Lo scopo della medicina, sia tradizionale che omeopatica, è quello di guarire i malati
Oltre le fantasticherie erudite: rileggendo Samuel Hahnemann tra poesia, omeopatia, critica e libertà di pensieroRileggere oggi il primo paragrafo dell’Organon dell’arte del guarire, opera capitale dell’Omeopatia, significa entrare in un territorio molto vasto e sapienziale, che non appartiene soltanto alla storia della medicina, ma anche alla storia dello spirito. È una lettura estremamente interessante, non “antiquata” ma attualizzabile, e, se affrontata con attenzione e profondità riflessiva, assume quasi il ritmo di una poesia antica: essenziale, limpida, vibrante, capace di riportare alla luce tanti valori che la modernità – pur efficiente e tecnologicamente potente – rischia talvolta di dimenticare.

In quelle righe, quasi poetiche, Samuel Hahnemann afferma che “lo scopo principale ed unico del medico è di rendere sani i malati ossia, come si dice, di guarirli” (Hahnemann C.F.S., Sesta edizione dell’Organon dell’arte del guarire, nella traduzione di Giuseppe Riccamboni, red/studio redazionale, Como, 1985). Una frase semplice, sobria, quasi elementare, ma potente e diretta, vibrante come un richiamo originario: l’invito hahnemanniano è quello di tornare al cuore della medicina, alla sua radice più profonda ed etica, alla sua vocazione più pura e sostanziale. È, però, nella nota a quel fondamentale paragrafo che la voce di Hahnemann si fa più intensa e ammonitrice, più critica e più umana.
Lì, nella nota, una nota più lunga del paragrafo, il fondatore indiscusso dell’omeopatia denuncia una medicina che ha smarrito la sua vera centralità per diventare una medicina ingannevole e vuota, sedotta dal linguaggio altisonante e dalle “fantasticherie erudite”, da sistemi teorici costruiti con cura geometrica eppur privi di vita, da ipotesi gonfiate da termini oscuri, da frasi ampollose capaci di impressionare e sbalordire gli ignoranti, ma non di alleviare la sofferenza. Hahnemann non attacca la conoscenza, ma la sua degenerazione. Quando il sapere diventa un ornamento e la teoria si trasforma in un’esercitazione di vanità, il medico dimentica che la sua prima responsabilità è la cura e la guarigione dei malati.
Questa critica, tutt’altro che anacronistica, nel contesto storico in cui nasceva era un atto di profonda rottura. La medicina pre-sperimentale era un mosaico di dottrine fantasiose e di scuole dove si insegnavano le tecniche per somministrare purghe e clisteri, e dove le costruzioni concettuali pretendevano di spiegare tutto e guarire poco. Hahnemann reagisce con intelligenza, responsabilità, assennatezza e soprattutto con la forza di chi vede la sofferenza e non accetta che venga oscurata da un linguaggio pomposo che si compiace di sé stesso. La sua, fondamentalmente, è una protesta che nasce dall’amore per la cura, non dal disprezzo per la teoria. Appare evidente che oggi, quella critica, non può essere ripetuta così com’era.
La medicina contemporanea è profondamente diversa, seria, fondata sulla ricerca sperimentale, rigorosa e sistematica, verificabile e autocorrettiva. La medicina scientifica ha abbandonato da tempo le costruzioni metafisiche che Hahnemann contestava. Eppure — ed è qui che la sua voce poetica e solenne torna a parlarci — le “fantasticherie erudite” non sono totalmente scomparse dal mondo medico e scientifico. Hanno soltanto cambiato forma, come ombre che si adattano alla luce del tempo. A volte riaffiorano nella medicina convenzionale, quando il linguaggio tecnico diventa un muro invece che un ponte, quando la complessità dei protocolli rischia di oscurare la persona, quando la ricerca scientifica sembra inseguire più l’ambizione di far carriera che la voglia di “rendere sani i malati”.
E allora, prima di proclamare la fine dell’omeopatia, come talvolta accade, sarebbe il caso di tener conto di diversi studi che, invece di evocare una “fine”, per molti versi indicano l’inizio dell’era scientifica della medicina omeopatica.

