Alla Casa della Carità di Tropea il convegno sul rischio di nuovi totalitarismi e autoritarismi
“Cattolici in politica? Quel diario inedito di Amintore Fanfani…”È un tema molto ben definito – e attuale, ça va sans dire – quello attorno al quale l’Associazione Alexandra, d’intesa col Club per l’Unesco di Tropea e la rivista Parva Favilla, ha proposto una riflessione. Per fissarlo, viene scelto un concetto espresso già nel 1991 nella Centesimus Annus da san Giovanni Paolo II: “Esiste il rischio che le antiche forme di totalitarismo e autoritarismo riprendano vigore”. E per spiegarlo, nel sottotitolo si argomenta: “All’indomani degli avvenimenti del 1989 quando tutti pensavano che la storia si fosse staccata definitivamente dagli orrori dei conflitti e genocidi del ‘900, Giovanni Paolo II deplorò gli ingenui entusiasmi sorti dopo la riconquista della libertà dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Quella triste profezia si è avverata e ciò interpella la Chiesa e le democrazie a reagire”.

Traccia molto ben definita, dicevamo. Ma non per questo di perimetro angusto, bensì – viceversa – aperta ai ragionamenti più ampi che la cronaca internazionale di questo giorni possa, e debba, provocare. Aperta anche a prospettive che sembrerebbero distanti, ma solo a prima vista. Non a caso, per le relazioni base, dall’avvocato Nuccio Giudice, il presidente di Alexandra (per l’occasione, nelle vesti anche di appassionato moderatore) vengono scelte due voci che, da sole, coprono gran parte del terreno interessato dal dibattito.
Da un lato, la professoressa Maria Luisa Sergio, docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, area cattolica, studiosa di grande impatto di temi e figure legate alla Dottrina sociale della Chiesa. Dall’altro, il giornalista Carmelo Lanza, formazione radicale, direttore di Stradeonline, collaboratore di Linkiesta e Public Policy.
Comincia la prof, collocando la Gaudium et Spes alla base delle questioni connesse ai concetti di famiglia umana, bene comune ed etica delle relazioni internazionali. “L’obiettivo della pace si situa in questo ambito, e – precisa Maria Luisa Sergio – non è la stessa pace di Alessandro Orsini…”
Professoressa, ma qual è il grado di assorbimento nella società, a distanza di 60 anni, di questa Costituzione conciliare? “Tre anni dopo la conclusione del Concilio, l’Azione Cattolica promosse un sondaggio nelle parrocchie, nelle associazioni della Chiesa italiana, da cui risultava che i fedeli non si erano sentiti coinvolti o interessati dall’evento conciliare, che pur aveva avuto una grande copertura dei media. Eppure – spiega la storica –i fedeli non si erano sentiti investiti dal messaggio del Concilio, perché questi documenti sembravano troppo difficili e astratti. In realtà – sottolinea la prof – sono documenti che parlano della vita di tutti noi, anche di tempi estremamente contemporanei e attuali, come appunto quelli della guerra, della pace, della giustizia. Quindi noi dobbiamo lavorare ancora sulla loro ricezione.”

