Leggiamo il Vangelo con Don Mottola
“Dammi da bere”. La richiesta di Gesù a una donna samaritanaO Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco,
di te ha sete l’anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta,
arida, senz’acqua.
(Sal 63)
C’è tanta dolcezza, tanta tenerezza e tanta compassione in Gesù di Nazaret, quando il suo sguardo si incrocia con i volti dei tanti personaggi incontrati lungo il suo cammino, così come si racconta nei Vangeli. Sono volti, tanto smarriti e sfigurati, di una umanità dolente, segnata dalla fatica del vivere, dall’emarginazione sociale e religiosa e da antiche e nuove sofferenze. Uomini e donne, che vivono tanto spesso alla deriva, reclusi in una condizione umana precaria, sempre in attesa di una salvezza, che appare sempre più lontana e rimane confinata come desiderio segreto in fondo all’anima di ognuno di loro. Gli esseri più svantaggiati e più sfortunati, gli scartati e i rifiutati dalla società di quel tempo diventano nell’incontro con Gesù i soggetti privilegiati dell’amore compassionevole di Dio, che si ferma su ciascuno di loro. È sui loro volti che Gesù posa il suo sguardo misericordioso. Lo sguardo di Gesù si posa anche sulla samaritana, una donna, emarginata dagli abitanti del suo villaggio e da se stessa, sola e prigioniera dei pregiudizi e dei rancori accumulati su di lei dalla sua gente. La donna si portava dietro di sé il peso di una esistenza vuota e triste, difficile e complessa, fatta di incontri non certo ineccepibili e di scelte di vita sbagliate. Usciva di casa in ore impensabili, quasi di soppiatto, un modo come sottrarsi allo sguardo di chi era pronto a disprezzarla e a condannarla.
La monotonia della vita della samaritana finisce per essere sconvolta, non appena la donna s’incontra con lo stesso Gesù, che, conoscendo le sue uscite abitudinarie, un giorno la stava aspettando presso un pozzo. Il racconto dell’incontro, che ne fa Giovanni, ricostruisce una scena antica di vita domestica, come l’approvvigionamento dell’acqua, una scena comune, ma densa di significati. Un giorno, – racconta Giovanni -, verso mezzogiorno, Gesù, stanco del viaggio, che dalla Giudea lo portava nella regione della Galilea, ma passando contro ogni logica per la Samaria, e fiaccato dalla calura dell’ora, si ferma presso un pozzo e chiede dell’acqua alla prima persona lì arrivata, una donna samaritana. La donna si era recata ad attingere acqua a un’ora insolita del giorno, per non essere oggetto degli sguardi indiscreti da parte della sua gente e rompendo ogni regola di convenienza o di opportunità si intrattiene a parlare con il giudeo che le aveva chiesto dell’acqua. Il racconto di Giovanni è ricco di particolari e mette in primo piano il riconoscimento della divinità di Gesù da parte della donna samaritana, dopo l’avvio di un processo di cambiamento, che si trasforma in lei in un nuovo inizio di vita. Una donna non giudea è destinataria della missione di riconoscere la divinità di Gesù, diventandone testimone tra la sua gente. La salvezza, – è questa l’idea sottostante al racconto giovanneo -, non è riservata al solo popolo eletto, ma a tutti gli uomini, a prescindere dalla loro provenienza, ed è proprio quell’uomo sconosciuto, seduto al pozzo, il “Dio nascosto”, ad esserne il garante.
