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L'omaggio alla giornalista russa uccisa nel 2006, nell'intervento della professoressa Michela Ruffa, al centro dell'incontro promosso a Tropea dalla rassegna "DOMINAE - Donne valorose" di sos KORAI

Anna Politkovskaja, martire della compassione e della ricerca di verità

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario del barbaro assassinio della giornalista Anna Politkovskaja. Questo vuole essere l’omaggio ad una donna, che è stata uccisa perché “colpevole” di aver avuto il coraggio di ricercare e raccontare la verità e di non essersi voltata dall’altra parte di fronte alle sofferenze della sua gente, in particolare del popolo ceceno.

 Vorrei cominciare proprio dalle sue parole, quelle che, forse, meglio ci permettono di entrare in contatto con lo spirito di questa donna:

Anna Politkovskaja (1958-2006) nacque a New York da due diplomatici sovietici di origine ucraina, allora in servizio presso l’ONU. Dal1962 la famiglia si stabilì a Mosca, dove Politkovskaja trascorse la maggior parte della sua vita.

“Giuro solennemente di continuare a scrivere anche in futuro di quella che è la pagina più dura di questa guerra.

Delle sofferenze inaudite della popolazione civile, finita tra l’incudine e il martello di due belligeranti folli e inconciliabili – i guerriglieri e i federali – che si odiano profondamente.

Di scrivere di donne sfiancate.

Di bambini blu per la fame.

Di vecchi che hanno visto la seconda guerra mondiale e le repressioni di Stalin e che ora non hanno una casa, sono divorati dalle malattie, dal cancro o da ferite infette e non hanno modo di curarsi. 

Di neonati feriti e uccisi.

Della nostra società che non capisce che rassegnarsi all’esistenza di simili campi profughi significa essere destinati a morirci”.

Anna scrisse e pubblicò questo giuramento il 10 aprile 2000, ad un anno circa dall’inizio della seconda guerra cecena, scoppiata, come la prima (1994-1996), in seguito alle spinte autonomistiche di una parte della popolazione della Repubblica caucasica della Cecenia nei confronti del governo della Federazione russa, nata nel 1991 dalle ceneri dell’URSS.

È una promessa solenne fatta a se stessa, di cui Anna chiama a testimoni tutti i lettori della Novaja Gazeta, il periodico indipendente moscovita dove lavora dal giugno del 1999: quindi, sebbene il giornale abbia una tiratura limitata e sia distribuito quasi solo a Mosca. potenzialmente si rivolge all’intera società russa. 

Promette di scrivere per raccontare quello che sin qui HA VISTO.

E cos’ha visto? Un abisso di sofferenza.

E lei ha deciso in modo irreversibile (da qui la scelta del giuramento) di stare dalla parte, anzi a fianco di chi quella sofferenza la vive quotidianamente: gli ultimi, le vittime della guerra, quella folla senza voce a cui Anna vuole dare voce: la popolazione civile inerme e innocente, in particolare le donne, i bambini, i vecchi, i neonati. 

Vuole svegliare e sferzare una società russa miope e rassegnata al fatto che la dignità umana in Russia sia violata e calpestata impunemente.

La professoressa Michela Ruffa durante il suo intervento su Anna Politkovskaja, nella Cappella dei Nobili di Tropea.

Sono questi i protagonisti dei suoi articoli: una miriade di figure e di voci che Anna ha intervistato nel corso della sua carriera, soprattutto a partire dall’agosto del 1996 quando scopre la Cecenia (siamo al termine della prima guerra cecena), quella gente che incontrerà poi negli oltre quaranta viaggi che compirà come reporter di guerra prima per l’Obskaja Gazeta (dove aveva iniziato a lavorare nel 1994 all’età di 36 anni) e poi, a partire dal 2000 (anno dell’ascesa di Putin come Presidente della Federazione russa) per la Novaja Gazeta, periodico che vanta tra i suoi fondatori e più convinti sostenitori Mikhail Gorbaciov, l’ultimo Presidente dell’URSS: alla questione cecena Anna dedicherà lo scritto Cecenia. Il disonore russo (2003), oltrechè centinaia di articoli, raccolti dopo la sua morte nel volume che porta lo scarno ma incisivo titolo di Per questo (Adelphi 2009). 

E’ un titolo che dice tutto nella sua lapidarietà: per questo Anna Politkovskaja è stata assassinata il 7 ottobre 2006, il giorno, com’ è noto, del compleanno di Putin e il giorno dopo il compleanno di un altro feroce oppositore della giornalista, Ramzan Kadyrov, di cui Anna aveva denunciato le continue ed efferate violazioni dei diritti umani e che nel 2007, poco dopo l’assassinio, sarebbe diventato Presidente della Repubblica di Cecenia.

Per questo Anna è stata assassinata: perché ha raccontato una realtà che contraddiceva quella propinata dalla propaganda ufficiale del governo della Federazione russa.