Questa non è la norma, per fortuna, ma è una scena che talvolta si ripresenta, e si presenta con tutta la sua tristezza quando la medicina perde il contatto col malato per trasformarsi in un mero esercizio di stile. A volte, persino nella medicina omeopatica, gli esercizi di stile si uniscono alle “fantasticherie erudite” e prendono il sopravvento, offendendo la vera e nobile omeopatia che oggigiorno viene studiata scientificamente, molto seriamente, tant’è vero che non mancano studi in vitro, studi in vivo e trial clinici che escludono il famigerato effetto placebo e mettono in evidenza “fatti” ed “effetti” ottenuti con l’uso dei medicinali omeopatici.
Qui non s’intende discutere di bagattelle. Qui si vuole affermare che l’omeopatia smarrisce la propria spiritualità medica soltanto quando si costruiscono storielle seducenti ma prive di contenuto, quando l’improvvisazione prende il posto del metodo, quando l’autoreferenzialità diventa un alibi per evitare la verifica e quando le prove scientifiche a favore dell’omeopatia vengono sopravvalutate o sottovalutate. Anche nel mondo omeopatico il richiamo delle “fantasticherie erudite” è sempre possibile: sono tentazioni invisibili e ombre sottili, che si muovono silenziose. Insomma, l’arte di fantasticare in modo erudito non appartiene in esclusiva all’una o all’altra scuola – omeopatica o allopatica, convenzionale o non convenzionale – ma è propria dell’essere umano quando dimentica la concretezza della cura.
In qualità di medico chirurgo che rifugge le “fantasticherie erudite”, e che da tanti anni studia ed esercita l’omeopatia, ritengo che il pensiero hahnemanniano sia ancora vivo, nonostante il trascorrere del tempo, e credo pure che Hahnemann, a distanza di circa due secoli, riesca ancora a stimolare la libertà di pensiero e la libertà di ricerca. Nella nota al primo paragrafo dell’Organon, in realtà, non impressiona l’attacco alla teoria, ma l’invito alla responsabilità e alla libertà di pensare. La teoria è necessaria, ma deve restare permeabile alla vita. Anche la ricerca è fondamentale, ma deve rimanere ancorata all’esperienza, ai fatti e – io dico – alle prove sperimentali e scientifiche che oggigiorno esistono e dimostrano che l’omeopatia non è una sciocchezza come talvolta si crede.
L’omeopatia è una disciplina seria e il libero pensiero – valore irrinunciabile per poterla esercitare – rappresenta il potente motore che muove la macchina della conoscenza totale, omeopatica e allopatica, convenzionale e non convenzionale, antica e moderna. La conoscenza antica, quella che spinge ad esempio a rileggere l’Organon, non è meno importante della conoscenza moderna. La rilettura del primo paragrafo, inclusa la nota, serve, e serve per capire o almeno intuire tante cose. Serve pure uno sguardo poetico per leggere in profondità e comprendere, decifrare, riscoprire un principio che ha il sapore dell’acqua limpida: il metodo di cura non è un sistema rigido e ingessato da regole e regolette, ma un gesto onesto, concreto, compassionevole. È un atto che nasce dall’incontro tra due esseri umani, fatti di carne e ossa. È ascolto, attenzione, presenza. È spirito di concretezza che non può essere racchiuso in un linguaggio troppo rigido, tantomeno in una teoria che pretende di spiegare tutto.
La lezione di Hahnemann, dunque, non è una critica contro la scienza, ma contro la finta scienza, che a quei tempi fantasticava col suo stile erudito e ampolloso, più o meno come potrebbe succedere anche oggi quando dati, numeri e numeretti pretendono di sbalordire gli ignoranti che soffrono, quando le operazioni di “disease mongering” vanno in porto o quando gli inventori di malattie pretendono di curare le malattie che essi stessi hanno inventato. Se per “disease mongering” s’intende la “mercificazione delle malattie” e la trasformazione di persone sane in potenziali pazienti, ebbene, io credo che la lezione hahnemanniana, nonostante il trascorrere dei secoli, sia ancora viva. Da una parte Hahnemann, che vuole “rendere sani i malati”, dall’altra il “disease mongering”, che tenta di trasformare i sani in malati.
Le “fantasticherie erudite” sono di moda anche ai nostri tempi? Non lo so. So soltanto che la lezione hahnemanniana, per quanto mi riguarda, mi aiuta a intercettare e a intuire tante cose. E mi aiuta a capire che spesso, i peggiori ignoranti, sono quelli che sanno troppo e male.
(*) Medico Chirurgo, Omeopata e Agopuntore, Iscritto nel Registro degli Omeopati e nel Registro degli Agopuntori presso l’Ordine Provinciale di Roma dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. Membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale Minori e Intelligenza Artificiale.