Come ogni uomo anche Gesù conosce la stanchezza, come tutti ha sete e ha fame. La divinità di Gesù non sovrasta la sua umanità, quasi si annulla e si manifesta nella fragilità della sua condizione umana. È il prezzo pagato alla sua divinità per essere uno di noi nella quotidianità della nostra esistenza. «Gesù dunque, affaticato per il viaggio, – dice Giovanni -, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4, 6-7). La donna rimane sconcertata dalla richiesta insolita di avere dell’acqua rivolta proprio a lei, una donna samaritana, e per di più da parte di un giudeo, un nemico della sua gente. Dopo la richiesta del giudeo di avere dell’acqua, inizia tra i due un fitto dialogo, all’inizio diffidente e circospetto da parte della donna, poi più aperto e, infine, sempre più intimo e più coinvolgente, fino a toccare le corde più profonde dell’esistenza personale della donna. Proseguendo nel dialogo con la donna, Gesù comincia a raccontare le vicende vissute dalla donna, non certo esemplari, e le apre la via per una comprensione di sé oltre le apparenze, entrando nell’intimità delle sue scelte di vita. Guardata, quasi scrutata, da Gesù fin nel suo intimo, la donna è messa di fronte a se stessa e alle sue responsabilità. Di fronte a lui, ora non ha più esitazioni nel riconoscersi davanti allo sconosciuto come un soggetto di scelte esistenziali sbagliate e inizia un processo di conversione. Gesù le dice: «“Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”. Rispose la donna: “Non ho marito”. Le disse Gesù: “Hai detto bene “non ho marito”; “infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. Gli replicò la donna: “Signore, vedo che tu sei un profeta”» Gv 4, 16-19). Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7- 27). Ora la samaritana non si nasconde più agli occhi del forestiero, incontrato al pozzo, riconosce la divinità dell’uomo che le sta accanto e fa la sua confessione di fede. L’incontro, non tanto occasionale con Gesù, è per la donna l’ora della sua salvezza.
Rappresentanti di due popoli antagonisti e nemici tra loro, i due protagonisti del racconto non avevano nulla da dirsi e nulla da chiedersi. I loro mondi erano destinati a non incontrarsi. Tra loro lo scontro era inevitabile. Mettersi a parlare tra loro e chiedere dell’acqua a una donna samaritana significava andare controcorrente e rompere delle regole codificate da tempo. Nella richiesta dell’acqua alla samaritana l’intento di Gesù era, però, ben diverso. Egli voleva che la samaritana si aprisse alla fede in Lui, diventando sua testimone tra i suoi nel nuovo tempo della salvezza, che era già iniziato con la sua venuta nel mondo. La lunga attesa delle genti era finita, perché con la venuta di Gesù era venuta «“l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”» (Gv 4, 23-24).
L’ “ora” annunciata da Gesù è diventata l’ora della samaritana e di ciascuno di noi, il tempo della conversione e della salvezza. Come prendere atto di questo evento di salvezza e cosa fare per inserirsi in esso da protagonista e renderlo proprio? La donna, pur con i suoi trascorsi, abbastanza controversi, nel suo confessare la sua fede nel Signore Gesù, diventa un modello di risposta al Signore che chiama. La Samaritana del Vangelo di Giovanni, «fu tanto trasformata da adempiere l’ufficio di predicatrice tra i suoi concittadini. Tutto è trasfigurato», scriveva Giovanni Crisostomo.1 L’incontro di Gesù con la samaritana mette in luce, come osserva don Mottola, «la struttura della vita cristiana: il dono di grazia e della virtù – quel dono di cui Gesù disse alla Samaritana: “Si scires donum Dei”, se conoscessi il dono di Dio!… (Gv 4,10)».2
1 – Gesù incontra una donna samaritana: un incontro che si fa dialogo
Il capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (Gv 4, 5-42) contiene l’ampio resoconto dell’incontro tra Gesù e una donna samaritana, avvenuto in Samaria attorno a un pozzo. Quell’incontro non era affatto casuale, faceva parte di un disegno di salvezza, che in prima istanza, chiamava in causa una donna samaritana e tramite lei ogni uomo. È la narrazione di un incontro, in apparenza fortuito e senza testimoni tra un uomo stanco del viaggio e una donna in difficoltà con se stessa e con la sua gente. L’incontro diventa l’occasione per un dialogo, che diventa intenso e nel suo proseguo si trasforma, infine, in una resa sorprendente e incondizionata della donna a Gesù. Sono le parole di Gesù sul passato della donna a mettere in crisi la samaritana e a portarla a un cambiamento radicale della sua esistenza. La sua resa a Gesù avviene dopo aver riconosciuto nel suo interlocutore il Profeta, il Figlio di Dio, il Messia aspettato dalle genti. La donna non è sola nel suo “arrendersi” a Gesù, perché, entusiasta della sua scoperta su Gesù, vince le sue paure, corre tra la sua gente e riesce a coinvolgere molti degli abitanti del suo villaggio, fino a portarli all’incontro con il Maestro Gesù. Il racconto nel suo svolgimento si trasforma in un invito pressante e diventa una chiamata a seguire Gesù, invito e chiamata destinati a ogni credente. Per la donna samaritana e per gli abitanti del luogo è l’inizio di un cammino di fede, nel segno dell’amore più grande che Dio riserva ai suoi figli, siano essi samaritani, giudei o pagani.