E’ stata assassinata perché ha raccontato che in Cecenia le truppe federali, a causa della miope intransigenza del Governo federale che rifiutava di negoziare con l’ala moderata del separatismo ceceno, rappresentata da Alan Maskhadov, non intervenivano per stabilizzare la situazione contro i guerriglieri indipendentisti, ma erano diventate protagoniste di azioni di atroce pulizia etnica: perpetrando crimini efferati contro la popolazione civile, alimentavano una spirale di violenza con l’inevitabile conseguenza di fomentare l’estremismo terrorista guidato da Shamil Basaev, il “signore della guerra”. Per Anna, i radicali erano i principali nemici del popolo ceceno perché, con i loro atti terroristici, fornivano al Cremlino la giustificazione morale per bombardare i villaggi e torturare e massacrare i civili. Anna non esita a parlare di un vero e proprio genocidio nei confronti dell’inerme popolazione civile e il presupposto ideologico per legittimarlo si fonda sulla degradazione dell’essere umano a bestia: “Perché ti preoccupi per certa gente?, mi chiedono sempre i militari […] Non sono esseri umani, sono bestie. E le bestie figliano altre bestie … […] Chi li chiama in questo modo? L’infrastruttura bellica e parabellica attuale. Persino i medici ce l’hanno sulla punta della lingua, quella parola. Il che è molto peggio: è il declino morale di chi una cultura ce l’ha”. Una negazione della dignità di esseri umani che ha la pretesa di rendere tollerabili e giustificabili le continue violazioni dei diritti umani che ieri come oggi si perpetrano nei teatri di guerra. 

Un’immagine del pubblico presente alla manifestazione su Anna Politkovskaja, uno dei quattro incontri della rassegna “Dominae – Donne di valore” possa a Tropea dall’Associazione sos Korai.

Contro queste violazioni Anna ha alzato la sua voce solitaria, come vox clamantis in deserto, raccontando l’indicibile di ogni guerra: i suoi articoli sono un pugno nello stomaco, uno schiaffo che lascia un segno indelebile nelle coscienze, anche in quelle più anestetizzate al dolore. Come si può rimanere indifferenti di fronte al racconto delle violenze, delle torture inenarrabili (che spesso Anna dichiara di non voler riferire a causa della loro crudeltà) perpetrate ai danni di bambini innocenti, persino neonati, famiglie intere sterminate solo per ragioni etniche o che vivono nel terrore di essere attaccate non perché colluse con i guerriglieri, come racconta la propaganda ufficiale, ma solo per la loro etnia; anziani abbandonati, debilitati, malati, ridotti a “morti che camminano” come nello struggente racconto dell’ospizio per anziani russi nella capitale cecena di Groznyj, che lei chiama affettuosamente “i vecchietti di Groznyj”.

Anna non esita a denunciare le responsabilità gravissime dei due Kayrov: Akhmad Kadyrov, il padre, inizialmente un leader religioso e militare che aveva combattuto contro la Russia nella prima guerra cecena, passato poi dalla parte di Mosca e divenuto il primo Presidente della Repubblica cecena filo-russa nel 2003; dopo il suo assassinio in un attentato a Groznyj nel maggio 2004, gli subentrò il figlio Ramzan, che prese inizialmente il comando delle milizie di sicurezza (i cosiddetti Kadyrovtsy) e divenne Primo Ministro, per poi essere nominato Presidente (ora “Capo della Repubblica”) nel 2007, carica che ricopre ancora oggi. Anna accusa la dinastia Kadyrov di aver instaurato in Cecenia con l’appoggio del Cremlino, cioè di Putin, un governo fantoccio, e di mantenerlo in vita attraverso un regime di terrore e di anarchia, dove a dominare è solo l’arbitrio, la violenza cieca, l’assoluto disprezzo delle leggi. Lo stesso Ramzan aveva giurato di vendicarsi di Anna, colpevole di non aver “abbellito” l’intervista che le aveva rilasciato nel 2004, poco dopo la morte del padre di lui, e di averla pubblicata in modo “veritiero”, facendo emergere l’assoluta inadeguatezza politica ma anche la riprovevole spregiudicatezza dell’attuale Presidente della Cecenia. In quell’occasione, infatti, la Politkovskaja descrisse Ramzan come un uomo ignorante, brutale e pericoloso, definendolo un “piccolo drago” nutrito dal Cremlino che sarebbe diventato incontrollabile. Ramzan, dal canto suo, non nascose mai il suo disprezzo per la giornalista, arrivando a dichiarare pubblicamente che era un’alleata dei terroristi e una nemica del popolo. Molti osservatori ritengono che le inchieste della Politkovskaja sulle atrocità commesse dai Kadyrovtsy siano state il motivo principale della sua condanna a morte: il giorno in cui è stata assassinata, Anna avrebbe dovuto consegnare un lungo articolo sulle torture sistematiche praticate dalle forze di sicurezza cecene sotto il comando di Ramzan Kadyrov. L’articolo, rimasto incompiuto, fu pubblicato postumo dalla Novaya Gazeta con il titolo “Le torture come metodo di inchiesta”, corredato dalle foto dei volti tumefatti dei prigionieri che lei era riuscita a raccogliere.

Anna è stata assassinata per questo: per avere detto la verità, per aver detto ciò che vedeva, senza girarsi dall’altra parte, come la stragrande maggioranza della popolazione russa, anche dei giornalisti, che lei definiva “mattaccini”, istrioni che devono far ridere o, al massimo, rassicurare sulla “verticale del potere”, l’apparato politico e burocratico nominato da Putin che esclude “chiunque sia in grado di pensarla in modo differente rispetto al capo supremo”.

Anna definiva questo atteggiamento diffuso in Russia come la “posizione del fungo” che si nasconde sotto la foglia sperando che non lo scoveranno: “Lo troveranno comunque, è praticamente certo, lo raccoglieranno e se lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini non bisogna fare i funghi”. Anche se questo significa pagare un prezzo altissimo.

Anna affronta con estremo coraggio e consapevolezza (“Vedo tutto io. È questo il mio problema”) le conseguenze della sua scelta di raccontare la verità.

Perché lo fa?

