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Interpella la politica ma non solo, lo straziante appello del padre di Lorena, la 46enne uccisa in Toscana dal fidanzato da lei lasciato, che poi si è suicidato

L’amore non possiede. Serve una rete per educare a riconoscere la libertà dell’altro


Le parole del padre di Lorena non chiedono vendetta. Chiedono educazione.

Il padre di Lorena, Franco Isceri, in un messaggio video si è rivolto alle autorità affinché fermino la piaga dei femminicidi.


Sono parole che, nel loro dolore composto, aprono una ferita nel cuore del Paese: chi parlerà ai nostri figli dell’amore? Chi avrà il coraggio di dire loro che la relazione non è dominio, che la libertà dell’altro non è una minaccia ma la prima forma di rispetto?
Forse è da qui che dobbiamo ricominciare: da una verità semplice, eppure decisiva.
L’amore non è possesso.
Una donna può dire no.
Può cambiare idea.
Può smettere di amare.
Può scegliere di andarsene.
E chi viene lasciato può soffrire, sentirsi smarrito, attraversare la tempesta della perdita. Ma nessun dolore autorizza a violare la libertà dell’altro. Mai.

Lorena Isceri, 45 anni, originaria del Squinzano (Le), viveva a Firenze dove lavorava per un’azienda del settore dei farmaci veterinari. Il 3 settembre scorso l’ex fidanzato Federico Valle, 36 anni, dopo averle teso un agguato, l’ha legata e chiusa nel bagagliaio dell’automobile, poi l’ha gettata nel vuoto da un viadotto e si è suicidato allo stesso modo.


La nostra società ha educato troppo poco alla capacità di perdere, di essere rifiutati, di restare dentro una ferita senza trasformarla in rabbia o dominio. Abbiamo confuso la gelosia con l’amore, il controllo con la cura, il possesso con la dedizione.
E così abbiamo lasciato crescere un analfabetismo affettivo che oggi presenta un conto altissimo.
Nessun essere umano appartiene a un altro.
Questa non è solo una verità civile: è una verità profondamente cristiana.
L’amore autentico custodisce la libertà dell’altro.
Dio stesso, nel suo modo di amarci, non trattiene, non sequestra, non impone: chiama, accompagna, attende. E lascia liberi.
Educare all’amore significa allora educare alla responsabilità della libertà.
Ma la famiglia, oggi, non può essere lasciata sola in questo compito immenso. Viviamo un tempo frenetico, frammentato, nel quale padri e madri portano sulle spalle un carico educativo enorme e spesso non hanno gli strumenti per affrontarlo.

Servono alleanze educative: scuola, Chiesa, associazioni, sport, oratori, comunità.
Non per sostituirsi alla famiglia, ma per sostenerla.
Perché educare un ragazzo alla vita è responsabilità di tutti.
E forse anche questo è carità: non solo soccorrere quando il male è già accaduto, ma avere cura prima.
Prima della violenza.
Prima della sopraffazione.
Prima che la fragilità diventi rabbia.
Prima che il bisogno di possedere venga scambiato per amore.
Non possiamo arrivare sempre dopo.
Dobbiamo arrivare prima:
quando si impara ad amare,
quando si impara a stare dentro un “no”,
quando si impara che perdere qualcuno non significa perdere se stessi,
quando si impara che nessuno ci appartiene. Mai.
Forse una vera educazione all’amore dovrebbe cominciare da una parola che la nostra cultura ha smarrito: libertà.
Perché amare non significa esercitare potere sull’altro.
Amare significa custodire la sua libertà, come Dio custodisce la nostra.