Il ricordo a cinque anni dalla morte di un artista poliedrico. "Della Calabria - diceva - mi piace il caleidoscopio di genti e culture e che sia terra di mistici, filosofi ed eremiti”
Battiato, il lungo viaggio“Che cosa resterà di me del transito terrestre” si chiedeva Franco Battiato nel brano “Mesopotamia” del 1988. Nella sua casa di Milo, alle pendici dell’Etna, il 18 maggio del 2021 varcava quella “porta dello spavento supremo” che aveva evocato in una canzone composta con il filosofo Manlio Sgalambro. Si chiudeva così a 76 anni l’esistenza intensissima di un artista che, spaziando dalla musica alla poesia, dalla pittura alla regia teatrale e cinematografica, dalla religione all’esoterismo, con persino una fugace ma non banale incursione nella politica, di vite ne aveva vissute tante tra la Sicilia e Milano, l’Europa dell’Est e il mondo arabo, l’Estremo oriente e l’Africa. Avendo come meta la ricerca (“Vivere più a Sud, per cercare la mia stella” canta in Giubbe Rosse). Di se stesso, della verità, dell’Assoluto.

Arriva allora una possibile, ma non unica, risposta all’interrogativo inziale: il lascito di Battiato è quello di uno spirito libero che ha dato vita a un patrimonio culturale formato con un lungo viaggio che, partendo dalla musica, intesa come espressione della propria spiritualità, si è intrecciato a tante altre esperienze. Il cattolicesimo religione dell’infanzia, le esperienze Zen della giovinezza, la meditazione trascendente, lo studio dei testi islamici e del buddismo nell’età adulta.
Poi varcati i quarant’anni, dopo il ritorno da Milano nell’amata Sicilia, la riscoperta del cristianesimo con San Francesco d’Assisi e i testi mistici di San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila, del beato Charles de Foucaud, l’apostolo del deserto morto perché voleva favorire il dialogo tra cristiani e musulmani.
Tuttavia la religiosità di Battiato non è riconducibile a un culto ma come ha detto il gesuita padre Antonio Spadaro “e’ innegabile che la ricerca spirituale sia stata il cuore della sua ispirazione musicale”. Peraltro concetti come “ E se ti senti male, rivolgiti al Signore, credimi siamo niente, dei miseri ruscelli senza fonte” presenti nel brano “Fisiognomica” oppure “Emanciparmi dall’incubo delle passioni, cercare l’Uno al di sopra del bene e del male” nella canzone “E ti vengo a cercare”, che lo vide commuoversi in un concerto davanti a papa Giovanni Paolo II, il primo di un artista pop in Vaticano, hanno riferimenti inequivocabili. Altri esempi sono in “Lode all’Inviolato”, “L’ombra della luce” , “Le nostre anime”. La stessa composizione di una “Messa arcaica”, eseguita per la prima volta il 24 ottobre 1993 nella Basilica superiore di Assisi, conferma come anche per Battiato la musica fosse un ponte privilegiato tra l’umano e l’infinito. E proprio eseguendo questa Messa arcaica il cantautore si congedò dalla ribalta con l’ultimo concerto al teatro Greco di Catania nel settembre del 2017. Poi il ritiro delle scene per malattia.