Uno scorcio della Cappella dei Nobili di Tropea (sullo sfondo, l’altare), durante la relazione della professoressa Michela Ruffa. A sinistra, la moderatrice dell’incontro, Alessia Chiapparo

Sicuramente ha una passione viscerale per il giornalismo e considera primo dovere di un giornalista raccontare ciò che vede. Di questa sua incontenibile, verrebbe da dire connaturata, passione è prova il fatto che si laurea in giornalismo nella prestigiosissima facoltà di Mosca nel 1980 con una tesi controcorrente su Marina Cvetaeva (1892-1941), poetessa russa, simbolista, mal tollerata da Stalin, morta suicida: ha 22 anni ed è già madre di due bambini, Vera, nata quello stesso anno, e Ilja, di due anni. La maternità precoce non le impedisce di coltivare la sua passione: Anna riesce ad accudire i figli in così tenera età e contemporaneamente a studiare, dimostrando una forza di volontà, una capacità di resistere alla fatica che solo una grande, profonda passione per il giornalismo, per ciò che si ritiene la propria ragione di vita, può ispirare. D’altronde, il giornalismo come lo intendeva lei era anche un modo alternativo per prendersi cura dei sui figli: significava impegnarsi a costruire un mondo migliore anche per loro. In Diario russo, analizzando le previsioni demografiche della Federazione russa, scrive: “Nel 2016 potrei anche non esserci, come molti altri della mia generazione, ma ci saranno i nostri figli e i nostri nipoti. E davvero non ci vogliamo curare di come e dove vivranno?”.

La passione per il giornalismo è anche ciò che più la unisce al giovanissimo marito, Alexander, Sasha, Politkovsky, classe 1953, cinque anni più di lei. Si erano incontrati per la prima volta nel 1976, a una festa di studenti a casa sua, quando Anna frequentava ancora le superiori e Alexander era già iscritto alla facoltà di giornalismo. Si erano follemente innamorati, anche se provenivano da mondi diversi. Alexander era di famiglia modesta, un ragazzo cresciuto sulla strada, un teppistello, mentre Anna veniva da una famiglia della nomenclatura sovietica: Stepan Fedorovic Mazepa, ucraino, e sua moglie, Raisa Alexandrovna Mazepa, metà russa e metà ucraina, lavorano come diplomatici all’Onu a New York quando Anna viene al mondo il 30 agosto 1958, un anno e mezzo dopo Elena, sua sorella maggiore. La famiglia ha un cognome difficile da portare: Mazepa. Le ragioni di quel peso affondano in una storia lontana ma, in Russia, mai dimenticata.

Ivan Mazepa, vissuto fra la fine del 1600 e l’inizio del 1700, era un uomo brillante, disinvolto, poliglotta nonché abile oratore: entrato nelle grazie dello zar Pietro il Grande, lo aveva poi tradito alleandosi con Carlo XII, re di Svezia. Finirà male: sconfitto e disonorato. Anna Mazepa Stepanovna: questo il suo nome, con il cognome di famiglia e l’appellativo Stepanovna, che significa “figlia di Stepan”, un cognome che, appena le fu possibile, Anna decise di cambiare, usando quello del marito.

Alexander Politkovskji è già un giornalista abbastanza conosciuto in Russia quando nel 1978 i due si sposano: nel 1980, anno delle Olimpiadi di Mosca, Sasha, giornalista sportivo esperto in arti marziali, inizia a lavorare per il primo canale della tv di Stato, il più importante, l’unico visibile in tutta l’Urss. Lo diventa ancora di più negli anni immediatamente successivi, molto importanti per il futuro dell’Unione Sovietica, dove si sta compiendo una rivoluzione che ha un nome e un cognome: Mikhail Gorbaciov. L’uomo che l’11 marzo 1985 (a 54 anni) viene eletto segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica (la carica più importante del partito e del Paese), avvia un programma di riforme, definito inizialmente uskorenie (accelerazione) e poi identificato con due termini che il mondo intero si abituerà a conoscere: glasnost (liberalizzazione, apertura, trasparenza) e perestrojka (ricostruzione). Glasnost significa fine della censura: i media sono più liberi di raccontare i problemi del Paese (povertà, inquinamento, ruolo subalterno delle donne…) e gli errori (e orrori) del regime comunista nel passato.

Con la perestrojka il nuovo segretario intende accelerare lo sviluppo socio-economico del Paese, introducendo riforme che diminuiscono l’ingerenza statale, danno maggior autonomia alle imprese e si aprono al capitalismo e alla proprietà privata. Sono avviate campagne contro la corruzione e l’alcolismo. Le restrizioni a viaggi e spostamenti sono allentate, il che permette ai cittadini sovietici di andare in Occidente, fin negli Stati Uniti. È sempre Gorbaciov a mettere fine alla cosiddetta Guerra Fredda con gli Stati Uniti d’America, che per lunghi decenni aveva fatto temere al mondo di trovarsi sull’orlo della Terza guerra mondiale. Storico il primo incontro con il presidente Ronald Reagan, al vertice di Ginevra, nel novembre del 1985. 

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Un particolare del pubblico durante l’incontro-omaggio alla giornalista russa Anna Politkovskaja.

Ma c’è un ma. Anzi, ce ne sono ben più di uno. Le intenzioni di Gorbaciov sono buone, ma anche in presenza di misure accorte, spesso i piani produttivi non raggiungono i risultati previsti. In parallelo, aumenta il deficit, diminuisce l’esportazione di petrolio e scarseggiano generi alimentari e beni di consumo.

Si ripropone, su scala globale e per un intero popolo, il grande dilemma esistenziale se sia meglio scegliere di essere liberi o di essere protetti. Ora, infatti, il cittadino sovietico è più libero di fare impresa, guadagnare e viaggiare. Di contro, però, vengono meno le garanzie tipiche di uno Stato sociale.

