Incontro degli Oblati Laici del Sacro Cuore a Monte Poro
La Speranza, «certezza del cuore che vive di fede e si slancia nella carità splendente”La “Virtù della Speranza” in Don Mottola è stato il filo conduttore dell’incontro, a Monte Poro, di un gruppo di Oblati Laici del Sacro Cuore. Lo strumento: le pagine dedicate a questo argomento dalla “Positio” redatta per la Causa di beatificazione dal primo postulatore generale, il padre francescano Antonio Cairoli. Pagine proposte, con la lettura, alla meditazione degli Oblati dal Fratello Maggiore, Bruno Pisani.

L’insegnamento del Beato – ricavato, in questo caso, dalle testimonianze contenute nella “Positio” – scaturisce da un presupposto: anelare agli adempimenti del disegno divino di salvezza non significa attendere senza far nulla. Don Mottola concepiva la speranza come amore, e l’amore non è mai ozioso. E di certo, non poteva essere ozioso per il Beato l’amore della speranza escatologica (ossia l’attesa fiduciosa del compimento finale dell’essere umano, della storia e dell’intero creato da parte di Dio), essendo cosciente, il sacerdote tropeano, della sua solidarietà con la Chiesa nel compimento del Regno di Dio. La speranza escatologica imprimeva, per Don Mottola, il suo dinamismo anche nell’ordine temporale: anzi, erano proprio gli impegni temporali ad offrirgli nuovi motivi per il loro adempimento. Sicché l’attesa e la speranza lo stimolarono alla costruzione di un mondo degno dei figli di Dio, anticipazione e prefigurazione del mondo futuro.
Il messaggio della speranza che la Chiesa annuncia al mondo – continuano così, le pagine proposte alla riflessione degli Oblati Laici – non era per Don Mottola la predicazione di un fatalismo privo di responsabilità e di slancio, ma fonte di vita e di libertà per ogni progresso. Egli era un uomo di fede, ma anche di speranza e comprendeva molto bene che è proprio la speranza il suolo su cui tutti camminano, sia credenti che non credenti, sia ricchi che poveri.
Tale speranza si spandeva con operosità, nel Beato, mediante atti concreti di impegno e di servizio: con l’amare non di un amore vago e globale, ma di un amore che in don Mottola raggiungeva l’uomo personalmente amandolo con tutto il suo essere. E all’uomo non poté restare indifferente, perché la sua fede soleva testimoniarla nella sofferenza, come testimonianza continua e come incessante alimento di speranza, sino al limite di non più appartenersi perché tutto proteso verso il Dio dei suoi simili.
Il Beato fu portatore di questa speranza messianica che si rendeva palpabile nel pane quotidiano, nella pace familiare, nella giustizia, per una maggiore liberazione dell’uomo. Ecco perché il suo battesimo, il suo sacerdozio li volle vivere come servizio pastorale costante per gli ammalti, gli esclusi, e per coloro che agli occhi di molti “non contano”. Era appunto questa la forza della sua speranza cristiana che da lui veniva tramutata in gioia, dispensandola a piene mani.
Per Don Mottola la speranza era «certezza del cuore che vive di fede e si slancia nella carità splendente». Egli faceva apostolato di speranza cristiana, propagandandola e diffondendola con gioia e serenità interiore. Si era prefisso, ancora giovane sacerdote di «mantenersi sereno ad ogni costo». Soleva ripetere nella sua intensissima corrispondenza: «Vincete con il sorriso tutti e tutto».