Dialogando con Gesù e aprendosi alla sua parola, che le rivela le profondità della sua anima, la donna samaritana compie un cammino di conversione, che la conduce dall’indifferenza e dall’incredulità iniziali alla pienezza della fede nel Figlio di Dio. È lo stesso cammino di conversione che deve compiere ognuno di noi, che voglia rispondere al Signore Gesù che chiama e mettersi alla sua sequela. Dal racconto giovanneo il discepolo riceve la certezza che il suo cammino nell’incontro nella fede con il Signore Gesù, anche se arduo e pieno di difficoltà, non sarà mai vano, perché il suo Signore è all’angolo di ogni strada, fermo lì ad aspettare ogni ritorno, senza stancarsi mai, condividendo con lui tristezze e gioie, fallimenti e speranze dell’esistenza di ognuno. Nella donna samaritana che incontra al pozzo il Maestro, c’è ogni uomo, ognuno di noi, che è alla ricerca di Dio e non lo trova rimanendo al chiuso della sua solitudine. S’incontra il Signore solo aprendosi agli altri, aspettando e amando. Non importa il luogo da cui si proviene, o le esperienze di vita attraversate, o la durezza del cuore di ciascuno, Dio aspetta sempre, pronto ad accogliere chiunque lo cerchi con sincerità di cuore. Il figliol prodigo troverà sempre un padre premuroso ad attendere il suo ritorno, pronto a perdonarlo. La samaritana non sarà rimandata indietro per i suoi trascorsi turbolenti. Il Signore Gesù, come sulla Croce, griderà di aver sete e chiederà di bere (Gv 19, 28). Ma lì non troverà nessuno a dargli un sorso d’acqua. La samaritana non si tira indietro, ma darà l’acqua del pozzo, un’acqua che disseterà lei, non tanto Gesù.
Nello scambio di parole tra la donna samaritana e il Maestro, si delinea e prende forma un ritratto di Gesù, fatto di tante sfumature di colori, nel quale si riconoscono a Lui i tratti del profeta, quelli del Messia, atteso dalle genti e, infine, quelli di colui che dà un’acqua che disseta ed un cibo che sazia. La samaritana avverte prima oscuramente, poi più chiaramente nel prosieguo dell’incontro che l’uomo, che le stava accanto, poteva spegnere la sua l’arsura e calmare la sua fame. «Colui che domandava da bere, – commenta Agostino -, aveva sete della fede di quella donna».3 Ecco perché, è la donna stessa a chiedere dell’acqua a Gesù, con il manifestare così che in ogni persona c’è un innato bisogno di Dio e della salvezza che solo Lui può colmare. Nella sua ingenuità, la donna pensa immediatamente ai problemi della sua vita quotidiana. Come sarebbe cambiata radicalmente la sua vita se non avesse avuto più bisogno né di attingere dell’acqua, né di procurarsi del cibo! La sorpresa non durò a lungo, perché ben presto si era resa conto che le parole dello sconosciuto avevano un altro significato, assai diverso rispetto a quello che donna aveva compreso inizialmente, o aveva voluto comprendere. L’acqua che dissetava e il cibo che saziava, che il Maestro prometteva di dare alla donna, erano di altra natura. Solo nella fede la donna avrebbe compreso il vero significato delle parole dette da Gesù, soprattutto avrebbe compreso che il giudeo che stava accanto non era un uomo qualsiasi, ma il Figlio di Dio.