Anna Politkovskaja, con potere di sintesi e acume, fotografa da par suo la situazione: “Da un punto di vista economico, la vita è diventata molto difficile, ma politicamente non è stato affatto scioccante. Era semplice felicità, poter leggere, pensare e scrivere quello che volevi. È stata una gioia. Devi sopportare molto in termini di difficoltà economiche per il bene della libertà. È, sotto tanti punti di vista, una vita nuova. Si parla a voce alta, si pensa: tutto sta cambiando”. 

In quegli anni percorsi dal vento della libertà Anna lavora come giornalista nel quotidiano moscovita Izvestija e lo farà fino al 1993. Alterna la carriera alla cura dei figli. La figura più in vista in famiglia è quella del marito Alexander: lavora nelle redazioni di programmi di successo, spesso è in viaggio per lavoro. È il primo giornalista russo a visitare Pyongyang, la capitale della Corea del Nord. La svolta arriva nel 1987 quando sul canale principale, Channel One, inizia ad andare in onda il programma Vzgljad (“Sguardo” o “Punto di vista”). La formula è nuova: trattare temi di attualità in modo libero, unire cronaca e spettacolo (un esempio di infotainment ante litteram). “È il tempo di avere fede in qualcosa di luminoso” dice all’epoca. Alexander si alterna come inviato speciale e presentatore. Il programma ha un grandissimo successo e gli dà un’enorme popolarità. Tra l’altro Alexander seguì da inviato anche la tragedia della centrale nucleare di Cernobyl (1986), indagando sulle conseguenze catastrofiche dell’incidente: si recò addirittura nella città di Pripjat’, la più colpita dalle radiazioni (che poco tempo dopo colpirono anche lui), si recò molte volte a Minsk, in Bielorussia, nel centro ematologico dove venivano curati i bambini colpiti, avviando una raccolta di denaro a sostegno della struttura. “Il fatto che i giornalisti potessero indagare su una vicenda che solo pochi anni dopo sarebbe stata sepolta sotto una coltre di omissis dettati dalla sicurezza nazionale era la prova lampante che la perestrojka fosse ormai un processo irreversibile”. 

Questo probabilmente per lui e Anna fu un momento di grande felicità: giovani, innamorati, ottimisti in una nazione che guarda avanti con fiducia e scommette sul suo futuro.

Purtroppo queste speranze erano destinate a scontrarsi con una realtà molto complessa che nel decennio successivo avrebbe virato in una direzione completamente diversa. Nel 1991 Gorbaciov dovette affrontare le forti istanze di indipendenza delle repubbliche baltiche (gennaio) e il successo del referendum per l’indipendenza in Ucraina, dove il “sì” ottenne il 92% dei voti (dicembre). Nell’agosto del 1991, mentre si trovava in vacanza in Crimea, Gorbaciov subì un tentativo di colpo di stato che lo lasciò politicamente impotente. In quel contesto emerse la figura di Boris Eltsin, che riuscì progressivamente a “metterlo all’angolo”. 

Gorbaciov pagò lo scotto di trovarsi tra due fuochi: da un lato i conservatori che volevano un ritorno alla repressione dura del partito e dall’altro i riformisti che esigevano aperture più radicali. Lo stesso Gorbaciov riconobbe che, una volta superata la “soglia di disgregazione dell’URSS”, non c’era più posto per lui come leader di uno stato multinazionale. Il 1° gennaio 1992, con la dichiarazione d’indipendenza della Russia dall’URSS, il suo ruolo cessò definitivamente.

Il mandato di Eltsin fu segnato da riforme economiche radicali e gravi instabilità politiche. Su pressione internazionale, Eltsin accelerò il passaggio al libero mercato con privatizzazioni selvagge. Le conseguenze sociali furono devastanti: il tasso di povertà balzò dall’1,5% all’epoca sovietica fino al 40-50%, l’inflazione toccò il picco del 2500% e nacque la potente classe degli oligarchi. Nel 1993, Eltsin ordinò il bombardamento della Duma, il Parlamento russo, colpevole di opporsi alle sue manovre, causando centinaia di vittime tra i manifestanti. Tra il 1994 e il 1996 si svolse la prima guerra cecena: Eltsin dichiarò guerra alla Cecenia per contrastare le spinte indipendentiste, ma il conflitto si rivelò un insuccesso militare e politico che minò ulteriormente la sua popolarità. Nonostante le crisi, come riconobbe anche Anna, sotto Eltsin i giornalisti potevano ancora lavorare in piena libertà, documentando anche gli abusi governativi senza subire la censura sistematica che sarebbe arrivata in seguito. Nel 1999, però, la figura di Eltsin era ormai quella di uno “zar ubriaco”, malato e delegittimato. In questo vuoto di potere emerse Vladimir Putin, ex ufficiale del KGB e direttore dell’FSB, il servizio federale per la sicurezza ovvero l’agenzia dei servizi segreti russi che ha preso il posto del KGB dopo il crollo dell’Unione Sovietica

Nominato Primo Ministro nell’agosto 1999, Putin sfruttò lo scoppio della seconda guerra cecena come catalizzatore politico. Una serie di attentati dinamitardi a Mosca e l’offensiva dei guerriglieri in Dagestan funsero da pretesto per una nuova invasione, gestita da Putin con estrema aggressività. Il 31 dicembre 1999 con una mossa a sorpresa, Eltsin rassegnò le dimissioni e Putin divenne automaticamente il successore ad interim. Grazie al consenso ottenuto con la linea dura in Cecenia, Putin fu eletto Presidente nel maggio 2000, ponendo di fatto fine all’interludio democratico.

