Intervista a don Sergio Ciresi, da un anno parroco di San Gaetano a Brancaccio, la parrocchia di Palermo che fu del beato Pino Puglisi
“Se ognuno fa qualcosa, il quartiere cambia davvero”Don Sergio Ciresi, 55 anni, sacerdote dal 25 giugno 2016 quindi prete da 9 anni. È un caso di vocazione tardiva. Famiglia cattolica, amante del mare, ragazzo alla moda e feste. Ha lavorato nell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo. Lui dice: “Da ragazzo sentivo di essere chiamato, ma era un segnale confuso. Dopo circa 20 anni è arrivato il mio eccomi”. Vice-direttore e poi Direttore della Caritas Diocesana di Palermo. Per questo ha ricevuto dal Comune la “Tessera preziosa del Mosaico Palermo” come sacerdote “attento all’essenziale e ai poveri della città”. Nominato parroco di San Gaetano – Maria SS. del Divino Amore a Brancaccio, la parrocchia che fu di Don Pino Puglisi. In questi giorni ricorre il 32° anniversario del martirio del Beato Giuseppe Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia la sera del suo 56° compleanno, il 15 settembre 1993. Abbiamo raggiunto Don Sergio Ciresi nuovo parroco di San Gaetano, custode di quella stessa chiesa.

Don Sergio, un anno fa l’ingresso a San Gaetano, nel giorno del battesimo di don Pino Puglisi. Cosa ricorda di quel giorno? C’era anche quell’uomo che le disse “Speriamo che andiamo d’accordo”?
“Ricordo soprattutto la gioia e la trepidazione insieme. Arrivavo in una chiesa e in un quartiere che portano il peso e la luce di una storia grande. Mi colpì l’accoglienza della gente: volti aperti, tanti abbracci. E sì, c’era anche quell’uomo, uno dei primi che incontrai. Mi guardò e mi disse proprio così: «Speriamo che andiamo d’accordo». Fu un momento vero, senza filtri. Mi fece capire subito che qui non bastano le parole: bisogna costruirsi giorno per giorno la fiducia, a partire dalle relazioni concrete. Quella frase me la porto ancora dietro come un invito”.
Lei ha detto: «Mi trovo benissimo, la comunità mi ha accolto a braccia aperte». Ma cosa significa concretamente essere il parroco di Brancaccio? È più un peso o una grazia portare quella tonaca?
“È tutt’e due le cose, ma alla fine prevale la grazia. Essere parroco qui significa stare in mezzo alla gente, non solo in chiesa. Significa andare casa per casa, celebrare anche per strada quando serve, collaborare con le associazioni, le scuole, le altre realtà del territorio. Significa ascoltare tanto e parlare poco. La tonaca qui non è un abito di rappresentanza: è un impegno a farsi prossimo. Il peso c’è, perché le ferite del quartiere sono ancora aperte e la responsabilità è grande. Ma la grazia è più forte: è la certezza di non essere solo, di camminare sulle orme di chi ci ha preceduto e di avere una comunità che ti tiene”.
Don Pino è stato ucciso il giorno del suo 56esimo compleanno. Lei ha 55 anni. Ha detto: “Mi affido al Signore e al Beato Pino Puglisi, loro mi guideranno”. Come si vive ogni giorno con un martire in casa?
” Si vive con umiltà. Il mio padre spirituale mi ripete sempre: «Pino Puglisi è Pino Puglisi, tu sei tu». Non si tratta di imitarlo in modo esterno, ma di lasciarsi guidare dal suo stile: la pedagogia della carità, l’ascolto, la capacità di unire. Ogni giorno sento la sua presenza come un invito a non fermarmi, a non accontentarmi. Non è un peso che schiaccia, è una compagnia. Quando prego o quando cammino per queste strade, so che non cammino da solo”.
Lei viene da 9 anni di Caritas, dall’ufficio di servizio sociale del Tribunale dei minorenni. Brancaccio è cambiata davvero o sconta ancora «i tanti problemi delle periferie» come ha detto lei?
“È cambiata, ma resta periferia. Ci sono stati passi avanti importanti: la presenza del Centro Padre Nostro, i beni confiscati ridati alla comunità, tante persone che non si arrendono. C’è tanta brava gente dal cuore immenso. Allo stesso tempo restano i problemi tipici delle periferie: povertà educativa, solitudine, fragilità sociali, la necessità di creare più fiducia e più relazioni. Non basta dire che in parte “è cambiata”: bisogna continuare a costruire ogni giorno”.
C’è il Centro Padre Nostro Parrocchiale, i beni confiscati diventati parco giochi “Terra Promessa”, la nuova piazza che deve nascere. Qual è la cosa più bella che ha visto nascere in questo anno e qual è la ferita ancora aperta?
“La cosa più bella è vedere la gente che si prende cura dei luoghi e delle relazioni: i volontari che ripuliscono e animano “Terra Promessa”, le famiglie che si avvicinano, i giovani che cominciano a sentirsi parte di qualcosa. È bello vedere che i beni confiscati non restano solo simboli, ma diventano spazi di vita. La ferita ancora aperta è la difficoltà a costruire fiducia stabile, soprattutto tra le generazioni più giovani e il territorio. C’è ancora troppa distanza, troppa rassegnazione in alcuni angoli. Bisogna continuare ad andare casa per casa, angolo per angolo”.
Don Pino diceva: «Se ognuno fa qualcosa». Se dovesse chiedere una cosa a un giovane di Brancaccio che non va più a Messa, cosa gli chiederebbe di fare per il quartiere?
“Gli chiederei di non restare indifferente. Una cosa sola: di fare qualcosa di concreto per qualcuno che sta vicino a lui. Può essere aiutare un vicino, dare una mano in un’associazione, prendere a cuore un ragazzo più piccolo, semplicemente essere presente dove c’è bisogno. Non gli chiederei di tornare a Messa per forza. Gli chiederei di non chiudere gli occhi. Perché se ognuno fa qualcosa, il quartiere cambia davvero”.
Ultima domanda, personale: lei ha raccontato di una giovinezza come tanti, tra look, apparenze e feste, prima della chiamata. Cosa direbbe oggi a quel ragazzo Sergio che lavorava al Tribunale dei minorenni e non immaginava di finire a Brancaccio?
“Gli direi: «Non aver paura di lasciarti sorprendere». Gli direi che quella vita fatta di apparenze e di corse non era sbagliata, ma era incompleta. Gli direi che la vera gioia arriva quando smetti di cercare di brillare tu e inizi a lasciare che una Luce più grande passi attraverso di te. E gli direi soprattutto: «Fidati. Quella chiamata che stai sentendo non ti porterà dove pensi tu, ma ti porterà dove sei destinato a dare frutto». Oggi, guardando indietro, gli direi grazie per aver avuto il coraggio di dire di sì”.

