla istituzione a Paola nel 1933 dei Corsi regionali residenziali di formazione e di aggiornamento associativo aperti anche alle donne, fatto estremamente profetico che contribuì a superare le resistenze delle famiglie, che malvolentieri consentivano alle figlie di restare per più giorni fuori di casa. Per l’alto livello culturale i Corsi vennero chiamati Università di Paola, avvalendosi della collaborazione di figure di santi e dotti sacerdoti provenienti dalle diocesi calabresi: Mons. Antonio Lanza di Cosenza futuro arcivescovo di Reggio Calabria, Mons. Francesco Pititto di Mileto, Mons. Raffaele Barbieri, futuro vescovo di Cassano, Mons. Giovanni Apa fondatore delle Missionarie della Carità di Catanzaro e naturalmente don Francesco Mottola e don Ciccio Miceli, che ne furono i maggiori sostenitori.

Anche Armida Barelli con l’amica e collaboratrice Teresa Pallavicino, parteciparono spesso sia alla preparazione che alle lezioni dei Corsi, affidati come dirigente e docente alla Prof.ssa Alda Miceli, che si avvalse della collaborazione delle responsabili diocesane e parrocchiali dell’Azione Cattolica. Tra queste si ricordano tra l’altro Gina Panaro di Paola, la cosentina Evelina Cundari, la reggina Antonietta Tripepi, mamma di Maria Mariotti, altra figura eminente del laicato cattolico calabrese, le oblate di don Mottola Ada Furgiuele di Amantea ed Irma Scrugli di Tropea, Letizia Longo (missionaria della Regalità insieme alla sorella Ada) di Rossano.

In tutto questo fiorire di opere Don Miceli e don Mottola seppero dare il meglio di loro stessi, senza rinunciare a quello che era il loro impegno pastorale primario che per il primo era costituito dalla guida pastorale prima della sua parrocchia di Longobardi e successivamente, fino agli anni Ottanta del secolo scorso, di S. Aniello di Cosenza, continuando poi a seguire spiritualmente i suoi Catechisti rurali, suo fiore all’occhiello. Muore il 20 agosto 1992 a Fiumefreddo Marina dopo 3 anni di sofferta malattia. 

  Ancora prima don Mottola, anche lui ricco di un’ampia attività pastorale prima di parroco di Parghelia e poi di Rettore e Padre Spirituale del Seminario di Tropea, oltre che fondatore delle Case di Carità e della famiglia oblata, il 29 giugno 1969 aveva varcato la soglia della vita terrena per il Paradiso dove gode la sua beatitudine canonicamente riconosciuta il 10 ottobre 2021, dopo essersi purificato con 27 anni di malattia che dal 1942 lo aveva immobilizzato in casa.

Tanto si potrebbe e si dovrebbe ancora riconoscere di don Francesco Mottola e di don Ciccio Miceli, di certo entrambi hanno fatto la scelta radicale degli ultimi realizzando sulla loro carne il distacco dai beni materiali per fare dei fratelli bisognosi e umanamente “scartati” la ragione della loro vita come risposta cristiana alla chiamata del Signore. Sacerdoti di frontiera nel Novecento calabrese, hanno condiviso una profonda e fraterna sintonia intellettuale e carismatica, antesignani dei principi teologici del Concilio Vaticano II che li ha visti puntare particolarmente su un laicato formato e su forme di consacrazione laicale maschile e femminile di grande rilevanza sociale e non solo ecclesiale.

(*) Vescovo emerito Mileto-Nicotera-Tropea