Negli anni che separano l’era di Gorbaciov dall’ascesa di Putin, la vita di Anna Politkovskaja subisce una trasformazione profonda: sono gli anni che segnano il passaggio a un impegno militante che ispirerà il resto della sua esistenza.

Da sinistra: Alessia Chiapparo, moderatrice dell’incontro; Giuseppe Maria Romano, Priore della Congrega dei Bianchi di San Nicola; Beatrice Lento, fondatrice e presidente dell’Associazione sos Korai; Michela Ruffa, docente di Lettere al Liceo Scientifico “Fratelli Vianeo” di Tropea, autrice dell’omaggio ad Anna Politkovskaja.

Qualche anno dopo la laurea, nel 1982, inizia a lavorare per il quotidiano ufficiale Izvestija, dove cura principalmente la posta dei lettori. Lavora anche per il giornale dell’Aeroflot, la principale compagnia di bandiera della Russia, il che le permette di viaggiare e iniziare a conoscere il paese reale, al di là dei privilegi della sua famiglia diplomatica. Con il crollo dell’URSS e l’era di Boris Eltsin, la vita di Anna accelera verso l’impegno investigativo, mentre l’equilibrio familiare inizia a incrinarsi. Nel 1996 mentre collabora con l’Obščaja Gazeta, la sua vita incrocia, quasi per caso, le vicende del popolo ceceno, a cui d’ora in poi sarà indissolubilmente legata fino alla morte: scopre le condizioni di clandestinità e miseria dei profughi ceceni a Mosca e subito si attiva con il suo giornale per organizzare una colletta a sostegno di quelle famiglie che, con la loro dolorosa vicenda, hanno aperto una breccia irricucibile nel suo cuore. Da questo momento il cuore di Anna batterà per la Cecenia: nel 1998 compie il primo dei suoi oltre quaranta viaggi nella Repubblica caucasica: si reca a Groznyj per intervistare Aslan Maschadov, descrivendo la regione come un «ripostiglio buio» dove i diritti umani sono inesistenti. La Cecenia entra nella vita di Anna e contemporaneamente ne esce il marito. Con il mutare degli equilibri politici in Russia, la carriera di Alexander aveva subito una parabola discendente: concluso il mandato come deputato della Duma tra il 1990 e il 1993, nel primo canale della TV di Stato non ci fu più spazio per lui e, nonostante i tentativi di restare sulla cresta dell’onda con programmi come Politburo (1992-1995), i suoi ascolti erano in calo e molte trasmissioni vennero cancellate dai palinsesti. Mentre la carriera di Sasha declinava, quella di Anna esplodeva: col tempo fu lui a trovarsi nell’ombra di una moglie la cui passione era diventata fin troppo travolgente: la frattura definitiva tra i due si consumò nel 1999, proprio allo scoppio della Seconda guerra cecena, dopo 22 anni di matrimonio.

A proposito della fine del loro matrimonio Alexander avrebbe detto in seguito che vivere con Anna equivaleva a vivere “in cima a un vulcano” a rischio continuo di eruzione. Quella passione entusiasmante che aveva animato entrambi per il giornalismo, che era stata probabilmente il collante principale del loro rapporto, ora li divideva. Perché?

Forse perché Anna ha scoperto una dimensione del giornalismo che appartiene solo a lei, non è la dimensione di Alexander. È un giornalismo in cui la ricerca della verità è fondamentale ma lo è ancora di più un altro sentimento, quello che Boccaccio nel famoso incipit del Decameron indica come la qualità specifica dell’essere umano, “la compassione degli afflitti”: la capacità di com-patire, di patire con l’altro, di condividere la sofferenza altrui che ci spinge all’azione concreta di confortare e soccorrere chi si trova in una condizione di sofferenza. 

Questo accade ad Anna perché la verità che lei va scoprendo con le sue inchieste giornalistiche si fa persona, si incarna, assume il volto sofferente, le lacrime, la disperazione, le ferite, le mutilazioni, il grido di dolore delle migliaia di uomini, donne, bambini di cui ha conosciuto la storia e dalla cui storia si è lasciata coinvolgere, anzi trafiggere. “Non dobbiamo credere a chi suggerisce di non immischiarci, non sono affari nostri, a lasciar perdere ci si guadagna soltanto … In Cecenia, invece, immischiarsi è d’obbligo. Perché c’è sempre la vita, in gioco”. Non puoi tirarti indietro quando la sofferenza degli altri non ti limiti a osservarla e a raccontarla ma la fai tua, la assumi su di te, ne hai compassione, senti che puoi fare qualcosa, anzi che devi farlo: se non lo faccio io, chi lo farà? ripeteva spesso a famigliari ed amici che, animati da quell’affetto che ci spinge a voler proteggere le persone che amiamo, le consigliavano di desistere dalle sue inchieste perché troppo pericolose.

E cosa poteva fare Anna? Certo poteva dare un aiuto concreto, materiale come ha fatto in tante occasioni.

Come quando ha incontrato per la prima volta la Cecenia nei volti e nelle storie dei bambini scappati dalla loro terra e venuti a studiare a Mosca: Anna si reca a visitare la scuola, vede che i bimbi sono privi di tutto e, mossa da compassione, organizza immediatamente una colletta al suo giornale, la Novaja Gazeta, perché giudica vergognoso che a Mosca ci siano bimbi che vivono in quelle condizioni. 