2- Il contesto del racconto
Gesù è stanco del viaggio. Ha sete e si ferma presso il pozzo per riposarsi, mentre i discepoli erano stati mandati al villaggio vicino per cercare del cibo. Il fermarsi di Gesù al pozzo, al pozzo di Sicar in particolare, non è un fermarsi a caso. Lì Gesù si ferma, perché attende una donna, che vuole portare alla fede in Lui. Il racconto di questo incontro è il tema del capitolo IV del Vangelo di Giovanni (4,5-42): una donna, recatasi al pozzo per attingere l’acqua, trova ad aspettarla un giudeo che non aveva incontrato e le chiede di dargli da bere.
«La scena del pozzo di Giacobbe è una delle più umane e più belle del quarto vangelo. Per la ricchezza dei suoi richiami biblici, per la poesia della sua cornice, – poesia degli incontri vicino al pozzo, poesia delle sorgenti miracolose, delle acque zampillanti, delle messi biondeggianti – per la delicatezza e la profondità del dialogo tra Gesù e questa donna, fino a questo momento una sconosciuta e tra poco una credente, per l’ampiezza infine delle prospettive religiose che apre sulla missione della Chiesa e sulla adorazione del Padre nello Spirito e nella verità, questa pagina di san Giovanni lascia in tutti quelli che l’hanno letta e meditata una impressione indimenticabile» (I. De la Potterie).
L’incontro tra Gesù e la donna samaritana avviene a Sicar, in Samaria, forse l’antica Sichem, oggi vicino a Nablus in territorio palestinese. Era la città dove Giacobbe aveva acquistato un terreno (Gn 33,18-19) e dove saranno seppellite le ossa di suo figlio Giuseppe (cf Gs 24,32), presso il pozzo detto di Giacobbe. L’incontro tra Gesù e una donna samaritana, della quale si ignora perfino il nome, non è un incontro qualsiasi e non avviene a caso, perché è, soprattutto, un incontro di salvezza cercato e voluto dal Maestro Gesù. Dalla Galilea Gesù doveva recarsi nella Giudea e non era necessario passare per la Samaria. La via più breve era la strada che attraversava la Galilea e giungeva nella Giudea. E, invece, la scelta di Gesù è un’altra: attraversa la Samaria, perché al pozzo di Sicar vuole incontrare la donna e tramite la donna parlare della salvezza, che ora riguardava tutti, giudei, samaritani, pagani. «Alla Samaritana, pazientemente al pozzo di Sicar, – scrive don Mottola – Gesù parlò dell’acqua che sale a vita eterna, e che disseta per l’eternità. Alla folla, che saliva al Tempio, gridò: “chi ha sete venga a me e beva!”. E su la Croce discoprì la fonte: il suo Cuore divino».4
Il racconto giovanneo è un crescendo di affermazioni incentrate su Gesù e sono di tale portata che la samaritana, protagonista del racconto, rivolgendosi alla sua gente, non esita dal dire «“Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?”» (Gv 4,29). Immagini su immagini si susseguono nella narrazione e creano un racconto ricco di simboli, che svelati nei loro significati aiutano a pensare. Al pozzo di Sicar nell’incontro con Gesù la samaritana ritrova se stessa e dà una svolta alla sua vita.
Già il luogo dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana avvenuto presso il pozzo di Giacobbe ha un significato simbolico particolare, un richiamo ad altri incontri d’amore, che avevano visto il pozzo come un luogo simbolo. È a questo pozzo che, secondo la tradizione, Giacobbe aveva corteggiato Rachele e prima ancora Lia. Sempre a questo pozzo poi aveva dovuto faticare per avere Rachele come moglie, quella che gli piaceva di più. Mosè stesso aveva corteggiato le sette figlie di una persona importante per sposarne alla fine una. Anche il Signore corteggia questa donna samaritana. Il Pozzo di Sicar non è solo un luogo fisico dove si compie il gesto banale di raccogliere acqua, ma è, soprattutto, il luogo di un incontro intimo, di una presenza che tocca il cuore, di un luogo privilegiato di amore e di intimità. Ė il luogo nel quale Dio si rivela all’uomo nella sua umanità e con l’umanità rivela anche la sua divinità. Dio va incontro alla sua creatura e la rende partecipe della tenerezza del suo amore. Ė presso questo pozzo che Gesù rivela alla donna la sua identità.
