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Papa Leone ha annunciato l'inizio della causa di beatificazione del primo direttore della Caritas di Roma

“Non c’è carità senza giustizia”: l’esempio di don Luigi Di Liegro

C’è una lapide, nella basilica dei Santi XII Apostoli, a due passi da piazza Venezia. Dice tutto in quattro parole, le stesse che lui ripeteva ai suoi volontari: “Non c’è carità senza giustizia”. Lì riposano, dal 1° ottobre 2025, le spoglie di don Luigi Di Liegro. Lì, il 18 settembre 2026, Papa Leone XIV ha annunciato l’avvio della causa di beatificazione. La Chiesa che lo ha spesso considerato scomodo, ora lo propone come modello per tutti i sacerdoti.

Nasce a Gaeta (Lt) il 16 ottobre 1928. È l’ottavo figlio di un pescatore poverissimo che tenta 8 volte, clandestinamente, l’America. L’ultima volta viene espulso mentre la moglie aspetta il nono figlio. Quel trauma di migrante respinto segnerà per sempre Luigi. Vuole fare il prete, il padre si oppone. Va in seminario a Roma lo stesso. Ordinato nel 1953, non resta in sacrestia. Va a fare l’operaio-prete in Francia e in Belgio, nelle miniere di Marcinelle, tra i minatori italiani. Partecipa alla Jeunesse Ouvrière, l’esperienza che Roma guardava con sospetto. Lì impara una cosa: la Chiesa deve sporcarsi le mani.

Don Luigi Di Liegro (1928-1997) fu il primo direttore della Caritas Diocesana di Roma. Papa Leone annunciato l’avvio della sua causa di beatificazione..

Torna a Roma, viceparroco al Prenestino, poi direttore del Centro Pastorale. Nel 1974 organizza, voluto dal cardinale Poletti, il convegno su “I mali di Roma”. È una bomba. Denuncia le carenze dei pubblici poteri, il degrado delle periferie, i baraccati, i tossicodipendenti che nessuno vede. Da quel convegno nasce tutto. Nel 1969, prima di costruire qualunque cosa, commissiona un’indagine sulla religiosità dei romani. Vuole “vedere”. Papa Leone XIV lo ha ricordato a San Giovanni in Laterano: “Prima di costruire qualunque cosa, ha voluto vedere”.

Nel 1979 Poletti gli affida la prima Caritas diocesana di Roma. La guiderà fino alla morte. Con 20 dipendenti e 15.000 volontari, crea un impero al contrario: l’ostello di via Marsala, alla Stazione Termini, per i senza fissa dimora; la mensa di Colle Oppio e quella di Ostia e Primavalle; il poliambulatorio per immigrati senza permesso, aperto nel 1983 quando la parola “immigrato” faceva paura; Villa Glori, il primo centro per malati di Aids, quando tutti scappavano; le case famiglia a Fidene, i centri d’ascolto, le scuole di italiano per stranieri, il servizio legale per gli ultimi; la Fondazione Salus Populi Romani. Tutto questo quando aprì le porte agli immigrati della Pantanella. 2.000 bengalesi e nordafricani che dormivano in una ex fabbrica di pasta, fu insultato. Quando accolse i sieropositivi a Villa Glori, fu attaccato. Lui rispondeva: “Ogni mensa che si apre è una sconfitta della società benestante. Ma finché c’è bisogno, noi ci siamo”.

Era un segno di contraddizione, come ha scritto Maurilio Guasco nel suo libro “Carità e giustizia”. Lo dicevano: “Difende ladri, brigatisti, zingari e barboni”. Lui collaborava e litigava con il Comune, con la Regione, a volte anche con il Vaticano. Ma aveva la fiducia totale di Giovanni Paolo II, che gli disse: “Chi critica te, critica me”. Il suo funerale, il 15 ottobre 1997, lo racconta tutto: è morto stroncato da un infarto il 12 ottobre a Milano, 4 giorni prima dei 69 anni. Ai funerali al Laterano, ci sono i poveri di Termini seduti accanto al Presidente della Repubblica. Non sopportava l’idea della carità come elemosina. Per lui esistevano persone, non categorie. La sua frase preferita era di San Paolo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12,2).

La sua eredità è oggi più attuale che mai, come scrive L’Osservatore Romano: “I poveri, gli stranieri e gli scartati non sono il problema della società, ma il luogo nel quale si misura la credibilità del Vangelo”. In un tempo che parla di muri, di sicurezza, di decoro, Liegro ci ricorda una verità semplice che aveva imparato dal padre pescatore emigrato: nessuno è illegale davanti a Dio. Per questo la Chiesa oggi lo chiama “prete degli ultimi”.

“Posso testimoniare del coraggio e dell’intransigenza di don Luigi Liegro. Mentre è stato avviato il percorso per il riconoscimento della santità del fondatore della Caritas di Roma, tutti gli dobbiamo credenti e non credenti un rispetto autentico. Il suo impegno profetico, sociale, controcorrente, è un’eredità a cui tutti dobbiamo attingere. Ho avuto un grande rapporto di amicizia con lui. Quando ero parroco a Bitonto, lo invitai all’inaugurazione di una casa per malati di Aids. Era un tempo in cui questa malattia era circondata da stigma e paura. Molti avevano timore anche solo di pronunciare quella parola. Lui venne. Senza esitazione. Senza calcolo. Non portò una teoria sulla carità. Portò la carità stessa. Abbracciò quei malati, si sedette con loro, li ascoltò. E ci disse una frase che non ho mai dimenticato: “Se la Chiesa non è qui, dove vuole stare?”. Era questo don Luigi: intransigente con i potenti, tenerissimo con gli ultimi. Per questo era scomodo”. Così lo ricorda Mons. Francesco Savino, Vescovo di Cassano All’Ionio e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.