Come fece per gli anziani russi abbandonati, dopo lo scoppio della seconda guerra cecena, dai loro parenti e dal Governo federale nell’ospizio di Groznyj, dove si recò, come sempre a rischio della vita, durante il Natale del 2000,  per portare doni e beni di prima necessità e, soprattutto, un po’ di calore umano nel gelo materiale e spirituale delle esistenze di quei poveri vecchietti, malati, ciechi, abbandonati a se stessi: “oggi alla vigilia del secondo inverno di guerra, il mio pensiero fisso sono i vecchietti di Groznji. Sono in condizioni tremende: abbandonati fra palazzi vuoti, androni distrutti e macerie, sempre affamati, senza scarpe né vestiti, malati … Sono morti che camminano. Nessuno sta peggio di loro, martiri di una patria che ha dimenticato perché combatte questa guerra. Molti, la stragrande maggioranza , hanno parenti fuori della Cecenia. Figli e nipoti che non vanno a riprenderseli”. Ma la compassione di Anna è più potente di qualunque sentimento di paura: “Allora sono entrati in gioco i SENTIMENTI. E quando abbiamo iniziato ad agire da CUORE A CUORE, salvare quei poveri vecchi abbandonati ci è sembrata un’impresa possibile, non un’utopia”. 

Come non le sembrò un’utopia tentare di tutto per salvare gli ostaggi del teatro di Mosca Dubrovka, quando il 23 ottobre del 2002  furono sequestrati da guerriglieri ceceni, che riconobbero solo Anna come loro interlocutrice per le trattative e le permisero, per le sue accorate e insistenti preghiere, di portare almeno acqua e succhi agli ostaggi, tra cui molti bambini, atterriti: poiché al quartier generale, da dove si seguiva la vicenda, le dissero che non c’erano soldi per comprarli, Anna tirò fuori tutto il denaro che aveva in borsa  e lo mise sul tavolo e, sul suo esempio, si riuscì alla fine a raccogliere un importo sufficiente per una discreta scorta. Tuttavia, gli sforzi estenuanti di Anna per trovare una mediazione tra guerriglieri e Governo furono, purtroppo, vani: il 26 ottobre le forze di sicurezza fecero irruzione nel teatro dopo aver rilasciato del gas mortale all’interno. Il bilancio dell’assalto al teatro Dubrovka (noto anche come la crisi del musical Nord-Ost) fu pesantissimo ed è ancora controverso: i dati ufficiali riferiscono la morte di 130 ostaggi, ma secondo le associazioni dei famigliari delle vittime ci sarebbero stati ben 174 decessi. Anna, che dopo la tragedia svolse accurate indagini, sostenne accuse molto pesanti e controverse riguardo al ruolo dei servizi segreti russi (FSB) nell’attentato al teatro Dubrovka, facendo emergere sospette zone d’ombra, legate in particolare al ruolo di uno dei sequestratori, Terkibaev, che suggerivano una forma di complicità o, quantomeno, di manipolazione da parte delle autorità.

A riguardo racconta la figlia Vera: “Era più di una semplice giornalista che si preparava a documentare una tragedia. Era pienamente coinvolta, era stata dentro il teatro e si sentiva in parte responsabile di quanto stava accadendo”.

Dunque, Anna si spendeva per dare un aiuto concreto ai bisognosi.

La giornalista Anna Politkovskaja è diventata in tutto il mondo un simbolo delle lotte per la libertà d’informazione.

Ma non è questa l’unica e, forse, neppure la principale forma di sostegno, vicinanza, condivisione, lotta che Anna manifesta alle vittime innocenti di una guerra divenuta terribilmente atroce.

Anna soffre, lotta, resiste con le “sue” vittime soprattutto attraverso la forza della parola, la lucidità dei suoi articoli, l’accuratezza certosina, chirurgica delle sue ricostruzioni e l’acutezza intransigente delle sue interpretazioni dei fatti. Gli articoli di Anna, infatti, seguono uno schema quasi fisso, che poi è lo specchio del suo metodo di ricostruzione della verità. E’ un metodo induttivo perché Anna parte sempre dal racconto di ciò che VEDE personalmente o che ricostruisce attraverso TESTIMONI DIRETTI, la cui identità viene solo sporadicamente secretata per ragioni di sicurezza: parlava con le madri dei soldati, con i civili torturati, con i disertori, con i militari che non si adeguavano al sistema. Il fatto nudo e crudo è definito attraverso dati oggettivi e verificabili, che lo rendono incontestabile: nomi, cognomi, luoghi, date, circostanze dell’accaduto. Al racconto dei fatti segue l’interpretazione: spesso Anna dimostra come l’episodio isolato o una serie di episodi siano indicatori, rivelatori di un sistema corrotto, aberrante, dove la legge è continuamente calpestata. Anna non vedeva il singolo abuso come un errore isolato, ma come il sintomo di una “democrazia malata” a causa della sua deriva autoritaria: interpretare significa per lei collegare il dolore del singolo cittadino alle decisioni prese dal Cremlino, tradurre la sofferenza umana in una precisa responsabilità politica.

 Infine, Anna chiede conto, rivolge puntuali domande a coloro che sono deputati a fornire risposte, quasi sempre le autorità politiche e militari, domande che mirano a risalire alle responsabilità reali dei fatti e a smontare la versione ufficiale, in cui la verità viene sistematicamente piegata alla propaganda politica. Dunque, questo è il metodo di Anna: racconto dei fatti – interpretazione – domande/richiesta di spiegazione. Questo approccio non ricerca un’imparzialità fredda, ma una verità onesta: è un giornalismo che prende posizione perché per Anna essere neutrali di fronte all’ingiustizia significa essere complici. 

