La figura poliedrica di un sacerdote calabrese che fu anche un intellettuale
Don Carmine Cortese: prete, soldato e pastoreCon la pubblicazione dei Diari parrocchiali (Meligrana editore, 2012) di don Carmine Cortese, che la paziente e benemerita opera certosina del compianto professore Antonio Pugliese ci ha offerto, si chiudeva una trilogia diaristica, che, con il Diario di guerra (Rubbettino, 1998) ed il Diario di prigionia (Romano, 2004) completano il percorso umano di una personalità religiosa, civile e culturale che abbraccia ampiamente tutta la prima metà del XX secolo. La pubblicazione dei numerosi Quaderni raccolti accuratamente da Antonio Pugliese, e dai quali emerge più chiaramente l’intellettuale appassionato, mette completamente in luce la figura di don Carmine e rende possibile comprendere la fatica di coniugare l’attività pastorale con la ricerca storico-letteraria che costituisce un aspetto non secondario di una esistenza impegnata nel servizio di Dio e dell’uomo.

Le pagine del Diario parrocchiale appartengono agli anni 1933-1952, quando don Carmine svolse la sua missione pastorale a Spilinga come parroco della parrocchia di san Giovanni Battista: sono pagine di vita vissuta nella traduzione quotidiana della propria interiorità in relazione con il contesto sociale in cui ha operato, con il territorio, come oggi si dice, che comprende tutte le manifestazioni nei diversi ambiti della vita e dell’esistente.
Don Carmine fu soldato semplice in zona di guerra, in Tripolitania e in Cirenaica, durante la guerra di Libia dal 04.04.12 al 12.08.12 e fu cappellano militare nella prima guerra mondiale dal 18.05.15 al 13.02.20, compreso il periodo di prigionia dall’08.11.17 al 24.12.18 e non perse mai la sua identità di prete soldato. L’attività pastorale, prima a Tropea come parroco della parrocchia di santa Caterina (05.04.21-31.12.32), e poi a Spilinga come parroco della parrocchia di san Giovanni Battista (04.04.1933-07.02.1952) si è svolta in un arco di tempo che ha visto il fascismo (1922-1942), le guerre del Duce,la seconda guerra mondiale (1939-1944),la Resistenza,il referendum repubblicano : avvenimenti traumatici per l’intera società, che sconvolsero gli assetti precari del secolo che tra le altre sciagure qui da noi aveva patito nel 1905 la distruzione del terremoto, ripresentatosi poi nel 1908 con danni immani a Reggio e Messina.
La generazione di don Carmine Cortese, che è passata attraverso tutti questi drammi, portò nella propria carne e nel proprio spirito le stimmate di sofferenze, angosce e delusioni. Fu proprio a causa del terremoto del 1908 che don Carmine, assieme ad un nucleo di chierici tropeani, dal seminario di Reggio Calabria danneggiato dal terremoto fu inviato a Roma, nel seminario leoniano, dove ebbe la possibilità di compiere studi approfonditi a contatto con una cultura vivace e dai vasti orizzonti. E tuttavia egli fu soprattutto un parroco di campagna che visse i grandi eventi del suo tempo, compreso il suo servizio militare , il ruolo di cappellano al fronte nella guerra del 1915-1918 e la sua prigionia, sentendosi chiamato ogni giorno a tradurre la propria fede in Gesù Cristo nella sofferenza propria e degli altri,vivendo una spiritualità vittimale, nella povertà materiale e spirituale dei suoi parrocchiani e non sfuggì all’angoscia ed alla paura di sentirsi inadeguato e alla tentazione di crearsi uno spazio esclusivo in una dimensione altra. Fu un testimone fedele alla sua fede cristiana, senza ostentazione né pretese.

Gli episcopati di Giuseppe Leo (1910-1920) e quello di Felice Cribellati (1921-1952) furono contrassegnati da un impegno pastorale ricco di fervide iniziative e da un clero che in Calabria eccelleva per la sua preparazione. Figure come Francesco Mottola, come Francesco Ruffa arciprete di Parghelia, Francesco Saragò, Michele Pugliese, Francesco Pugliese, Pasquale Loiacono parroco di Santa Domenica di Ricadi ed altri hanno dato il tono ad una intensa attività formativa, soprattutto attraverso l’Azione Cattolica in cui don Carmine ha accentrato la sua attività pastorale.
Erano ancora lontani e imprevedibili i tempi del Concilio Ecumenico Vaticano II voluto da Papa Giovanni XXIII e della sua ecclesiologia di comunione, ed emergeva frequentemente l’istanza apologetica nei confronti del fascismo, del comunismo e del degrado morale e sociale. Don Carmine nei riguardi del fascismo mantenne sempre una indifferenza critica, malgrado il coinvolgimento in occasioni celebrative e ritualità religiose. Non era facile essere pastori saggi in periodi turbolenti e fortemente inquinati da ideologie perverse. Don Carmine fu soldato, ma visse le guerre con lo spirito sacrificale con cui Gesù subì la sua passione; fu di animo antifascista, seppure senza manifestazioni esterne di opposizione al regime, e pagò con l’epurazione in una Tropea roccaforte nera; alle ingiustizie sociali cercò rimedio con i circoli per la formazione umana e culturale e con la casa della carità a Spilinga, una esperienza che ebbe esiti giudiziari verso chi aveva tradito la sua fiducia. Fu soprattutto un educatore popolare, un educatore che viveva un ordine interiore che traspare dagli schemi delle sue omelie, delle adunanze di Azione Cattolica, degli appunti di ricerca storico-letteraria, delle note economiche della gestione della parrocchia.
Una intera generazione di Spilingesi è stata plasmata dalla sua paziente opera educatrice. Non sempre né in tutto ebbe successo, né era ignaro della fragilità delle persone e dei suoi stessi limiti. Le devozioni, che costituivano una parte preponderante della educazione religiosa, venivano gestite con parsimonia, senza enfasi per il miracolistico, come nel caso della Madonna delle fonti nel 1948.
Don Carmine praticò una pastoralità umanizzata, in cui il soprannaturale non era oppressivo, ma vi si accostava per trovare le vie di liberazione per se stesso e per gli altri. In questa opera visse con trepidazione gli anni della giovinezza come soldato tra i soldati, prigioniero tra i prigionieri, e visse come parroco-pastore aperto alla vita rude dei contadini di Spilinga senza lasciarsi però contaminare da mode allettanti nè da miraggi ingannevoli.