Nella sua poliedrica produzione convivono sin dagli esordi l’alto e il basso, l’ironia e l’invettiva, “la sperimentazione e la musica classica, le citazioni colte e le frasi apparentemente non sense, i cori e il pop, l’opera lirica e le canzoni d’amore, il rock e l’attrazione per il sacro, il lontano e l’invisibile” sottolineava lo scrittore Marcello Veneziani in un ricordo nel giorno della morte. Ma non è stato certamente un uomo che si atteggiava a guru o pensatore. Tutt’altro, nonostante gli interessi e lo studio. “ Era uno sciamano, un mistico amante della vita, brillante. Aveva un rapporto corale con tanti artisti, privilegiato con le donne”. Così lo ricorda il suo conterraneo e amico Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e presidente della Biennale di Venezia. E infatti sono note e le collaborazioni con Alice, Giuni Russo, Milva, Carmen Consoli e la produzione di celebri brani come “Alexander Platz”, “Per Elisa”, “Nomadi”, “Tutto l’Universo obbedisce all’amore” e il tormentone “Un’estate al mare”.
Da tutta la sua produzione emerge come Battiato sia capace con poche strofe di evocare luoghi, persone, cose, mondi anche lontanissimi. Si pensi a “Prospettiva Newsky”, scritta nel 1980, ambientata in Russia nell’odierna San Pietroburgo negli anni successivi alla Rivoluzione d’ottobre. “E studiavamo chiusi in una stanza, la luce fioca di candele e lampade a petrolio… E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Un testo che richiama la nota passione giovanile per l’esoterismo e le opere dei filosofi Gurdjieff e Guenon. Tema già anticipato con “l’Era del cinghiale bianco” e successivamente con “Cerco un centro di gravità permanente” e altre canzoni del fortunatissimo album “La voce del padrone” che nel 1981 lo fece conoscere al grande pubblico, vendendo oltre un milione di copie. Non manca nella produzione anche l’impegno civile. Indimenticabile “Povera patria”, canzone manifesto che sferza potenti e buffoni negli anni delle stragi di mafia. Nel 1997 esce “La cura” universalmente riconosciuto come il capolavoro di Battiato. Uno straordinario pezzo d’amore che, eseguito al pianoforte, proietta chi lo ascolta in una dimensione altra. “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via, dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo….E guarirai da tutte le malattie… Perché sei un essere speciale e io avrò cura di te, io si che avrò cura di te”.

Musica ma anche arti visive. Battiato compone colonne sonore per film e sceneggiati, dirige tutti i suoi videoclip e nel 2003 con la pellicola autobiografica “Perdutoamor” si aggiudica il Nastro d’argento come miglior regista esordiente. Dal 1990 con lo pseudonimo di Suphan Barzani inizia a dipingere. Sono tele e tavole dorate con tecniche di pitture a olio spesso influenzate dall’iconografia sacra e orientale. “In questi quadri- ha commentato il critico d’arte Vittorio Sgarbi- si nota una prosecuzione naturale della sua ricerca di misticismo e metafisica”.
La politica per Battiato fu un’esperienza tormentata. Tacciato a periodi alterni di essere di destra e poi di sinistra, amava dire con ironia di ”stare in alto”. Fu brevemente assessore al turismo e allo spettacolo della regione Siciliana con il presidente di centrosinistra Rosario Crocetta, nel 2012, dovendo dopo pochi mesi lasciare l’incarico per un pesantissimo giudizio sull’immoralità della classe dirigente nazionale.
Con la Calabria Battiato ha avuto un rapporto intenso. Dai primi spettacoli degli anni 80 dello scorso secolo, al grande concerto di Cosenza nella notte di san Silvestro tra il 1999 e il 2000. Quarantamila persone da tutta la regione per ascoltarlo. Dirà in un’intervista: ”Della vostra regione mi piace il caleidoscopio di culture e di genti, che sia stata fertile terra di eremiti, mistici e filosofi”. Nel 2011 compone l’opera lirica “Bernardino Telesio” (con il libretto curato da Manlio Sgalambro) in scena al teatro Rendano di Cosenza nel mese di maggio. E proprio nella nostra regione si compirà una delle tappe del suo ultimo viaggio, a Carpanzano dove venne cremato prima di ritornare in Sicilia.
Negli anni finali della sua attività artistica era riemerso il riferimento all’esperienza cristiana. E’ il 2015 quando nello “Lo spirito degli abissi” canta: ”Mi è ritornata voglia di pregare, seguendo la tenacia dei padri del deserto, per quelli che hanno perso da tempo la loro via e per chi non riesce a sopportare i dolori dell’esistenza”. Padre Guidalberto Bormolini, monaco e antropologo della comunità Ricostruttori della preghiera che è stato molto vicino a Battiato negli ultimi anni di vita insieme a don Orazio Barbarino, parroco di Linguaglossa e amico del cantante, (entrambi parteciparono alla cerimonia funebre nella cappella annessa alla residenza di Milo), lo hanno detto in più occasioni:” E’ stato sino alla fine un onesto cercatore di Dio, convinto che l’uomo non possa condurre un’esistenza banale e che bisogna aspirare a un’altra vita”. Appunto, proprio il verso che il grande siciliano già cantava nel lontano 1983.

