A quattro anni dall'inizio della guerra, il libro che racconta il toccante viaggio del giornalista Marco Lupis in quattro città-simbolo della nazione invasa da Putin
“Ciliegi in fiore a Kyiv”: l’Ucraina che resiste“Ciliegi in fiore a Kyiv” di Marco Lupis è un libro che sfugge alle etichette: reportage, saggio storico, memoir di guerra e viaggio sentimentale insieme, costruito come un itinerario in quattro città – Odessa, Kharkiv, Kyiv e Leopoli – che diventano le stazioni di un attraversamento fisico ed emotivo dell’Ucraina sotto le bombe. Il risultato è un libro ibrido e molto consapevole, che tiene insieme il presente della guerra e i lunghi strati di storia, senza mai perdere di vista i volti, le voci, i piccoli dettagli di quotidianità che danno carne e verità al racconto.

Un viaggio in quattro città
La struttura del libro è esplicitamente circolare e corale: una Introduzione (“Primavera ucraina”) e un Epilogo (“La città interiore”) incorniciano quattro grandi blocchi dedicati a Odessa, Kharkiv, Kyiv e Leopoli, ognuno diviso in un capitolo “di guerra” e in uno “di storia”. A Odessa il lettore viene subito catapultato in una città “impacchettata” da sacchi di sabbia e check-point, sospesa in un autunno di guerra ma ostinatamente viva tra mercati, spiagge minate, teatri che si svuotano alle sirene. Kharkiv appare come una “fortezza di confine”, segnata dalla presenza del battaglione Azov, dalle distruzioni e da una lunga stratificazione sovietica che l’autore ricostruisce con attenzione, intrecciando cronaca e memoria urbana.
Kyiv è il cuore del libro: la capitale dei ciliegi in fiore è raccontata sia come teatro della guerra (Irpin, Bucha, Borodianka, i rifugi nella metro, i parchi primaverili che esplodono di bellezza sotto i missili), sia come “cuore antico” di una storia che va dalla Rus’ di Kyiv, attraverso le dominazioni lituane, polacche e russe, fino al Novecento di rivoluzioni, Holodomor, Babi Yar, Maidan e invasione del 2022. Leopoli, infine, è la “città dai confini sfumati”, crocevia galiziano e laboratorio di identità, che oggi diventa capitale dei profughi e retrovia della guerra, ma anche bersaglio di attacchi missilistici che colpiscono il suo centro storico patrimonio UNESCO.
Lo sguardo: tra cronaca e empatia
Il punto di forza del libro sta nello sguardo: Lupis è un inviato e corrispondente di guerra di lungo corso, ma in queste pagine la postura non è quella del reporter neutrale, bensì di un narratore coinvolto che non rinuncia all’io, né al giudizio morale. Le pagine sull’arrivo a Kyiv “una mattina di guerra”, il viaggio in treno con la settantacinquenne Tamara e il suo gatto rosso, le fosse comuni di Bucha, le croci improvvisate nel giardino condominiale di Irpin sono esempi di scrittura in cui la precisione del dettaglio giornalistico si mescola a una forte tensione elegiaca. La guerra è nominata senza eufemismi, la responsabilità russa è indicata con nettezza e la condanna di Putin, definito più volte dittatore e “incarnazione contemporanea del demonio”, segna un impianto etico privo di ambiguità.
Al tempo stesso, la pietas per le vittime e l’attenzione ai gesti minimi impediscono al libro di scivolare nella retorica pura o nel compiacimento dell’orrore. Le testimonianze dei parroci che trasformano le chiese in rifugi, delle monache “guerriere” di Leopoli, dei volontari che accolgono gli sfollati, del sindaco di Odessa e di quello di Leopoli, dei militari e degli anziani profughi restituiscono una coralità di voci che tiene insieme le diverse Ucraina possibili. Qui il “viaggio sentimentale” del sottotitolo non è un vezzo, ma la chiave di lettura: la soggettività dell’autore, i suoi turbamenti, la sua difficoltà a dormire per le immagini viste sul campo diventano parte integrante del dispositivo narrativo.