Dai suoi reportage nascono i libri dedicati alla questione cecena come Cecenia. Il disonore russo (2003) e Un piccolo angolo d’inferno (2002/2003), in cui documenta le violazioni dei diritti umani, le torture e la devastazione durante il conflitto ceceno attraverso le storie personali di civili e soldati travolti dalla guerra, o il più celebre La Russia di Putin (2004), un’analisi critica dell’ascesa di Vladimir Putin, coincidente con la progressiva erosione delle libertà civili e il ritorno a metodi autoritari. Dopo il suo assassinio, sono state pubblicate diverse raccolte dei suoi scritti e diari per preservare il suo lavoro: Diario russo 2003-2005,  una cronaca dettagliata degli ultimi anni della sua vita, che copre eventi tragici come il sequestro della scuola di Beslan e l’assedio del teatro Dubrovka; Proibito parlare (2007), una raccolta che mette insieme articoli e riflessioni sulle “verità scomode” della Russia moderna, dai conflitti nel Caucaso alla corruzione sistemica; Per questo. Alle radici di una morte annunciata (2009), un’antologia che raccoglie i suoi articoli più significativi pubblicati tra il 1999 e il 2006 su Novaja Gazeta; Nothing But the Truth (2010), una vasta selezione postuma dei suoi dispacci e articoli giornalistici. Sono libri di denuncia, tradotti, letti e apprezzati più all’estero che in patria, con i quali la sistematica violazione dei diritti umani perpetrata in Cecenia e in Russia fu conosciuta anche in Europa e Oltreoceano. Grazie alla notorietà acquisita, Anna viaggia spesso in Europa (soprattutto nel Regno Unito, Francia, Germania e Italia) e negli Stati Uniti per tenere conferenze e presentare i suoi libri. Fu anche ospite del Festivaletteratura di Mantova nel settembre del 2005: la sua presenza lasciò un’impronta indelebile sui partecipanti e sulla città, non solo per la forza delle sue denunce, ma per la drammaticità del contesto in cui si trovava a parlare in quanto proprio nei giorni immediatamente precedenti al suo arrivo a Mantova si era celebrato l’anniversario della terribile strage della scuola di Beslan. In effetti, proprio come riconoscimento del suo valore civile e del legame speciale nato durante il festival, dopo la sua morte, il Comune di Mantova le ha conferito la cittadinanza onoraria ed è stato piantato, all’interno dei Giardini del Lungolago Gonzaga, un albero in suo onore. 

Già in vita Anna ottenne riconoscimenti prestigiosi come il Golden Pen of Russia, conferitole dall’Unione dei Giornalisti Russi (2000), uno dei pochi riconoscimenti ottenuti in patria, o il Global Award for Human Rights Journalism da parte di Amnesty International (2001). Se avesse ricercato una vita più comoda e sicura, come le consigliavano insistentemente i suoi famigliari, sarebbe potuta rimanere all’estero, ma probabilmente per Anna una vita comoda e sicura non avrebbe avuto senso: i volti della gente di Cecenia, degli oppressi della sua terra ormai facevano parte di lei. Uno dei tanti Ceceni da lei intervistato, Adam Citaev, che si era rifiutato di rifugiarsi, all’estero, affermò durante l’intervista: “Questa neve, queste pozzanghere mi sono più care della pulizia di una qualunque Monaco o Bruxelles. Casa mia è qui.” 

Anche per Anna casa sua è la Russia. Non l’hanno convinta a rinunciare alla sua casa le minacce e i pericoli estremi a cui è stata esposta: il sequestro e la prigionia in una fossa comune a Vedeno, in Cecenia, le minacce di morte dell’ufficiale di polizia Sergej Lapin, l’avvelenamento in volo mentre tentava di recarsi a Beslan per trattare con i guerriglieri, le decine di cause per diffamazione da parte dell’apparato statale russo, le minacce di Ramzan Kadyrov che la definì pubblicamente un nemico e mise probabilmente una taglia sulla sua testa. Non l’ha scoraggiata la consapevolezza che in Russia, anche quando la verità emerge in modo incontestabile, è difficile ottenere giustizia a causa dell’asservimento della magistratura al potere politico. Anna, infatti, definiva il sistema giudiziario russo una “macchina per scrivere sentenze già decise nei corridoi del Cremlino o dell’FSB”, in cui i giudici che osavano emettere sentenze contrarie ai desideri del potere politico venivano rimossi, minacciati o privati dei loro incarichi; al contrario, quelli obbedienti facevano carriere fulminee secondo uno schema chiaro e consolidato, un circolo vizioso in cui il potere giudiziario diventava un braccio esecutivo del governo: l’Esecutivo (Cremlino/Servizi Segreti) decide chi è il colpevole; la Procura costruisce prove spesso false o basate su intimidazioni o torture; il Giudice ratifica la decisione per evitare ritorsioni personali. Anna ha denunciato come i tribunali venissero usati per eliminare gli avversari economici (come nel caso eclatante del magnate russoYukos/Khodorkovsky) e per chiudere le bocche dei giornalisti attraverso cause civili per diffamazione dai risarcimenti milionari, pensati per mandare in bancarotta i giornali liberi.  

