Il documentario di Michele Camaiti sarà presentato domani all'82esima Mostra del Cinema di Venezia
“Agnus Dei”: la vita è come crescere due agnelliRoma custodisce, nel cuore antico di Trastevere, un luogo dove il tempo sembra arrestarsi: il monastero di Santa Cecilia. Qui, fra mura secolari e preghiere sussurrate, si rinnova un gesto che attraversa i secoli, quasi a ricordare che esiste una fedeltà più forte del frastuono del mondo. Agnus Dei, il nuovo documentario di Massimiliano Camaiti, sarà presentato il 31 agosto alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, all’interno della sezione Biennale College, come un atto di meditazione condivisa.

Protagonista discreta, eppure centrale, è suor Vincenza. A settantanove anni, questa donna porta sulle spalle una storia che abbraccia più vite: è stata sposa, madre e nonna, prima che la morte del marito la chiamasse a una nuova vocazione. Ora, nel silenzio della clausura, i suoi gesti sono quelli di una maternità che non si spegne, ma che si trasforma in cura quotidiana, fatta di piccole attenzioni, di sguardi teneri, di mani che nutrono e proteggono. È lei a prendersi carico dei due agnelli appena nati, a nutrirli con il biberon, ad accoglierli come simboli vivi di un dono che non appartiene solo al monastero ma a tutta la Chiesa.
Il film attraversa un anno segnato da attese, liturgie e scosse improvvise: l’Anno Santo 2025, la notizia della malattia e poi della morte di papa Francesco, lo sguardo delle monache che si ferma un istante nella commozione e poi riprende il canto, come se la vita avesse il dovere di restare fedele al proprio ritmo. È questa fedeltà, ferma e silenziosa, che Camaiti osserva con uno sguardo intimo e rispettoso.

«La scoperta di questa tradizione è avvenuta per caso – spiega il regista -, mentre camminavo davanti alla Basilica di Santa Cecilia a Trastevere. Vedere due agnelli ricoperti di fiori, festeggiati con entusiasmo dalle monache prima di essere benedetti da un prete, è stata una sorta di rivelazione. È lì che è nata l’idea di seguire il viaggio dei due animali: dalla nascita fino al compiersi del rito che trasforma la loro lana in un paramento destinato a essere indossato dal papa».
Le immagini scorrono con lentezza, come se volessero respirare insieme allo spettatore. Il formato quattro terzi sembra aprire un varco verso l’alto, inquadrando le volte, i crocifissi, i segni di una spiritualità che riempie l’aria. Non c’è retorica né giudizio: solo l’attenzione per un mondo che vive di preghiera, di lavoro umile, di canti antichi.
«Gli agnelli ci hanno aperto le porte di un universo segreto, scandito da un altro ritmo – continua Camaiti -, da un respiro differente, che neppure l’ingresso improvviso della Storia è riuscito a scalfire: alla notizia della morte di papa Francesco, nonostante la commozione, le attività delle monache non si sono fermate che per qualche ora. La vita nel monastero è poi ripresa uguale e immutabile, come sempre nel corso dei secoli».
Così Agnus Dei si offre allo spettatore come un’esperienza rara: non un semplice documentario, ma un varco dentro un mondo nascosto, dove il silenzio non è assenza, bensì presenza piena e luminosa. Un invito a rallentare, a lasciarsi guidare da chi, lontano dal clamore, continua a custodire il senso profondo della vita.