La profondità storica

L’altro grande asse del libro è la ricostruzione storica, soprattutto nelle sezioni dedicate a Odessa “città inventata” e a Kyiv “cuore antico”. In pagine dense ma scorrevoli, Lupis ripercorre la nascita di Odessa come progetto imperiale di Caterina II, il ruolo di Josè de Ribas, la costruzione di una città “napoletana sul Mar Nero” pensata come finestra della Russia sul Mediterraneo. Per Kyiv, l’autore segue un arco ampio: dalla Rus’ medievale e dalla centralità religiosa, attraverso le dominazioni lituana e polacco-lituana, la cosaccocrazia e il trattato di Perejaslav, fino alla piena integrazione nell’Impero russo, alle politiche di russificazione e repressione della lingua ucraina.
Molto riuscite sono le pagine che usano figure simboliche – in particolare Michail Bulgakov – per raccontare le tensioni identitarie di Kyiv tra Ottocento e Novecento. La biografia del romanziere viene intrecciata alla storia della città, dalla guerra civile al trauma delle molte occupazioni, mostrando come la “città bianca” di La guardia bianca e di Il maestro e Margherita resti una matrice immaginativa anche nella Mosca staliniana. L’attenzione al Holodomor, ai pogrom, a Babi Yar, alla ricostruzione sovietica, a Chernobyl e poi alle rivoluzioni del 2004 e del 2014 permette al lettore di collocare l’invasione del 2022 non come evento isolato, ma come ulteriore fase di un lungo conflitto intorno alla sovranità e all’identità ucraina.
Scrittura e dispositivi narrativi
Lo stile di Lupis è marcatamente narrativo, con una prosa che alterna periodi lunghi, carichi di immagini, a sequenze più asciutte e informate da un ritmo quasi da cronaca in diretta. Ricorre spesso all’aneddoto, alla scena dialogata, al ritratto (del sindaco di Odessa Trukhanov, del sovrintendente ai monumenti di Kyiv, delle volontarie di Leopoli, degli esperti militari), che spezzano la linearità del discorso e danno un volto concreto ai processi storici. Non mancano metafore forti – la “città impacchettata”, i ciliegi in fiore che “sfidano la guerra”, Leopoli come “Parigi dell’Est” malinconica e piena di assenze – che dichiarano una vocazione letteraria più che meramente informativa.
Questo registro alto è però compensato da una solida base di documentazione, dichiarata apertamente nella bibliografia essenziale che chiude il volume, dove compaiono storici come Snyder, Plokhy, Hrytsak, Yekelchyk, insieme a diari e saggi contemporanei. L’autore non si limita a digerire le sintesi accademiche, ma le innesta su luoghi visitati, monumenti visti, catacombe percorse con guide locali, case di scrittori e monasteri. Ne nasce una scrittura che mira a essere accessibile al lettore non specialista, senza rinunciare alla complessità, e che spesso utilizza la seconda persona implicita per trascinare chi legge “dentro” la scena.
Un libro necessario?
“Ciliegi in fiore a Kyiv” è, dichiaratamente, un libro scritto “per non dimenticare com’era questa terra oggi, per riscoprirla come tornerà a essere”, come recita uno dei passaggi finali. L’operazione è doppiamente politica: testimoniare gli orrori in corso – torture, stupri, distruzioni del patrimonio culturale, deportazioni – e nello stesso tempo fissare un’immagine dell’Ucraina come Paese europeo, colto, plurale, la cui bellezza non può essere ridotta alla retorica della “linea del fronte”. In questo senso, il libro agisce contro due stereotipi speculari: quello dell’Ucraina come mero teatro geopolitico e quello di una guerra raccontata solo in termini strategici, senza corpi e senza luoghi.
Si può discutere la parzialità dello sguardo – l’empatia è tutta dalla parte ucraina, e non è questo il libro per chi cerca una “simmetria” di prospettive – ma la scelta è consapevole e rivendicata. Proprio perché assume un punto di vista netto, il volume funziona bene come strumento di sensibilizzazione per un pubblico ampio: offre un’introduzione storica solida, ma sempre incarnata in città, volti e storie, e restituisce con forza la sensazione di una nazione che resiste trasformando il dolore in memoria e in narrazione. Non è solo un libro “sull’Ucraina in guerra”, ma anche una riflessione implicita su cosa significhi oggi essere europei in un continente di confini mobili e memorie contese