Non l’ha fatta desistere neppure l’isolamento sociale, forse la ferita più sottile e dolorosa che Anna Politkovskaja dovette sopportare negli ultimi anni della sua vita, orchestrata dal sistema di potere russo per renderla irrilevante e sola. Nonostante fosse una delle giornaliste più famose al mondo, in Russia Anna era diventata un fantasma televisivo: le era proibito apparire sui canali nazionali e per la stragrande maggioranza dei russi, che si informavano solo tramite la TV di Stato, Anna semplicemente non esisteva o veniva presentata come un’ “agente dell’Occidente”, una “nemica del popolo” o una traditrice che “sputava nel piatto dove mangiava”. La si accusava di avere un carattere freddo, spigoloso e sospettoso (come darle torto dopo quello che aveva visto e le minacce che le venivano costantemente rivolte?). Per screditarla e togliere valore scientifico e giornalistico alle sue denunce, fu bollata come la “pazza di Mosca”, descritta come una donna emotivamente instabile ossessionata dalla Cecenia. Le si creò il vuoto intorno: molte persone, per paura di ritorsioni o per semplice opportunismo, smisero di frequentarla o di farsi vedere in sua compagnia. Invitare Anna a un evento pubblico in Russia era diventato un rischio politico che pochi volevano correre. Sapeva di essere costantemente pedinata dai servizi segreti e questa sorveglianza invisibile serviva anche a spaventare chiunque avesse voluto avvicinarla. In un celebre passaggio scrisse che la gente non voleva più ascoltare le notizie scomode e tragiche che lei portava: la società russa stava scegliendo la stabilità e il benessere economico in cambio del silenzio sui diritti umani: lei era l’ostacolo a quella pace apparente. Insomma, Anna ormai era una reietta: “Se qualcuno vuole sentirsi un reietto, basta che scriva la verità sulla Russia di oggi”. Dire la verità e non trovare quasi nessuno che voglia ascoltarla: questa è l’amara sorte toccata ad Anna negli ultimi anni della sua vita. Da qui l’appello commovente: “Tutto ciò che chiedo è un po’ di comprensione, non per me, ma per coloro che non hanno più voce. Non dimenticateli, perché il silenzio è il miglior alleato della violenza”. Ma la violenza fa paura e la paura spesso è più forte del senso di giustizia.

La paura è il lievito con cui “fermentano” i regimi autoritari, così come le associazioni malavitose (e noi ne sappiamo qualcosa).

La paura ci porta a voltarci dall’altra parte.

La paura ci spinge a rinunciare alla lotta per proteggere i nostri cari. 

Ecco, Anna ha avuto paura ma la speranza, l’amore per la vita, soprattutto per quella ferita e abbandonata le hanno infuso un coraggio più forte della paura. 

Anche lei amava profondamente i suoi figli: anche per loro non ha smesso di sperare e di lottare.

Anche lei amava il suo Paese: per questo non rinuncia a sperare in una Russia dove la libertà e l’umanità non siano calpestate.

L’hanno ammazzata il 7 ottobre del 2006, esattamente venti anni fa, appena un mese dopo la morte per infarto dell’amato padre Stepan, perdita molto dolorosa per Anna, e a pochi mesi di distanza dalla morte della madre Raisa, malata di cancro. In meno di sei mesi, l’intera famiglia di origine di Anna (padre, madre e lei stessa) scomparve, lasciando la sorella Elena e i figli di Anna, Vera e Ilya, a gestire un’eredità morale e giudiziaria pesantissima.

Nel giugno del 2014 il tribunale di Mosca ha emesso condanne dai 12 anni all’ergastolo per gli esecutori materiali dell’omicidio e per i loro complici. Uno di questi, Sergej Khadzhikurbanov, condannato a 20 anni, ex dirigente della polizia di Mosca coinvolto nella logistica dell’omicidio, nel 2023 è stato graziato dal Presidente Putin dopo aver combattuto come volontario nella guerra in Ucraina.

Non è mai stato identificato il mandante, colui che ha pagato i 150.000 dollari per l’esecuzione: proprio per non aver condotto un’indagine efficace volta all’individuazione dei mandanti, nel 2018 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato lo Stato russo a pagare un risarcimento simbolico di 20.000 euro alla famiglia di Anna (la sorella e i figli).

A distanza di venti anni la Russia è ancora saldamente in mano a Putin. 

La Repubblica Cecena è oggi ufficialmente uno dei soggetti federali della Federazione Russa e il suo Presidente è quel Ramzan Kadyrov, che si definisce “il fante di Putin”, sospettato di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Anna. 

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la figlia di Anna, Vera, insieme alla figlia nata sette mese dopo l’assassinio della nonna, è stata costretta a fuggire dalla Russia per le minacce e il clima ostile che si era creato intorno alla sua famiglia per il nome che porta. 

Dunque, il sacrificio di Anna non è servito a nulla?

Tutto è rimasto com’era, anzi l’autoritarismo di Putin è ormai acclarato e nessuno crede più che possa esserci una via russa ad una democrazia reale.

E dunque, cosa resta oggi di Anna?

Resta l’esempio di una donna che ha dimostrato con la sua vita che ha senso vivere con CORAGGIO, ONESTA’ E AMORE PER IL PROPRIO LAVORO.

Ha senso ESSERE DALLA PARTE DEGLI ULTIMI.

Ha senso NON LASCIARE SOLO CHI E’ VITTIMA DI VIOLENZA.

Ha senso NON VOLTARSI DALL’ALTRA PARTE.

Ha senso PROVARE COMPASSIONE E CONDIVIDERE LE SOFFERENZE DI CHI HA AVUTO UN DESTINO MENO FORTUNATO DEL NOSTRO.

Ha senso RICHIAMARE TENACEMENTE LA POLITICA ALLE SUE RESPONSABILITA’.

Ha senso NON LASCIARSI VINCERE DALLA PAURA E SPERARE CHE POSSA ESISTERE UN MONDO PIU’ GIUSTO E UNA PACE GIUSTA.

E perché HA SENSO tutto questo?

HA SENSO non perché sia diventato realtà – è ben lontano dall’esserlo – ma semplicemente perché, come diceva Anna, 

SIAMO ESSERI UMANI, NON SIAMO NATI PER FARE I FUNGHI!

GRAZIE ANNA