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La Festa di San Giovanni Paolo II nel giorno in cui, nel 1978, Karol Wojtyla inaugurò il suo pontificato

“E quando le vostre gambe saranno stanche, camminate con il cuore”

La santità di un Papa, chiamato da “un paese lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana”, continua a spingere l’uomo a fare dell’amore la sua vocazione fondamentale, nonostante le difficoltà e gli affanni della vita. Soprattutto nei momenti più drammatici del suo cammino, continuò instancabilmente a cercare la bellezza del credere, lo strumento che gli consentì di vivere le enormi prove cui era stato chiamato ad affrontare fin dalla giovinezza.

Il 22 ottobre ricorre la Festa liturgica di San Giovanni Paolo II (1920-2005).

Durante la crudeltà dell’invasione nazista nella sua amata Polonia, rimasto orfano, decise di entrare nel seminario clandestino di Cracovia. Alla crudeltà delle deportazioni e delle uccisioni perpetrate dai nazisti, la cui inumana violenza era motivata da un diritto posto da un’autorità ingannata e accecata dal male, Karol Wojtyła rispose con la fede e la cultura, complementari affinché l’uomo avesse diritto alla verità, nel recupero della tradizione letteraria e artistica polacca, calpestata dalla prepotenza della dittatura che sempre ha timore della cultura. 

Durante il suo pontificato, offrì al mondo una piena e coraggiosa testimonianza della forza del dialogo, scaturita dalla chiave della sofferenza vissuta con un abbandono totale alla croce di Cristo. Il 13 maggio del 1981, pochi secondi dopo aver subito l’attentato in Piazza San Pietro, nella corsa contro il tempo della papamobile e nel cuore ferito di fedeli e non credenti di tutto il mondo, ebbe il coraggio di affermare: “Perdono il fratello che mi ha sparato”. Da queste parole nacque il desiderio di incontrare Mehmet Ali Ağca il 27 dicembre del 1983 nel carcere di Regina Coeli. Ricondurre l’umanità e soprattutto i giovani alla nostalgia del desiderio d’infinito, missione ispirata dal rapporto vivo della preghiera e dal vento di rinnovamento del Concilio Vaticano II, gli consentì di superare la lontananza con gli esponenti e fratelli delle altre religioni e invitare continuamente gli Stati a porre il progresso umano al centro delle scelte e dei piani.  Come non ricordare l’immagine del Papa in preghiera davanti al Muro del Pianto a Gerusalemme nel 2000, fino al ruolo fondamentale di mediatore volto a superare le ostilità tra le potenze e a ridare la libertà e il diritto allo sviluppo ai paesi dell’Europa dell’Est, culminato nell’abbattimento del Muro di Berlino nel 1989. 

Nella mia opinione, l’eredità di San Giovanni Paolo II vive nel suo messaggio di apertura delle porte del cuore. Le preoccupazioni e i dolori attraversano i nostri giorni con una forza dirompente, ma allo stesso tempo è quel “Non abbiate paura!” a rendere le incertezze strumenti per perseguire la vittoria dell’amore. Aprire le porte è stupirsi della meraviglia, che consente di camminare sulla terra con gli occhi rivolti verso il cielo. E allora, se l’immensità del cielo è con noi, cosa dobbiamo temere? 

Non si tratta di un processo di astrazione dalla realtà, ma al contrario l’invito a un cammino in cui si è protagonisti di un rinnovamento che la complessità dei tempi richiede, guidato dalla logica della pace, il bene primario dell’uomo. Oggi più che mai, si ponga al centro la dignità della persona, affinché si aprano strade diplomatiche che sostituiscano alle lacrime e alla disperazione degli attuali conflitti i vasti campi di quella cultura che crea ponti, su cui seminare le sorti di progresso dell’umanità rinnovata.

San Giovanni Paolo II — che ho conosciuto tramite le testimonianze di mio papà, che spero sia oggi insieme al Papa Santo nella gioia senza fine — sia vicino al cuore di ognuno, affinché si possa prendere in mano la propria vita e farne un capolavoro, accendendo nella rassegnazione dei più fragili la luce della verità eterna che non tramonta mai.