3 – La conversione come un nuovo inizio
L’umanità di Gesù si confronta con l’umanità di una donna samaritana. Le vecchie regole di separazione e di contrapposizione tra giudei e samaritani non hanno più valore. Ė Gesù a romperle per primo, suscitando la sorpresa della donna e reclamandone l’osservanza. Sono due umanità fragili a confronto che si cercano e si trovano nella quotidianità dell’esistenza, presso un pozzo, un luogo dove le generazioni si incontrano. Al pozzo di Sicar, la donna non sa di essere cercata da uno sconosciuto. Ma Gesù è lì ad aspettarla. Stanco della calura dell’ora del giorno, Gesù si ferma e attende. Ha sete. La donna samaritana che si reca al pozzo rappresenta l’umanità lontana da Dio, ma bisognosa anch’essa della salvezza. Ad avere bisogno dell’acqua, un’acqua che disseta, non è tanto Gesù, quanto la donna. La rottura tra samaritani e giudei non aveva nessuna giustificazione. Il nuovo tempo di Dio irrompe sugli uomini oltre ogni divisione o barriera. La salvezza non è più prerogativa di un popolo o di un altro, ma di tutti, giudei, samaritani e pagani.
La figura della Samaritana incontrata al pozzo da Gesù è sorprendente. Sarebbe facile accusarla di facili costumi, più difficile riconoscere il peso del dolore e della sofferenza che grava su di lei. Tanti sono gli elementi del racconto su cui soffermarsi. Gesù non è estraneo alla fragilità dell’uomo e delle sue relazioni. Nel suo viaggio dalla Galilea alla Giudea passa per la Samaria. Gesù dopo tanto camminare è stanco. È la stanchezza di un Dio, che si è fatto uomo, e dell’uomo ha preso tutto, eccetto il peccato (Eb 4,15).
Dalle parole del dialogo tra Gesù e la Samaritana si delinea un processo di conversione avviato da Gesù, che coinvolge inizialmente la donna incontrata al pozzo e poi l’intero villaggio. Nessuno di noi è escluso da questo processo di conversione. Ė un processo non esclusivo o limitato, aperto com’è a chiunque si lasci sedurre dal Signore Gesù e voglia mettersi alla sua sequela. È per questo che ha un carattere universale e tutti possiamo vederci riflessi in esso. Papa Francesco osserva che
Gesù aveva bisogno di incontrare la Samaritana per aprirle il cuore: le chiede da bere per mettere in evidenza la sete che c’era in lei stessa. La donna rimane toccata da questo incontro: rivolge a Gesù quelle domande profonde che tutti abbiamo dentro, ma che spesso ignoriamo. Anche noi abbiamo tante domande da porre, ma non troviamo il coraggio di rivolgerle a Gesù! La quaresima, cari fratelli e sorelle, è il tempo opportuno per guardarci dentro, per far emergere i nostri bisogni spirituali più veri, e chiedere l’aiuto del Signore nella preghiera. L’esempio della samaritana ci invita ad esprimerci così: “Gesù, dammi quell’acqua che mi disseterà in eterno”.
- G. Crisostomo, Omelie su Vangelo di Giovanni, a cura di D. Ciarlo, Omelia XXXI, vol. II, Città Nuova, Roma 2021. ↩︎
- F. Mottola, Itinerarium mentis. a cura di P. Gheda, Rubbettino, Soveria Mannelli, p. 18 ↩︎
- Agostino, In Evangelium Ioannis Tractatus, PL 35, 11; PL 35, 1514 ↩︎
- F. Mottola, Gli editoriali di “Parva Favilla” (1933-1969), I, a cura di F. Milito, Rubbettino. Soveria Mannelli 2019, p.88 ↩︎