Il presidente del Club per l’Unesco di Tropea, Giuseppe Maria Romano, nell’introduzione ha già tratteggiato bene i caratteri delle guerre che imperversano non lontano da noi. Adesso tocca al giornalista. Quale pace per l’Europa? “Il peso dei cattolici europei e nordamericani – afferma Carmelo Palma – rispetto al totale dei cattolici nel mondo, in termini proporzionali è sceso pesantemente rispetto, ad esempio, al periodo di Wojtyla: allora, il 50% dei cattolici erano euroamericani, sostanzialmente euro-nordamericani. Oggi sono poco più di uno su quattro. Questo conta nel senso che – a parere del direttore di Stradeonline – nella geopolitica della Chiesa, ovviamente, le urgenze politiche sono dettate essenzialmente da altri continenti: quando in continenti come il Sudamerica si hanno il doppio dei cattolici che ci sono in Europa, è evidente che c’è un’urgenza diversa. Invece – aggiunge Palma – non penso che i cattolici europei e i cattolici in Italia, che sono in termini assoluti leggermente di più di quanti non fossero nel ’78 (semplicemente perché è cresciuta la popolazione mondiale e quindi è cresciuta anche in Europa), debbano avere o abbiano un peso irrilevante”.
Cosa dovrebbero fare per esercitarlo?
“Penso che la difficoltà dei cattolici e delle presenze cattoliche organizzate anche in politica scontino problemi più strutturali, non legati alla demografia della Chiesa, ma all’organizzazione del sistema politico. Dopo la fine della Prima Repubblica, la fine del partito unico dei cattolici, di fatto i cattolici sono sempre stati a casa d’altri dal punto di vista politico e questo ha cambiato in parte la situazione. Oggi – spiega Carmelo Palma – sono contesi tra due rischi diversi: da una parte quello dell’annullamento dell’identità cattolica come identità politica fondamentale, e dall’altra parte invece dell’uso dell’identità cattolica come semplice paravento o feticcio di politiche nazionaliste come fa Trump, come fa in Italia e così via. Quindi è una situazione politica difficile ma non direi di irrilevanza.”
E pensare, professoressa Sergio, che avevo pronta per lei questa domanda: impegno politico dei cattolici prospettato dalla Chiesa, già, nella Gaudium et spes … e poi?
“Il Concilio arriva in un momento in cui l’unità politica dei cttolici stava entrando in crisi con fenomeni di crisi del collateralismo, per esempio, dell’Azione Cattolica con la scelta religiosa, con le Acli, addirittura con la scelta socialista di Vallombrosa. Però in realtà – risponde Maria Luisa Sergio – il Magistero ricordava che pur nell’accettare la pluralità delle posizioni politiche, i credenti devono comunque sentirsi investiti del dovere di testimoniare il Vangelo attraverso la partecipazione attiva alla comunità nazionale. Quando, la fine dell’unità politica non era un alibi per sottrarsi al dovere della partecipazione politica. E per convergere comunque, intorno a valori fondamentali, anche trovando forme di proiezione unitaria del Magistero, al di là delle legittime differenze”

Ma in quegli anni c’era la Democrazia Cristiana, e ci sarebbe stata fino al ’93…
“Si, assolutamente, ma entrava in crisi l’unità politica dei cattolici. Tanto è vero che c’è un passaggio del diario, che è rimasto inedito, di Amintore Fanfani (mi pare fosse proprio datato 1967), dove lui diceva «Vedo che non tutti si sono resi conto dell’impatto che avrà il Concilio sull’unità politica dei cattolici…» Effettivamente poi, nel lungo periodo, questo messaggio del Concilio sulla pluralità delle legittime posizioni politiche è stato interpretato come una copertura teologica della disgregazione dei cattolici. Ma in realtà non voleva dire questo, era un messaggio per invitare i cattolici ad accettare anche le opinioni degli altri, anche eventualmente a collocarsi su posizioni diverse, ma non era necessariamente un invito alla disgregazione, o alla rinuncia, o al farsi da parte rispetto alla politica”.
Di unità dei cattolici in un partito sembra non parlarsi più: è improponibile secondo lei oggi, o la prospettiva è ancora in campo?
“ È un tema non banale, che io non voglio semplificare, perché effettivamente c’è una grande domanda di ritrovarsi, e questa domanda mi viene fatta spesso. Non so se si può escludere. Al momento, dopo tante scelte della Chiesa italiana anche negli anni di Ruini, c’è stato un ritorno dei cattolici al prepolitico, cioè ad investire nelle forme del volontariato, della beneficienza, della formazione culturale e religiosa senza impegnarsi direttamente in politica.Quindi bisogna rovesciare questo paradigma. Intanto dobbiamo capire che il messaggio religioso non è soltanto prepositivo, ma è anche un invito a partecipare attivamente alla politica. Trovare il mondo per farlo insieme. Io non so se è un orizzonte che abbiamo davanti nel breve termine. Non mi sento di escluderlo.Al momento non so se ci sono queste condizioni. So che c’è una domanda, che viene da molte parti del mondo cattolico, di ritrovarsi: forse questo è quello che già possiamo fare. Innanzitutto ascoltarci. Ascoltarci, parlare fra di noi, trovare momenti di formazione politica. E poi, se ci sono le condizioni, qualcosa forse in futuro.”

